Sfide fitness su TikTok e IG: motivazione o ossessione? I consigli
Il fascino delle challenge fitness sui social, il peso delle aspettative e le strategie per trovare un equilibrio sano nel mondo dei social. Le sfide si vincono così

Con la consulenza della dottoressa Elena Cernuschi, psicologa clinica e dello sport
Su TikTok e Instagram il benessere è diventato un fenomeno collettivo. Routine da replicare, sfide da 30 giorni: milioni di persone sperimentano challenge dedicate al movimento. Ma queste pratiche, nate nei feed social, sono davvero in grado di migliorare forma e benessere? O rischiano di creare pressioni e confronti continui? Per orientarsi tra opportunità e limiti, abbiamo intervistato la dottoressa Elena Cernuschi, psicologa clinica e dello sport, fondatrice di @psicologiaepalestra, che ci aiuta a leggere il fenomeno con uno sguardo scientifico e allo stesso tempo profondamente umano.
Perché sono nate le challenge di benessere sui social?
«Le challenge nascono perché i social offrono soluzioni rapide, accessibili e a costo zero, anche in ambito salute. TikTok e Instagram amplificano comportamenti collettivi sfruttando dinamiche psicologiche come la prova sociale o l’impegno pubblico. Oggi le sfide più popolari riguardano prevalentemente il movimento quotidiano (#PlankChallenge, #Walk300Days)».
Cosa spinge le persone a partecipare?
«Conta di più la motivazione personale o la sensazione di far parte di una community? La partecipazione è guidata dai nostri sistemi motivazionali interpersonali, cioè modalità innate che regolano il comportamento sociale. A seconda della persona, la motivazione può derivare dalla cooperazione (“raggiungiamo un obiettivo insieme”), dal bisogno di sentirsi competenti, valorizzati o sostenuti, dal desiderio di sostenere gli altri, dalla curiosità o dal bisogno di sentirsi attraenti agli occhi di potenziali partner».
Esistono rischi? Come evitare ossessioni, ipercontrollo o confronti tossici?
«Dipende da come le challenge vengono vissute. Chi ha tratti perfezionistici o una forte sensibilità al giudizio può cadere in rigidità, ipercontrollo o trascurare bisogni fondamentali pur di non “saltare un giorno”. La ricerca continua di like e commenti può rinforzare l’idea che il proprio valore personale dipenda dal feedback esterno, aumentando il rischio di disturbi nelle persone predisposte».
Quanto conta la continuità e cosa succede quando manca?
«La ripetizione è essenziale: gli studi sulla formazione delle abitudini confermano che solo la costanza trasforma un comportamento in uno stile di vita stabile. Anche un singolo gesto di self-care ha valore, ma per un impatto significativo sulla salute è necessario che diventi una routine duratura».
Le challenge funzionano meglio in alcuni contesti culturali?
«Sì: nelle culture che valorizzano salute, performance, disciplina o immagine corporea, l’adesione è più alta. Viceversa, contesti con altre priorità sociali o con minore accesso a tempo, spazi e risorse vedono una diffusione inferiore».
App, reminder e tracking: aiutano davvero o rischiano di creare dipendenza?
«Sono strumenti utili perché forniscono rinforzi (notifiche, premi, badge) che sostengono la ripetizione del comportamento. Tuttavia, se attivano un forte circuito dopaminergico possono favorire dipendenza o eccessiva ricerca di validazione. Inoltre, la letteratura scientifica mostra un’associazione tra l’uso di app contacalorie/contapassi e alimentazione disordinata, insoddisfazione corporea ed esercizio compulsivo. Usarli in modo sano significa ricordare che non misurano il nostro valore».
A proposito di scienza, cosa dice questa sui benefici?
«Alcune ricerche mostrano che negli adulti e negli anziani l’uso di app aumenta il numero di passi giornalieri. Nei più giovani i benefici riguardano l’intensità dell’attività, ma non la riduzione della sedentarietà. Restano però molti limiti metodologici e studi più recenti evidenziano anche rischi etici e psicologici legati alle app che promuovono le challenge».
Cosa rende le challenge così coinvolgenti… o al contrario difficili da portare avanti?
«Dal punto di vista della psicologia dello sport, le challenge funzionano perché prevedono obiettivi chiari e monitorabili, creando motivazione e senso di squadra. Favoriscono anche l’autoefficacia, cioè la percezione di “potercela fare”. Tuttavia, se gli obiettivi non sono personalizzati o troppo rigidi, il rischio è l’abbandono precoce. Inoltre, stimolano soprattutto motivazioni estrinseche (risultati, prestazioni) che sono meno durature di quelle intrinseche (piacere dell’attività)».
Come integrare una challenge nella routine senza sentirsi sopraffatti?
«Serve fare attenzione al proprio stato emotivo e fisico, porsi obiettivi realistici e personali, legati al piacere più che alla performance. Meglio piccoli passi graduali che modalità “tutto o nulla”. È utile anche scegliere momenti della giornata in cui non ci si sente già sovraccarichi, mentalmente o fisicamente».
Quanto conta l’autoefficacia? E come si può potenziare?
«Le challenge possono aumentare l’autoefficacia in vari modi: facendo sperimentare piccoli traguardi, osservando il successo di altri simili a noi, ricevendo incoraggiamento da figure significative o visualizzando mentalmente il successo del cambiamento personale. Ovviamente, il processo può procedere anche al contrario se si sperimentano fallimenti o mancanza di supporto».
Che impatto hanno sull’autostima?
«Dipende dal funzionamento psicologico di ciascuno. In persone perfezioniste o sensibili al giudizio, l’autostima può oscillare molto in base alla challenge, soprattutto se il valore personale viene legato ai risultati o al confronto con gli altri».
Ci sono casi in cui le challenge hanno cambiato davvero la vita delle persone?
«Sì. Ho visto percorsi in cui le sfide hanno favorito il benessere e un cambiamento duraturo dello stile di vita. Funzionavano quando la community non era solo digitale, ma anche reale: gruppi in palestra, eventi, incontri. Fondamentali erano anche l’assenza di giudizio, la flessibilità e la possibilità di non partecipare sempre senza sentirsi “meno capaci”. Venivano valorizzati divertimento, ascolto dei limiti e gradualità».
Come metterti in gioco: vademecum per il benessere psicologico
1. Chiediti: perché lo sto facendo? Essere consapevoli di quali siano i bisogni che mettiamo in campo aderendo a una challenge è il primo passo per far sì che contribuisca davvero al nostro benessere
2. Valuta il rischio della challenge: Qual è la sua finalità? Posso farmi male seguendola? Chi la sta proponendo e perché? Lo farei anche senza l’adesione “pubblica” e condivisa? è in linea con i miei valori?
3. Ascoltati: se senti malessere (fisico o emotivo) o la challenge interferisce con altri bisogni (riposo, relazioni sociali...) è il momento di rallentare o modificare qualcosa.
4. Monitora il tuo piacere: quanto mi sto divertendo? coltivare la motivazione intrinseca è fondamentale per trovare costanza a lungo termine.
5. Valuta il tempo reale a disposizione: se richiede troppo, meglio adattarla alla propria routine. Ricorda, la chiave per la costanza è la sostenibilità.
6. Evita il confronto poco costruttivo: le challenge sono benefiche se vissute come stimolo, non come prova di autostima.
7. Personalizza: 30 giorni di plank possono diventare 10, oppure 30 secondi anziché 1 minuto.


