L’epilessia è una delle patologie neurologiche più diffuse, ma anche una delle più circondate da timori e pregiudizi. Tra le rinunce più frequenti c’è proprio lo sport: molte persone con epilessia infatti evitano l’attività fisica per paura di una crisi, di farsi male o di non essere accettate.
Eppure oggi la medicina è chiara: sport ed epilessia possono convivere. Con le giuste precauzioni, l’attività fisica non solo è possibile, ma può migliorare la qualità della vita, l’umore, la sicurezza in se stessi e, in alcuni casi, persino il controllo delle crisi.
Ne abbiamo parlato con il dottor Michele Viana, neurologo, neuroscienziato e divulgatore che ci ha spiegato come in molti casi lo sport diventa uno strumento prezioso per migliorare la qualità della vita.
Capire l’epilessia per superare i limiti
L’epilessia è una patologia neurologica caratterizzata dalla comparsa di crisi epilettiche ricorrenti, dovute a un’alterazione temporanea dell’attività elettrica del cervello.
Le manifestazioni possono essere molto diverse tra loro: alcune crisi sono molto evidenti e coinvolgono tutto il corpo (ad esempio con movimenti involontari e ripetitivi ai quattro arti), altre sono più “silenziose” e si presentano come brevi assenze, sensazioni strane o piccoli movimenti involontari.
Inoltre, alcuni pazienti rispondono molto bene alle terapie, conducendo una vita completamente libera da crisi epilettiche, mentre in altri pazienti questa condizione non si riesce a raggiungere (epilessie farmacoresistenti). Proprio per questa grande varietà, non esistono regole uguali per tutti. Ogni persona ha una storia clinica unica e, di conseguenza, anche il rapporto con lo sport deve essere personalizzato.
Epilessia: gli sport più o meno a rischio
Negli ultimi anni numerosi studi hanno dimostrato che l’attività fisica migliora l’umore, riduce stress e ansia, favorisce il sonno e rafforza l’autostima. L’attività fisica è quindi generalmente incoraggiata sia per i citati benefici generalizzati per la salute sia per il benessere psico-sociale. Infatti lo sport rappresenta uno spazio di relazione e inclusione, particolarmente importante per chi convive con una malattia spesso invisibile ma fortemente stigmatizzata.
Per trasformare l’attività fisica in un’esperienza sicura e positiva è fondamentale partire da una valutazione con il neurologo curante. Verranno considerate attentamente il tipo di crisi, la loro frequenza e il grado di controllo ottenuto con la terapia. In base a questi elementi, si può scegliere una disciplina compatibile con il proprio stile di vita e con i propri desideri, evitando quelle attività in cui una crisi potrebbe avere conseguenze gravi.

«La lega internazionale contro l’epilessia (ILAE) ha classificato gli sport in base al rischio di lesioni o complicazioni associate a una crisi durante l’attività», spiega il dottor Viana. Il gruppo 1, quello a basso rischio, include attività senza rischio significativo per la persona o per gli altri in caso di crisi (ad esempio camminata, jogging, yoga, ginnastica leggera).
Il gruppo 2, invece, è a rischio moderato e include alcune attività che richiedono attenzione e supervisione individuale (nuoto con supervisione, sci alpino con accompagnatore). Infine il gruppo 3 è ad alto rischio. Qui le attività comportano potenzialmente grave rischio di infortunio in caso di crisi (arrampicata, sport motoristici, immersioni subacquee).
L'importanza della valutazione individuale
Le indicazioni generali dicono che le persone con assenza di crisi da almeno 12 mesi (o risoluzione dell’epilessia) possono di solito partecipare a qualsiasi tipo di attività fisica o sport, incluse quelle con un moderato livello di rischio, salvo specifiche condizioni cliniche.
Gli sport classificati Group 3 (alto rischio) non sono automaticamente vietati, ma richiedono una approfondita valutazione individuale (tipo di epilessia, rischio di ricorrenza, eventuale aura affidabile, fattori scatenanti...), spesso necessitano di periodi più lunghi di libertà da crisi, a seconda della disciplina e del contesto.
In persone con crisi non completamente controllate, è appropriato incentivare attività fisica a basso rischio e con supervisione, evitare sport ad alto rischio e limitare sport a rischio moderato, consigliare la presenza di un assistente o compagno di sport soprattutto in attività come nuoto o ciclismo.
Il dottor Viana però evidenzia un aspetto importante: «Ogni persona che soffre di epilessia dovrebbe essere valutata individualmente per definire bene i rischi cui potrebbe andare incontro durante la pratica di uno sport, qualunque esso sia».
Anche con crisi non controllate, muoversi è possibile
Anche chi ha un’epilessia farmacoresistente, con crisi ancora non completamente controllate, non deve rinunciare a muoversi. In questi casi è importante scegliere attività semplici, svolte in ambienti protetti e in compagnia, dove qualcuno sappia come comportarsi se dovesse verificarsi una crisi.
Nella vita quotidiana, piccoli accorgimenti fanno una grande differenza. Allenarsi dopo aver dormito a sufficienza, mangiare regolarmente, evitare sforzi eccessivi e informare chi ci sta intorno della propria condizione sono gesti che aumentano la sicurezza e riducono l’ansia. Molte persone raccontano che, con il tempo, lo sport diventa un momento di libertà, non più di paura.
L’epilessia quindi non definisce una persona, né deve limitarne i sogni. Con informazione, ascolto del proprio corpo e il supporto dei professionisti, lo sport può diventare parte di una vita piena, attiva e consapevole.

