Chi trova un’amica trova se stessa

Quando tu e la tua amica siete insieme è come riflettersi allo specchio, in un’unione che porta risate ma anche aiuto e solidarietà. Impara a gestire pettegolezzi e gelosie. Per coltivare rapporti profondi, che fanno bene al cuore

Chi trova un’amica trova se stessa
Foto: Getty Images

Ci sono dei falsi miti sull’amicizia al femminile ancora molto diffusi e duri a morire. Tanti pensano che le donne non riescano ad avere rapporti solidi e duraturi come gli uomini, non sappiano fare team, non dimentichino gli sgarri e quindi fatichino a riappacificarsi (mentre gli uomini il giorno prima litigano e quello dopo sono pappa e ciccia). E poi c’è chi dice che hanno più difficoltà a raggiungere e mantenere una leadership e incontrano problemi nella gestione dei gruppi amicali, dibattute fra invidie, gelosie e voglia di primeggiare. Insomma, la meravigliosa complessità femminile sarebbe un’arma a doppio taglio proprio nei rapporti personali.

«Che delle difficoltà possano esserci, soprattutto nei gruppi amicali, è indubbio. Ma il legame che si crea fra una o più donne in genere è più forte e profondo di quello dei maschi», osserva la dottoressa Maria Giovanna Luini, medico e psicoterapeuta a Milano. Dunque, smontiamo con lei, uno ad uno, gli stereotipi sul tema, senza paura di “dimenticarci” limiti e difetti di certe liaison.

Il legame fra due donne ha un valore psicologico particolare?

«Sì, ed è diverso da quello che si instaura fra gli uomini o fra più di due donne, cioè un gruppo di amiche. In una parola funge da specchio relazionale reciproco. Io mi proietto sull’altra e viceversa. Non solo: vedo nelle reazioni dell’amica qualcosa di me che non conoscevo, che non avevo ancora percepito. Un mio punto cieco, qualcosa che non accetto e quindi non voglio vedere, ma lo colgo nell’altra, o nelle sue reazioni.

Le donne hanno anche un linguaggio simbolico più comune, sono lunari, con una faccia in ombra. Che l’amica riesce a scoprire e rivelare, perché lo specchio reciproco crea comprensione e condivisione anche dei lati più nascosti, supera certe tortuosità femminili che sono, per esempio, la tendenza a elucubrare su ogni cosa e a giudicarsi troppo. Il maschio queste capacità non le ha. Ma neanche il gruppo di donne che si frequenta da sempre è in grado di liberare così tanto il lato “oscuro” della luna come la nostra prescelta, la nostra migliore amica».

Tutto ciò può avere anche un impatto terapeutico?

«Lo specchio che funziona può averlo, sia sul benessere mentale che fisico di questa particolare “coppia”. Può essere di aiuto, crea sostegno, comprensione reciproca anche silente, quasi automatica, senza bisogno di parole. Un’amicizia femminile ben riuscita porta alla sensazione di essere più capite e accettate, ed è un grande aiuto. Ci si identifica nell’altra e viceversa».

Ma ha solo vantaggi o ci sono effetti collaterali?

«Questo specchiarsi profondamente a volte crea un cortocircuito e quindi l’altra, invece di aiutare, entra nel loop, nel circolo vizioso cognitivo e comportamentale dell’amica, e lo fa suo, alimentandolo in buona fede. Oppure l’amica non ti dice delle cose per non farti del male ulteriore. L’uomo si fa meno scrupoli in questo, è più cinico e incisivo, e quindi in certi casi risulta più utile nel consigliare».

A che età si formano i rapporti più solidi e duraturi?

«Nell’infanzia e nella prima adolescenza. Ci si confida praticamente tutto, ci si esplora tanto, e di solito ciò porta a rapporti molto solidi. Sono quelle amicizie di lunga data in cui basta una telefonata o uno sguardo per ritrovarsi come ai vecchi tempi. Devono però sopravvivere a fidanzamenti e matrimoni ma, se succede, sono indistruttibili».

E le amicizie che nascono quando si è adulte?

«Possono avere una base diversa, magari non condividi proprio tutto, però ti senti spesso, il confronto rimane, l’aiuto, l’effetto specchio è più maturo. Meno confidenza insomma, ma il resto c’è».

E quando, al posto dell’amica del cuore, c’è un gruppo di amiche?

«Il cuore si dona a una sola e soltanto. Però il gruppo è bellissimo e può dare tanto in termini di condivisione e gioia. Trovo molta solidarietà nelle mie pazienti, ma anche competizione, punzecchiature e pettegolezzo. Sono cose, queste, come il giudizio sulle altre, che non hanno sempre il motore della cattiveria e dell’invidia, anzi. Questo insieme diventa forte quando c’è un obiettivo comune, per esempio quello di consolare chi ha un problema sentimentale».

Il pettegolezzo è fisiologico?

«Sì, è anche divertente se non produce divisioni profonde o qualche guaio serio. È un’espressione femminile naturale e, per questo, spesso innocua, se c’è comunque amicizia. Una forma di giudizio soft sul quale poi ci si ride su, o ci si spiega dopo, magari faccia a faccia. È il gioco preferito del gruppo, e rimane, in genere, un gioco».

E la competizione?

«Esiste e smentisce un altro vecchio adagio popolare, quello della mancanza di capacità di leadership. Invece nei gruppi al femminile nascono spesso una leader, una vice-leader e poi altre figure tipiche come la confidente saggia, la buffona simpatica, quella più fragile. Ci sono delle vere e proprie gerarchie, ci può essere competizione certo, ma i gruppi femminili sanno autoregolarsi bene e creare un equilibrio di recupero, anche quando si litiga. Le donne hanno comunque questo istinto pazzesco all’aiuto, all’accoglienza, ma anche un’ottima capacità di coordinamento che si vede proprio in questi contesti, non solo sul lavoro».

Quali sono le zone d’ombra di questo legame?

«Invidia e tradimento sono i veleni che uccidono le amicizie, ma sono correlati all’insicurezza. Le donne che tra di loro si sentono sicure sono imbattibili, perché mettono insieme le caratteristiche femminili migliori. Se però proiettano le proprie insicurezze e le focalizzano su una o più persone del gruppo può nascere un dissidio anche grave. Ed è proprio la gestione di queste fragilità che fa la differenza. Anche perché l’invidia e la gelosia partono da lì».

Quanto pesa perdere un’amica?

«È tremendo. Un vero lutto, che porta a uno smarrimento profondo. La psicoterapia può aiutare a superarlo, soprattutto se c’era una sorta di dipendenza (le donne tendono a svilupparla). Succede se il legame è totale e assorbente, un po’ ossessivo, della serie “perché ieri non mi hai chiamato”».

Quando serve l’aiuto di un esperto?

«Ci sono segnali riconoscibili che indicano che il rapporto è diventato tossico. Uno è la manipolazione: la nostra “amica” ci fa dire o compiere cose che all’inizio accettiamo perché le vogliamo bene o sentiamo il bisogno di fare bella figura con lei (e nel gruppo), ma poi ci rendiamo conto che diventano pesanti, anche se sono semplici come vestirsi in un modo che lei non critichi ma che non è nostro. L’altro segnale è l’esclusione: ci viene piano piano imposto di tagliare fuori persone che vorremmo frequentare o amicizie che potrebbero nascere. Dobbiamo scegliere: o lei o l’altra, o le altre. Non va bene. Terzo segnale, dal tratto narcisistico: ci tiene appese, in attesa di sue chiamate, con sparizioni e ritorni inspiegabili, ci fa vedere apposta che frequenta altre amiche, escludendoci. A un certo punto meglio parlarne con uno psicologo, se si soffre e non se ne esce».

C’è chi viene in terapia perché ha problemi in gruppo?

«Sì. Alcune persone si sentono in difficoltà, non capiscono come mai non sono loro le leader e lo desiderano tanto, si sentono un po’ l’ultima ruota del carro. È un problema di autostima: che cosa sbaglio, cosa c’è che non va in me, perché non mi accettano, sembra che le altre non mi vedano neanche. Succede soprattutto nelle amicizie a tre perché sono dispari, e quindi sembra che le altre due si scelgano e ci mettano da parte. Ma nulla, nell’amicizia fra donne, è irreparabile. Tranne l’invidia, che non nasce mai da un sentimento vero e positivo».

Quando l’amica si fidanza

La rivoluzione che porta un nuovo amore può travolgere l’amicizia fra donne? «Di solito no, perché difficilmente la confidenza che c’è fra amiche si ricrea nella relazione sentimentale», commenta Maria Giovanna Luini. «Invece questo antico legame femminile può essere percepito come una minaccia, un’invasione di campo da parte del partner, e non tutti lo accettano. Però può diventare un test importante. Non si lascia un’amica per “amore” o solo perché lui è geloso, sta all’uomo superare la cosa intelligentemente».

E i consigli su di lui delle amiche del cuore? «Per quanto benevoli, sono sempre filtrati dalle esperienze sentimentali individuali, quindi poco attendibili: ascoltiamo solo con un orecchio, poi seguiamo il nostro istinto», ribatte l’esperta. E il famoso gruppo? «Per le stesse ragioni non facciamolo diventare una specie di giuria, chiedendo consigli anche se tutto va bene. Certo, se sorge un problema è diverso: lì scatta la solidarietà e l’aiuto tipico del gruppo di amiche».

La chat di gruppo: aiuto o fuga dalla realtà?

Si parla tanto di isolamento da social, deriva che porta dai rapporti reali alla sola virtualità, ma succede anche nelle amicizie al femminile? «Semmai, per le donne, chat & Co. hanno aggiunto qualcosa in più, uno strumento utile, che favorisce la reciproca conoscenza», commenta Maria Giovanna Luini. «La necessità della presenza fisica impedisce comunque, generalmente, una deriva esclusivamente virtuale. Certo, ci sono due categorie di amicizie: l’amica di Facebook che incontro ogni tanto, ma con cui ho un rapporto eminentemente social (anche solo per la distanza territoriale, per esempio). E poi ci sono le altre, inevitabilmente più importanti e presenti».