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Acufeni: che cosa sono e come metterli a tacere

Vero e proprio tormento alle orecchie, in genere segnalano un calo uditivo. Ecco le soluzioni

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Gli acufeni sono come la febbre: non una malattia ma il sintomo di qualcosa che non va. Ne soffre in maniera cronica il 5% della popolazione, mentre le persone che riferiscono di aver avvertito transitori e fastidiosi fischi, sibili e ronzii alle orecchie sono ben il 40%.

A cosa sono dovuti? «Nella stragrande maggioranza dei casi, la causa è un calo dell’udito che può essere monolaterale o bilaterale», spiega il professor Enrico Fagnani, otorinolaringoiatra e audiologo presso l’unità operativa di audiologia del Policlinico di Milano. «Può trattarsi anche di un calo minimo, inavvertibile, o addirittura l’acufene può segnalare in anticipo un deficit uditivo imminente. Per questa ragione non bisogna trascurare il fastidio ma sottoporsi subito a un test audiometrico tonale (si esegue ascoltando suoni e voci di diversa intensità in cuffia ndr)».


QUANDO LA COCLEA SI FA SENTIRE

Se l’audiologo non evidenzia nessun difetto uditivo, è bene fare un secondo test più approfondito: valuta la percezione delle frequenze tra un tono e l’altro e di quelle più alte, sopra gli 8000 Hertz.

Ma perché quando cala l’udito compaiono gli acufeni? «Perché si evidenziano i rumori elettrici di fondo della coclea, l’organo uditivo dell’orecchio interno che si comporta da analizzatore e decodificatore di tutti i suoni», risponde il professor Fagnani.

«È un po’ come quando, nel silenzio più totale della notte, si avverte il rumore del frigorifero, normalmente non percepito. Se, parlando con il paziente, l’otorino scopre che calo uditivo e acufeni sono comparsi in seguito a barotraumi ripetuti (tipici di chi fa immersioni) o a otiti ricorrenti, si aspetta qualche mese per vedere se i fastidiosi sibili passano da soli. Se, invece, c’è il sospetto che si tratti di qualcosa di più serio può prescrivere esami di secondo livello, come i potenziali evocati uditivi (una specie di elettroencefalogramma per vedere lo stato di salute del nervo acustico e delle vie uditive centrali) o la Rmn (risonanza magnetica nucleare) con mezzo di contrasto. Escluse patologie importanti, come i tumori cerebrali (benigni o maligni), la sclerosi multipla e le lesioni nervose degenerative, si può compensare il calo uditivo dovuto spesso al passare degli anni con una miniprotesi acustica da indossare durante il giorno».

Discreta e leggerissima, questa amplifica le informazioni sonore, per ricreare le condizioni di ascolto ottimale, e nel contempo genera essa stessa dei suoni “distraenti”, come il rumore di una cascata o lo sciabordio delle onde, per distogliere l’attenzione ossessiva verso l’acufene. Non sono suoni “di copertura”, come si crede, ma una vera terapia chiamata Trt (Tinnitus Retraining Therapy) che ha lo scopo di riprogrammare la rete neuronale pronta a captare i suoni, decondizionandola dall’abitudine di prestare ascolto agli acufeni.


E SE FOSSE UN PROBLEMA DI DENTI?

A volte la comparsa degli acufeni viene associata a piccole-grandi alterazioni posturali dovute a malocclusione dentale, alla mancanza di denti o alla cervicalgia. Verità o luogo comune?

«Verità. In questo caso si parla di acufeni propriocettivi perché legati alla percezione del proprio corpo nello spazio», risponde Fagnani. «Se le arcate dentarie non combaciano, ad esempio, si crea una tensione muscolo-facciale che fa sentire di più il lavoro della coclea, con il sottofondo sonoro di segnali elettrici. Certo, si tratta di suoni preesistenti, non dovuti alla postura. Ma basta un minisquilibrio all’articolazione temporomandibolare per fare uscire allo scoperto fruscii che altrimenti passerebbero inosservati».


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Articolo pubblicato sul n. 26 di Starbene in edicola dal 12/6/2018

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