Guida all’osteopenia, la riduzione della densità ossea da affrontare senza panico

Specie per chi è in menopausa, una diagnosi di osteopenia può essere allarmante. Ma questa condizione non è necessariamente l’anticamera dell’osteoporosi. Va interpretata insieme ad altri fattori di rischio. Come ci spiegano gli esperti

Guida all’osteopenia, la riduzione della densità ossea da affrontare senza panico
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Attività fisica con carico, alimentazione ricca di calcio e vitamina D e, allo stadio avanzato, bifosfonati e terapia ormonale: tutti siamo ormai informati sui rischi dell’osteoporosi e sui metodi per prevenirla e curarla. Ma sappiamo cosa fare in caso di osteopenia? Il termine indica la diminuzione dell’osso, una condizione a metà tra la densità ossea normale e la fragilità. Al di là di quello che il significato letterale suggerisce, però, non è sempre la fase che precede lo stadio più avanzato e severo e non deve automaticamente generare allarme.

«In questo caso, la massa ossea è moderatamente ridotta rispetto al valore di riferimento e, in buona parte dei casi, riflette la naturale diminuzione che accompagna l’età. Può quindi essere considerata un fenomeno fisiologico», spiegano i due medici dell’Unità di Medicina e Reumatologia dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, Bologna, che ci aiutano a fare chiarezza: Francesco Ursini, dirigente medico responsabile della struttura, e Jacopo Ciaffi, ricercatore e Bone Specialist.

Osteopenia: quando serve indagare

Per chi è in età da menopausa, e scorge all’orizzonte lo spettro dell’osteoporosi, che fa presagire una vecchiaia di femori rotti e immobilità, allarmarsi davanti a una diagnosi di osteopenia è automatico. Niente panico. È normale che il processo di diminuzione della densità ossea acceleri dopo questo periodo critico: è colpa degli estrogeni che calano. «Un valore lievemente al di sotto della media non rappresenta di per sé una malattia», assicurano gli esperti.

«L’osteopenia diventa invece un segnale da approfondire quando si accompagna ad altri elementi che aumentano il rischio di frattura, indipendentemente dalla densità e dall’età. Tra questi, i più importanti sono una pregressa rottura causata da un trauma minimo, una menopausa precoce, l’uso prolungato di cortisone o di altri farmaci che indeboliscono l’osso, un’eccessiva magrezza e il fumo di sigaretta. È quindi il quadro complessivo della persona, non il singolo valore, a indicare se tale condizione vada approfondita o meno».

L’osteoporosi non è per forza dietro l’angolo

Sarà quindi il medico, valutati gli altri fattori di rischio, a stabilire se è necessario approfondire con altri esami. Soprattutto se il segnale è arrivato da uno screening di primo livello, come la densitometria calcaneare. In questo caso potrebbe consigliare una MOC, la mineralometria ossea computerizzata, per avere un quadro più preciso e una diagnosi certa. Attenzione invece a considerare l’osteopenia automaticamente come la fase precedente l’osteoporosi. «Questa è una semplificazione che rischia di trarre in inganno. Non è una tappa obbligata verso la malattia. Inoltre, la densità ossea è solo uno dei fattori che determinano il rischio di fratture e il fatto che sia sotto una certa soglia non coincide necessariamente con l’inizio di un trattamento», spiegano Ursini e Ciaffi.

I piccoli gesti quotidiani che fanno la differenza

Come si gestisce allora una condizione di osteopenia? Sicuramente con la consapevolezza di doversi prendere cura delle proprie ossa, a maggior ragione con l’arrivo della menopausa. Quindi, facendo quello che faremmo anche senza: «Puntare sulle misure che le linee guida raccomandano a tutti. Sul piano dello stile di vita contano soprattutto il movimento, in particolare l’attività fisica sotto carico, che contribuisce a contenere la perdita di massa ossea, e poi interventi sull’equilibrio e sulla forza muscolare, che riducono il rischio di cadute. In più, vanno eliminati i fattori modificabili come il fumo e l’eccesso di alcol», sottolineano gli esperti.

Integrazione, sì o no? Lo decide il medico

Calcio e vitamina D, sempre chiamati in causa quando si parla di salute delle ossa, sono naturalmente utili, ma da assumere con l’alimentazione. «L’osteopenia, di per sé, non costituisce affatto un’indicazione ad alcun trattamento farmacologico e il ruolo degli integratori è più limitato di quanto si tenda a credere» avvertono i due specialisti.

«Un’eventuale integrazione di vitamina D e di calcio va presa in considerazione solo se dagli esami del sangue emerge una carenza. Non serve assumere calcio in eccesso per prevenire un maggiore degrado delle ossa. Anzi, un’integrazione non necessaria può comportare qualche rischio, sia a livello renale che cardiovascolare. Quanto alla vitamina D, l’efficacia contro le fratture risulta più solida quando interessa persone realmente carenti». In sintesi: gli integratori sono un completamento mirato da usare per correggere una carenza, non una misura preventiva da adottare indistintamente.

L’esame alle ossa che si fa anche in farmacia

Da quando le farmacie si sono trasformate in presidi sanitari è facile trovare, fra i vari servizi offerti, la misurazione della densitometria ossea dal calcagno. È uno screening veloce, spesso gratuito, che dà un’indicazione sulla salute delle ossa. In pratica, metti un piede sul supporto, il macchinario si stringe un po’ ai lati del calcagno e dopo pochissimi minuti viene emesso il referto con grafico e valori.

Comodo è comodo: niente liste d’attesa e ci si toglie il pensiero di sapere come sono messe le proprie ossa. Ma sappiamo cosa farne, poi, del risultato? «Le linee guida nazionali collocano la densitometria del calcagno tramite ultrasuoni fra le metodiche utili per indagini epidemiologiche, apprezzandone i costi contenuti, la trasportabilità e l’assenza di radiazioni», dicono i medici dell’Istituto Ortopedico Rizzoli. Che precisano anche due limiti importanti.

«I diversi apparecchi forniscono valori non sempre confrontabili tra loro, e questa tecnica non può essere usata per la diagnosi di osteoporosi secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha senso quindi solo come valutazione preliminare. Un valore basso, in presenza di altri fattori di rischio da valutare con il proprio medico, può giustificare un approfondimento, mentre un valore buono, sempre in assenza di fattori di rischio, rende improbabile l’osteoporosi. La diagnosi vera e propria, però, resta affidata alla MOC, con tecnica DXA, cioè raggi X a basso dosaggio, su colonna e femore».