Tumore del retto, a Milano si elimina senza chirurgia e sacchetto

Il tumore del retto oggi si elimina anche senza chirurgia. Grazie a un nuovo protocollo di cure italiano, i casi gravi superano la malattia senza recidive con un mix di chemio e radioterapia, sotto la guida di équipe specializzate



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Una gran bella notizia riguarda uno delle neoplasie più temute, il tumore del retto. Con una particolare terapia medica, il 25% dei pazienti oggetto di uno studio partito nel 2017 (ora pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet Oncology) ha debellato il carcinoma senza ricorrere al bisturi e senza aumentare il rischio di metastasi in altri organi. Non a caso lo studio si chiama NO CUT, in una persona su quattro nessun taglio: non si effettua la colostomia, cioè l’eliminazione chirurgica del retto che costringe a creare lo stoma, una piccola apertura a lato dell’intestino dalla quale escono le feci, che vengono raccolte in una sacca adesiva attaccata alla pelle.

Si tratta di un protocollo tutto italiano, promosso dall’Ospedale Niguarda e dall’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con altri Centri d’eccellenza (IEO, Istituto Oncologico Veneto di Padova e Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo), che grazie a una particolare chemio seguita dalla radioterapia, salva la vita e ne preserva anche la sua qualità.


Un vero progresso con ottimi risultati

In Italia il tumore del retto colpisce 14mila persone l’anno, 5mila delle quali non superano una malattia che, spesso, è guaribile se viene curata bene da specialisti dedicati e con le terapie appropriate, cioè radioterapia, chemio e chirurgia.

«Oggi il gruppo di studio multidisciplinare ha fatto un altro importante passo avanti, sottraendo terreno, in termini di guarigione, al bisturi», spiega il professor Salvatore Siena, direttore dell’Oncologia Falck all’Ospedale Niguarda e ordinario di Oncologia Medica all‘Università La Statale di Milano.

«In particolare il nostro studio NO CUT riguarda il tumore del retto localmente avanzato, cioè di grosse dimensioni (T4), con il coinvolgimento dei linfonodi. Siamo riusciti ad avere una remissione clinica completa nel 25% dei casi destinati a chirurgia con mutilazione del retto (nel nostro Centro siamo arrivati al 32%), senza il rischio di sviluppo di metastasi a distanza. È importante considerare che, tuttavia, il chirurgo del retto ha un ruolo importantissimo nella scelta di non sottoporre a chirurgia l’ammalato ma piuttosto di indirizzarlo a controlli precauzionalmente più ravvicinati nel tempo per 2 anni».


La nuova terapia esplode come il “TNT”

Fino a oggi chi poteva evitare il bisturi rappresentava solo il 5% degli ammalati, cioè le persone il cui tumore, essendo con instabilità microsatellitare, risponde all’immunoterapia. «Il nostro studio NO CUT si è concentrato sul restante 95% che non è suscettibile di immunoterapia», spiega il professor Siena. «L’abbiamo chiamata “terapia neoadiuvante totale” (TNT: Total Neoadjuvant Therapy): mixa una chemioterapia più aggressiva iniziale e poi la radioterapia, in modo da far regredire il tumore al punto da poter raggiungere una remissione completa, tale comunque da escludere la sala operatoria.

Per più aggressiva, però, non intendo una cura più invasiva, ma maggiormente impegnativa perché prevede per il paziente quattro somministrazioni di chemioterapia che chiamiamo Capox (con una parte in pastiglie e una endovenosa), più lunga di tre mesi rispetto a quella tradizionale.

Si tratta, sempre e comunque, di una cura a livello ambulatoriale, non ha maggiori effetti collaterali di quella classica (anzi, non fa cadere i capelli) e durante le cure la maggior parte delle persone può andare a lavorare. È di norma ben tollerata quindi, solo più protratta nel tempo. Ma il paziente viene preallertato di questo e l’idea di guarire evitando, in almeno un caso su quattro, il bisturi incentiva ad avere pazienza».

L’idea primigenia del “non tagliare” in questi casi nasce in Sud America, dove le persone affette dal tumore del retto localizzato e avanzato non avevano il denaro per pagare il chirurgo, quindi giocoforza dovevano puntare tutte le loro speranze su radio e chemio. «È da lì che si è notata, per la prima volta, una percentuale di casi che comunque aveva una remissione completa senza bisturi. Quindi ci siamo detti: approfondiamo questa ipotesi di lavoro e facciamola diventare da ultima speranza un protocollo scientificamente validato grazie alle tecnologie giuste, e ci siamo riusciti», racconta il professor Siena.


Il rischio di recidive a due anni e mezzo

E così al Niguarda grazie al lavoro multidisciplinare di uno staff di molti specialisti (patologi, radiologi, chirughi, oncologi medici, farmacisti, biologi, psicologi, ecc.) il 32% dei pazienti trattati con il NO CUT è andato in remissione clinica e patologica completa.

Ma questo vuol dire che non rischiano recidive? Di solito nel follow-up dei tumori, cioè nel tempo di monitoraggio della malattia dopo che il curante ha detto ok, si aspettano 5 anni per dichiarare “liberi tutti” e passare dai controlli mensili e stringenti a quelli ordinari, annuali o biennali.

«L’obiettivo dello studio era tirare l’ultimo respiro di sollievo a 30 mesi dalla guarigione dopo tutti i controlli periodici. Un traguardo che ha un senso logico poiché oggi sappiamo che le ricadute dei tumori del retto, quando si presentano, avvengono entro due anni e mezzo. Quindi nessun pericolo di sorprese tardive, anche se la nostra valutazione nel tempo sarà più a lungo termine, e i pazienti verranno seguiti sempre anche negli anni non più a rischio», rassicura il nostro esperto.


L’importanza di rivolgersi a un centro d’eccellenza

I brillanti risultati ottenuti dal professor Siena e gli altri partecipanti al NO CUT (da segnalare, oltre ai centri clinici citati prima anche chi ha condotto studi correlati utili al principale e le ricerche statistiche, come l’Università degli Studi di Milano, l’IFOM, l’Istituto Mario Negri, l’Istituto di Candiolo e l’Università degli Studi di Torino) sono nati in quelli che si definiscono Centri d’eccellenza per la cura e la ricerca su queste patologie, dove è possibile trovare tutte le competenze e le tecnologie che servono a dare il meglio nella lotta contro un cancro specifico.

«Dall’esame rettale alla biopsia liquida, dall’endoscopia alla risonanza magnetica, prima di affermare che un paziente è candidabile al NO CUT dobbiamo incrociare tutti i risultati di questi esami», sottolinea l’esperto. «Il tumore del retto, poi, non può essere trattato da un solo operatore: oncologo medico, radioterapista e chirurgo (quest’ultimo viene sempre e comunque coinvolto, anche se poi si decide di non operare) devono prendere decisioni delicate, tutti insieme. È molto importante: vuol dire selezionare non solo il paziente giusto all’inizio, ma anche quello che risponde con una guarigione definitiva, alla fine».


E se proprio si deve operare...

Abbiamo scritto dei fortunati che necessitano solo di cure farmacologiche e radioterapiche per guarire. Ma se si dovesse ricorrere al bisturi, che nella chirurgia del retto fa tanta paura anche per il famoso sacchettino attaccato alla pancia, cos’è cambiato? «Soprattutto gli stadi uno e due di questi carcinomi hanno registrato dei progressi con le tecniche più conservative», afferma il professor Siena.

«Si possono fare dei tagli (resezioni) molto limitati, cercare di salvare lo sfintere, ma anche quando è necessaria la colostomia e l’uso del sacchetto come nuovo “retto artificiale”, assicuro che la soluzione è ben funzionante e di gran lunga migliore, in termini di qualità di vita, del pannolone alle prese con improvvise incontinenze. Sono argomenti delicati, ma l’équipe di un Centro d’eccellenza e un bravo medico non possono bypassare certi aspetti della vita quotidiana di chi entra in un percorso oncologico di questo tipo. Sapere aiuta sempre, psicologicamente, e non solo nelle decisioni dei medici».

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