Sei la CEO della famiglia? Attenta al Mental Load, il peso invisibile che fa male anche al corpo

Conosciuto anche con il termine di “sovraccarico mentale”, il Mental Load colpisce soprattutto le donne che devono occuparsi delle incombenze che riguardano la casa e la famiglia, compresi i parenti anziani. Un lavoro organizzativo che può provocare ansia, stress ma anche disturbi fisici specifici

Sei la CEO della famiglia? Attenta al Mental Load, il peso invisibile che fa male anche al corpo
Foto: Pexels

Quando parliamo di stress e carico eccessivo, sia mentale sia fisico, l’immagine è quella della donna tacchi e tubino che cammina a passo milanese (nella metropoli lombarda tutti vanno di fretta, tranne i turisti), con lo smartphone in mano, le cuffie bluetooth e la borsa gonfia con agenda e portatile. In realtà, i veri amministratori delegati con pieni poteri decisionali sulla gestione della “vita degli altri” a 360° sono quei milioni di compagne, mogli e madri che una volta venivano catalogate come “casalinghe”. Viste soprattutto dagli uomini (purtroppo ancora oggi) come lavoratrici di serie B atte a produrre azioni “scontate” e “quasi obbligatorie per chi non lavora…”, corrispondono allo stereotipo del butta la pasta, pulisci casa, prendi i bambini, fagli fare i compiti e accompagna alla visita medica il nonno. Una fotografia riduttiva per un vero AD che tiene costantemente aperte e aggiornate cinque agende, la sua, quella del marito, dei figli, della vita sociale della famiglia e dei genitori anziani. Altro che call da remoto! Risultato: il Mental Load, o Sovraccarico mentale, che non porta solo stress e ansia, ma colpisce fisicamente l’organismo femminile in parti precise. Come spiega la nostra esperta, Maria Giovanna Luini, medico psicosomatista e psicoterapeuta a Milano.

In che modo si manifesta il Mental Load nelle donne?

Nel tentativo, illusorio e stressante, di tenere nelle proprie mani (e a mente) qualsiasi cosa sia inerente ai membri della famiglia. Ciò, alla lunga, porta a un sovraffaticamento cerebrale e fisico, ma anche a un rimuginio mentale, cioè a una sorta di loop che altro non è che un circuito neuronale del pensiero che comincia ad avvitarsi su se stesso. E questo lo dicono le neuroscienze più avanzate.

È volontario o “automatico” quando si fa troppo?

Volontario: è legato al tentativo un po’ estremo (somiglia all’ormai criticato multitasking delle manager) di controllare tutto, persino di prevenire le esigenze altrui e, in casa, di arrivare dappertutto. Un tipo di organizzazione che per molte lavoratrici nel mondo delle aziende non è richiesto. Risultato? Il sovraccarico mentale.

Pesante ma anche frustrante?

Sì, perché si pensa “Io non lavoro ma in realtà ne faccio quattro di mestieri”. Ed è un impegno completo a tutti gli effetti, che spesso comprende non solo quello educativo dei figli o l’altrettanto complicata gestione affettiva del partner, ma anche la posizione di caregiver, soprattutto dai 40 anni in poi. La quota di frustrazione, così, può diventare inevitabile e deriva dal fatto che questo, cioè un vero impiego a tempo indeterminato con straordinari e festivi non pagati, non viene riconosciuto in pieno nella nostra cultura, anche se ci sono stati tentativi politici persino di retribuirlo.

E allora arrivano il solito stress e l’ansia…

Non solo. Qui entriamo nel terreno della medicina psicosomatica, che attribuisce al peso mentale specifici legami fisici a diverse aree del corpo. C’è chi reagisce al Mental Load con gli acufeni, quei sibili e ronzii che disturbano l’udito, come se il cervello, a furia di pensare troppo, da motore surriscaldato dovesse far uscire il calore in eccesso dalle orecchie. Oppure chi digrigna e sfrega i denti di notte, per liberarsi in questo caso di una rabbia latente: sono pazienti che si riconoscono osservando i canini, denti che dovrebbero essere più alti degli altri, ma in chi soffre di bruxismo risultano livellati al resto della dentatura, o più corti. E poi le vertigini di chi non regge il carico mentale, quindi dondola quando si alza da seduta o dal letto; i dolori cervicali di chi porta un peso sulle spalle (tipico delle persone che curano i genitori anziani). Non è solo stress, ansia o, in alcuni casi, depressione, ma molto di più.

E come si cura?

In due modi: con la psicoterapia e lo specialista di riferimento (il dentista per il bruxismo, l’ortopedico per la cervicale, l’otorino per gli acufeni). Non basta risolvere i sintomi perché se non si eradica la causa mentale del problema, i fastidi sono destinati a tornare, prima o poi. Ciò è interessante perché in psicoterapia questa specificità dei sintomi aiuta a orientarsi anche verso un certo genere di stress. Ce ne sono diversi e non vanno curati sempre allo stesso modo. 

L’ansia accompagna sempre i sintomi fisici?

Spesso. Si esprime con la sensazione che non si uscirà mai da questo loop, che comunque il proprio destino è quello di diventare un jolly della famiglia, oppure di essere utile agli altri ma non poter badare a se stessi. Sono idee che aggravano il carico mentale. Il problema è che quest’ultimo spesso non è che venga attribuito ad altri “approfittatori” poco disponibili ad aiutare, che ci contano e se ne avvantaggiano almeno un po’, ma siamo noi a nutrirlo, a convincerci di essere in qualche modo depositarie di uno sforzo mentale necessario. Perché se manchiamo noi, chissà cosa succede.

Una sua collega ha parlato di “pernite”…

Sì, perché con un Mental Load di questo genere si sviluppa il senso di essere il perno di tutto. Da un lato è pesante, dall’altro molto gratificante, quindi aggrava la necessità di controllo estremo. Un cane che si morde la coda.

Come se ne esce?

Con tecniche di psicoterapia come la “distensione immaginativa”, ma anche, banalmente, ritrovando veri spazi per sé. Basta un’ora al giorno in cui non si fa nulla di “utile” per gli altri, ma ci si dedica a se stesse e a ciò che nutre la nostra psiche. Quello che in qualche modo ci produce piacere, che può essere curare le piante, guardarsi una serie televisiva, camminare, farsi un bagno, dedicarsi alla beauty care, possibilmente scollegati dai mezzi tecnologici. Le donne però fanno una fatica incredibile a trovare quest’ora al giorno, all’inizio del percorso psicologico bisogna prescriverla come se fosse una medicina.

E se l’ansia e i pensieri riprendono il sopravvento?

Qui si tratta di fermare il loop mentale, che è importantissimo. E il primo passo per riuscirci è prendere del tempo per sé. E il secondo è usare letteralmente le mani. Quando sentiamo che quel rimuginio è proprio lì che ci rosicchia la testa, impegniamole: utilizziamole per disegnare, cucinare, usare una pallina antistress, scrivere. Serve a interrompere fisiologicamente il cane che si morde la coda, è provato da studi scientifici. Non bastano minuti, dedichiamoci del tempo, la famosa ora. Tutti i giorni. Si può, basta iniziare.

Prova la distensione immaginativa

Messa a punto da due esperti dell’Istituto Riza, Pietro Parietti e Maria Ceriani, la distensione immaginativa è una tecnica di rilassamento guidata dall’esperto. Agisce sulle sensazioni, le percezioni e le immagini corporee. «Lo psicoterapeuta non sussurra al paziente “Pensati al mare o in un campo di fiori”», spiega Maria Giovanna Luini, «ma pronuncia determinate parole chiave (gli schemi terapeutici sono diversi) che inducono un rilassamento profondo, molto vicino all’ipnosi». È dal paziente che poi emergono immagini personali, sensazioni fisiche, percezioni nascoste: la distensione immaginativa fa apparire le manifestazioni dell’inconscio attraverso il corpo, attiva una serie di impulsi fisici e mentali che arrivano spontaneamente. «Ciò non avviene necessariamente durante il rilassamento, perché quest’ultimo spesso è profondo, ma alla fine di esso c’è quella che chiamiamo restituzione», spiega Luini. «Durante la tecnica, il paziente vive delle esperienze che poi riferisce. Questo serve per proseguire la psicoterapia e tagliarla su misura, in base al tipo di stress e alle caratteristiche individuali».

Impara a chiedere l’aiuto che ti serve davvero

“Sono stanca morta, per favore aiutami, fai qualcosa!”. Sembra la classica scenetta in cui lui torna a casa dal lavoro e si stravacca sul divano e lei, reduce da una full immersion casa e famiglia di 12 ore, lo richiama all’opera. Chiedere aiuto è più che comprensibile! «E invece molte donne addirittura rifiutano una mano», sottolinea Maria Giovanna Luini. Come mai? «Per ottenere un sostegno “esterno” efficace dobbiamo essere consapevoli di quali siano le nostre difficoltà e di essere in Mental Load. Inoltre, in famiglia, la persona cui chiediamo collaborazione in genere presume di conoscerci e sapere quale sia la nostra necessità. L’ideale invece sarebbe che chiedesse: “Dimmi tu come posso aiutarti”. Quindi non semplicemente  alzarsi e sparecchiare oppure andare a fare la spesa. Per esempio, ci sono donne che chiedono al marito di abbracciarle di più. Può sembrare assurdo, ma a volte gli aiuti richiesti sono atti che non c’entrano niente con la fatica fisica e la collaborazione domestica. È sorprendente: se si va a chiedere “ma qual è l’aiuto che posso darti”, la risposta spesso può essere “avrei bisogno che mi facessi compagnia mentre cucino, che guardassi un film insieme a me…”. È una necessità di ascolto, non semplicemente di sparecchiare».

I sintomi rivelatori del Mental Load

  1. Vertigini: corrispondono all’incapacità di “reggere” il peso del carico. E allora il corpo “dondola”.
  2. Bruxismo (o digrignamento notturno): è legato alla rabbia latente, inespressa. L’appiattimento dei canini lo rivela.
  3. Acufeni e ronzii: segnalano uno squilibrio fra mente razionale (iper-ragionamento) e corpo/istinto. Vengono descritti come uno “sfiato” dello sfogo cerebrale.
  4. Dolori cervicali e alle spalle, incurvamento: sono provocati dal “peso sulle spalle” da sopportare, anche del caregiver dei genitori anziani.
  5. Ansia e depressione: sensazione di essere intrappolate nel loop, di esistere solo in funzione degli altri.