Fotopsie, quei lampi di luce negli occhi: cause, sintomi, cure

Può succedere di visualizzare dei lampi di luce, come flash di una macchina fotografica, ma in assenza di un reale stimolo esterno. Meglio consultare un oculista per escludere patologie della retina



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Vi è mai capitato di vedere flash e lampi di luce improvvisi, simili a fulmini, in assenza di un reale stimolo luminoso proveniente dall’esterno? In gergo medico si chiamano fotopsie e, generalmente, si manifestano nella zona periferica del campo visivo.

«I pazienti descrivono spesso la sensazione di avere qualcuno che accende una sigaretta al loro fianco, perché vedono la tipica scintilla generata dall’accendino», racconta il dottor Mario Fagiano, oculista presso la Clinica Santa Caterina da Siena di Torino. «Note anche come fosfeni, queste percezioni luminose non vanno mai sottovalutate: seppure siano del tutto benigne nella maggior parte dei casi, talvolta possono nascondere patologie oculari di una certa gravità».

Cosa sono le fotopsie

Percepibili sia ad occhi aperti che chiusi, le fotopsie sono spesso causate da una sollecitazione meccanica della retina. «Ciascuno di noi può “provocarsi” questi flash premendo con vigore un angolo dell’occhio. Ed è quello che accade quando sbattiamo la testa contro un’anta della cucina e diciamo di aver letteralmente visto le stelle», scherza il dottor Fagiano. «Addirittura, sono stati descritti casi di bambini nati ciechi che avevano imparato a premere sul bulbo oculare per gratificarsi con una sensazione luminosa, ma provocandosi delle intaccature sull’osso dell’orbita».

A preoccuparci devono essere quelle situazioni in cui le “stelle” compaiono senza una causa apparente, come un urto o lo stropicciamento degli occhi. «Vedere delle scintille spontanee all’improvviso e in pieno benessere deve condurci in fretta dall’oculista per escludere problemi alla retina», tiene a precisare il dottor Fagiano.

Le fotopsie non vanno confuse con altro

Le fotopsie non vanno confuse con altre condizioni dove è possibile visualizzare dei flash luminosi. «Per esempio, questo può accadere se la pressione arteriosa si abbassa bruscamente, ma in questo caso i lampi di luce non sono localizzati in un punto preciso del campo visivo, ma compaiono a corona», illustra l’esperto.

Lo stesso vale durante gli episodi di forte emicrania, anche qui con una differenza sostanziale: non si tratta di flash luminosi, ma di zigzag simili ai fulmini disegnati dai bambini.

«Un altro caso riguarda i pazienti con epilessia che assumono farmaci specifici: spesso lamentano fotopsie, tipicamente verdi o gialle. Lo stesso vale per gli uomini che assumono farmaci contro la disfunzione erettile, ma qui i lampi sono azzurri».

Le vere fotopsie non vanno confuse neppure con le “stelline” che abbiamo l’impressione di vedere dopo esserci sottoposti a fonti di luce molto intense oppure quando passiamo da una stanza buia a un’altra troppo luminosa: in questi casi, si tratta di una naturale reazione di adattamento dell’occhio.

Quali sono le cause delle fotopsie

Se viene sollecitata, la retina è l’unico tessuto oculare in grado di generare delle sensazioni luminose. «In genere, il responsabile di queste sollecitazioni è il corpo vitreo, una gelatina che riempie l’interno dell’occhio», evidenzia l’esperto. «Il termine “vitreo” fa riferimento alla sua trasparenza, simile al vetro, nonostante delle minuscole impurità che possono transitare davanti al campo visivo e dare la sensazione di piccole mosche volanti, definite miodesopsie».

Il corpo vitreo ha una consistenza collosa, che consente la sua aderenza alla retina: «Immaginiamo di immergere le dita in un barattolo di miele: quando le solleviamo, si formano dei fili. Lo stesso accade durante i movimenti del corpo, per esempio quando spostiamo la testa verso l’alto, verso il basso, a destra o a sinistra, perché il corpo vitreo sollecita meccanicamente la retina».

A quel punto possono verificarsi tre diverse situazioni: se appiccichiamo un’etichetta sulla carta e poi vogliamo staccarla, possiamo riuscirci senza problemi oppure possiamo lacerare il foglio o, per lo meno, rovinare un po’ la carta. «Nell’occhio accade la stessa cosa durante le sollecitazioni meccaniche della retina, che può rimanere integra, lacerarsi oppure subire la rottura di un capillare».

Come si diagnosticano le fotopsie 

Siccome le fotopsie non danno segni esterni, nel senso che l’occhio appare del tutto normale, l’unico a poter verificarne la causa del problema (ma anche la gravità) è l’oculista con un’accurata visita e con l’esame del fondo oculare.

«Grazie alle strumentazioni moderne e ad alta precisione, oggi la retina si può osservare senza necessità di dilatare la pupilla e, dunque, con un minore disagio per il paziente», ricorda il dottor Fagiano. «A partire dai 50 anni, è piuttosto comune diagnosticare il problema, perché il corpo vitreo è soggetto a un fisiologico processo di invecchiamento: se prima riempiva per intero il bulbo oculare, con il tempo si disidrata e diminuisce in termini di volume, per cui si arriva ad avere “più occhio” che vitreo. Così, quest’ultimo si stacca e può determinare o meno problemi, come la famosa etichetta che cerchiamo di togliere dal foglio».

Come si trattano le fotopsie 

Anche se il distacco del vitreo di per sé non è tipicamente pericoloso e può risolversi senza trattamento, talvolta precede o segnala un distacco della retina, una condizione molto più grave che richiede un intervento immediato per prevenire la perdita permanente della vista.

In particolare, se le fotopsie derivano da una retina lacerata ma non “scollata”, è possibile intervenire chirurgicamente con il laser: la durata del trattamento (totalmente indolore) non supera i 10-15 minuti e il paziente può tornare alla sua vita normale nell’arco di un’ora.

«Il laser “scalda” la retina e sfrutta lo stesso effetto per cui le uova si trasformano in frittata, perché le proteine si coagulano e creano una cicatrice che tiene la retina in posizione», descrive l’esperto. Se invece la retina è anche staccata, l’intervento necessario è più complesso: richiede circa due ore e una convalescenza di un paio di settimane. «Ecco perché la diagnosi precoce è fondamentale», afferma il dottor Fagiano.

«Bisogna intervenire prima che avvenga il distacco, che si manifesta nell’arco di qualche giorno o settimana dalle prime avvisaglie. Preoccupiamoci soprattutto se i flash si manifestano sempre nello stesso punto del campo visivo: significa che c’è un problema localizzato». Ancora più grave se le fotopsie si associano a un peggioramento improvviso delle “mosche volanti” e a una sensazione di annebbiamento: «Qui, la possibilità di un distacco di retina è molto forte», avverte l’esperto.

Come si prevengono le fotopsie 

Non esiste una vera e propria prevenzione per le fotopsie, ma bere molto può aiutare a mantenere in salute il corpo vitreo, particolarmente sensibile all’idratazione.

«Ci sono casi di lacerazioni retiniche in persone che si sono disidratate durante una passeggiata in montagna oppure in occasione di sforzi fisici intensi: il vitreo può asciugarsi, staccarsi e portare dietro di sé un pezzetto di retina», avverte l’esperto, che conclude: «La retina è simile alla tappezzeria incollata alla parete di una stanza piena di liquido: quando sulla tappezzeria si crea un foro, inesorabilmente il liquido si infila dietro e forma una bolla, che rappresenta il distacco di retina. Bisogna correre ai ripari prima che questo accada».


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