Trombosi intestinale: cos’è, sintomi, cause, cure
È una condizione seria in cui un coagulo blocca il flusso di sangue verso l’intestino, causando dolore acuto e possibili danni ai tessuti. Colpisce soprattutto gli anziani, ma può manifestarsi anche in persone giovani con malformazioni vascolari. Richiede diagnosi tempestiva tramite TAC e monitoraggio ospedaliero

L’intestino è una rete complessa e dinamica, attraversata senza sosta dal sangue che porta ossigeno ed energia alle sue cellule. Quando questo flusso è regolare, tutto funziona senza difficoltà. Se però la circolazione rallenta o si interrompe all’improvviso, l’equilibrio si rompe e l’intestino inizia a soffrire. È in questo contesto che si parla di trombosi intestinale, una condizione in cui un coagulo di sangue si forma all’interno di un vaso e ne ostacola il normale funzionamento.
L’ostruzione può riguardare sia le arterie sia le vene, ma in entrambi i casi le cellule ricevono meno ossigeno di quanto necessario.
Cos’è la trombosi intestinale
Nella trombosi intestinale, il flusso di sangue verso l’intestino viene ostacolato dalla chiusura di un vaso sanguigno, che può essere un’arteria o, più raramente, una vena. Si tratta di un meccanismo simile a quello che può verificarsi in altri distretti del corpo, come una gamba o il cuore, ma che nell’intestino assume caratteristiche particolari.
«Questo organo, infatti, è attraversato da una rete molto fitta di vasi e dispone di numerosi collegamenti alternativi che, in alcune situazioni, permettono al sangue di aggirare l’ostacolo e continuare ad arrivare ai tessuti», racconta il professor Vito Annese, direttore dell’Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell’IRCCS Policlinico San Donato e professore associato di Gastroenterologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele.
Quando però l’ostruzione è importante o si instaura rapidamente, questi meccanismi di compenso non sono sufficienti. «Il risultato è una riduzione dell’apporto di ossigeno, una condizione chiamata ischemia, che può provocare dolore, infiammazione e, nei casi più gravi, danni seri all’intestino», descrive l’esperto.
Come si manifesta la trombosi intestinale
I sintomi compaiono in modo improvviso e sono in genere molto evidenti. «Il segnale principale è il dolore addominale, che si presenta intenso, continuo e persistente», indica Annese. «A differenza delle coliche intestinali, in cui il dolore tende ad aumentare e diminuire a ondate, in questo caso il dolore non dà tregua, è acuto, diffuso e difficile da localizzare in un punto preciso dell’addome».
A questo si associano spesso altri segnali di allarme. L’intestino può smettere di funzionare del tutto, causando una completa assenza di evacuazioni, oppure reagire con scariche frequenti e abbondanti. In alcuni casi le feci possono contenere sangue, conseguenza del danno che la mancanza di ossigeno provoca alla parete intestinale. Non è raro che compaiano anche nausea e vomito, soprattutto quando sono coinvolti i tratti più alti dell’intestino.
«In generale, la trombosi intestinale rientra tra le condizioni di addome acuto, come l’appendicite o la pancreatite, ovvero situazioni che esordiscono bruscamente e richiedono una valutazione immediata», illustra l’esperto. «Nelle persone anziane, soprattutto quando la causa è l’aterosclerosi, l’ischemia interessa più frequentemente il colon, in particolare il tratto sinistro, e può coinvolgere segmenti più o meno estesi dell’intestino. Il coinvolgimento dell’intestino tenue è invece meno comune in questa fascia di età ed è più tipico delle forme che colpiscono soggetti giovani, spesso legate a malformazioni vascolari».
Quali sono le cause della trombosi intestinale
La trombosi intestinale può avere origini diverse, strettamente legate all’età e allo stato generale di salute. «Nella maggior parte dei casi riguarda le persone anziane ed è il risultato di un progressivo deterioramento dei vasi sanguigni», spiega Annese. «Con il tempo, infatti, le arterie tendono a perdere elasticità e a restringersi a causa dell’accumulo di placche sulle loro pareti, un processo noto come aterosclerosi che coinvolge tutto l’organismo, compresi i vasi intestinali». In questo contesto, un’arteria già compromessa può chiudersi improvvisamente per la formazione di un coagulo o per l’arrivo di un trombo proveniente da un altro distretto, determinando una brusca interruzione del flusso di sangue.
Esistono però anche forme meno comuni che interessano persone giovani. In questi casi il problema dipende spesso da una malformazione dei vasi intestinali presente fin dalla nascita, che altera il normale passaggio del sangue. Quando il flusso si riduce in modo improvviso, l’intestino non riesce ad adattarsi e l’ischemia può svilupparsi rapidamente, rendendo queste forme generalmente più aggressive.
«Un ruolo importante è svolto anche dai fattori di rischio che favoriscono la formazione di coaguli», aggiunge l’esperto. «Tra questi, nella popolazione anziana, la fibrillazione atriale rappresenta una delle condizioni più rilevanti. Questa alterazione del ritmo cardiaco facilita la formazione di trombi all’interno del cuore, che possono entrare in circolo e andare a bloccare un’arteria intestinale». Sebbene la diagnosi precoce consenta di ridurre il rischio attraverso le terapie anticoagulanti, la trombosi può comunque verificarsi, soprattutto quando la fibrillazione non è ancora stata riconosciuta.
Come si arriva alla diagnosi
La diagnosi di trombosi intestinale si basa innanzitutto sull’osservazione dei sintomi, che sono spesso così evidenti da spingere il paziente a rivolgersi rapidamente al pronto soccorso. Il sospetto nasce dalla combinazione di dolore addominale intenso e persistente, alterazioni della funzione intestinale, presenza di sangue nelle feci, nausea e vomito.
«Per confermare la diagnosi si ricorre quasi sempre a una TAC con mezzo di contrasto, che consente di visualizzare con precisione le zone dell’intestino in cui il flusso sanguigno è compromesso», precisa Annese. «Nelle aree colpite dall’ischemia il mezzo di contrasto non arriva, creando un chiaro contrasto con i tessuti sani e permettendo di localizzare il segmento interessato».
Una volta sospettata o confermata, la trombosi intestinale richiede un ricovero ospedaliero per un monitoraggio attento. «Questo perché, oltre alla gestione del problema acuto, spesso sono presenti altre patologie cardiovascolari o condizioni associate che devono essere valutate e trattate», dice l’esperto. «Non esiste una terapia specifica che ripristini immediatamente il flusso nell’intestino; in molti casi l’organo riesce a compensare attraverso i vasi collaterali, ma la sorveglianza in ospedale è fondamentale per prevenire complicanze e valutare l’evoluzione della condizione».
Come si cura la trombosi intestinale
Il trattamento della trombosi intestinale dipende dalla gravità della condizione, dall’estensione dell’ischemia e dalle condizioni generali del paziente. «Nelle forme più frequenti, che colpiscono gli adulti e gli anziani, l’intestino spesso riesce a compensare il ridotto apporto di sangue grazie ai vasi collaterali», spiega l’esperto. «In questi casi si adotta una gestione medica: si sospende l’alimentazione per dare “riposo” all’intestino e si somministrano nutrizione parenterale, antibiotici per prevenire infezioni, farmaci per il dolore e, se necessario, anticoagulanti per ridurre il rischio di nuovi coaguli. Con questo approccio, il recupero dell’intestino è lento ma, nella maggior parte dei casi, completo».
L’intervento chirurgico è riservato a situazioni più gravi o rare, in cui l’ischemia evolve verso la necrosi dei tessuti e l’organo non riesce a compensare. In questi casi, operare tempestivamente è fondamentale: se si interviene troppo tardi, la necrosi può estendersi ulteriormente, rendendo necessaria la resezione di tratti molto ampi dell’intestino. «Questo scenario si osserva soprattutto nei giovani con malformazioni vascolari, mentre nelle forme più comuni negli anziani la chirurgia è necessaria solo in una minoranza dei casi, circa il 10-20%», chiarisce Annese.
Come si previene
La prevenzione della trombosi intestinale si basa innanzitutto su uno stile di vita sano e su un controllo attento dei principali fattori di rischio. È importante seguire un’alimentazione equilibrata, evitare il fumo di sigaretta, mantenere un peso corretto e sottoporsi regolarmente a controlli medici, in particolare dopo i 45 anni.
«Gli esami di laboratorio per verificare i livelli di colesterolo e lipidi nel sangue sono fondamentali, perché correggere eventuali valori alterati riduce il rischio di aterosclerosi, che è uno dei principali fattori che può favorire la trombosi», assicura Annese.
Siccome alcune condizioni aumentano ulteriormente il rischio – come la fibrillazione atriale e la trombofilia, una predisposizione genetica a sviluppare coaguli venosi – è essenziale seguire scrupolosamente le terapie preventive, come gli anticoagulanti, per ridurre la possibilità di eventi trombotici.
Non esiste invece un monitoraggio diretto dei vasi intestinali, perché sono molti e di piccolo calibro, ma i medici utilizzano alcune strategie di controllo generale. Ad esempio, l’ecocolorDoppler dei tronchi sovraortici permette di valutare l’aterosclerosi in modo indiretto e di stimare il rischio per altri vasi, compresi quelli intestinali. «Questo tipo di valutazione consente di decidere quanto essere aggressivi nelle misure preventive, sia sul piano dello stile di vita sia sul piano farmacologico, con terapie antiaggreganti o anticoagulanti quando necessario», specifica l’esperto.
In alcuni soggetti, anche più giovani, possono comparire forme di ischemia intestinale intermittente legate ad arteriopatie periferiche, ad esempio nei forti fumatori tra i 40 e i 60 anni che presentano restringimenti arteriosi alle gambe. In questi casi il dolore addominale si manifesta soprattutto dopo i pasti e riflette una riduzione parziale del flusso intestinale, meno grave e acuta rispetto alla trombosi completa. «La gestione in questi casi si concentra sul controllo della pressione, sulla prevenzione di eventuali disturbi cardiaci e sull’uso di farmaci antiaggreganti per ridurre il rischio di eventi ischemici più gravi», conclude Annese.
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