Il cambiamento che stiamo cercando potrebbe cominciare da un’idea. Spesso difendiamo le nostre convinzioni come se modificarle significasse ammettere di aver sbagliato, mettere in discussione chi siamo o rinunciare alle nostre certezze. Eppure, imparare a guardare le cose da una prospettiva diversa può aprirci possibilità che non avevamo nemmeno preso in considerazione. È uno dei messaggi emersi durante I Feel Good, l’evento dedicato al benessere organizzato da Starbene e Donna Moderna a Milano. Qui lo psicologo Luca Mazzucchelli ci ha ricordato che cambiare idea non è un segno di debolezza, ma una preziosa risorsa di crescita personale. Le convinzioni, infatti, influenzano il modo in cui affrontiamo le sfide, viviamo le relazioni e immaginiamo il nostro futuro.
Ma come riconoscere le convinzioni che ci tengono bloccati? E come sostituirle con pensieri capaci di aiutarci a stare meglio e a fare scelte diverse? Lo abbiamo chiesto proprio al dottor Mazzucchelli, che è anche divulgatore e autore del libro Basta un’idea. È lui ad accompagnarci alla scoperta dei meccanismi mentali che ci limitano, suggerendoci come allenare, nella vita di tutti i giorni, la capacità di cambiare prospettiva.
Come imparare a cambiare idea senza sentirsi incoerenti?
Penso che uno degli errori più grandi che possiamo fare sia confondere le nostre idee con la nostra identità. Ci affezioniamo talmente tanto a ciò che pensiamo da arrivare a credere che cambiare opinione significhi rinnegare una parte di noi. Eppure, prova a pensarci: quante idee che avevi dieci anni fa oggi non condividi più? Probabilmente molte. Questo significa che dieci anni fa eri una persona incoerente? Io credo che significhi semplicemente che, nel frattempo, sei cresciuta, hai fatto nuove esperienze, hai imparato qualcosa.
Il problema nasce quando iniziamo a difendere una convinzione soltanto perché è nostra, anche di fronte a evidenze che la mettono in discussione. È come continuare a utilizzare una vecchia mappa per orientarci in una città che nel frattempo è cambiata. Possiamo anche essere affezionati a quella mappa, ma difficilmente ci porterà dove desideriamo andare. Nel mio libro Basta un’idea invito proprio a sviluppare questa capacità: osservare le proprie convinzioni, metterle alla prova e avere il coraggio di modificarle quando smettono di esserci utili. Cambiare idea può essere uno dei segnali più evidenti della nostra crescita.
Come possiamo riconoscere quando un pensiero ci sta limitando?
Ci sono idee che diventano così familiari da sembrare verità assolute. Penso a convinzioni come “Se voglio essere una buona madre, devo mettere sempre i bisogni degli altri prima dei miei”, oppure “Alla mia età è troppo tardi per ricominciare”, “Se chiedo aiuto significa che non sono abbastanza capace“, “Per avere successo devo riuscire a fare tutto perfettamente“. Il problema è che spesso queste idee non le abbiamo nemmeno scelte consapevolmente. Le abbiamo assorbite crescendo, attraverso l’educazione ricevuta, i modelli familiari, la cultura e le aspettative sociali.
Nel libro racconto la storia di un elefante che, da piccolo, viene legato a un paletto con una corda. Prova ripetutamente a liberarsi, senza riuscirci. Quando diventa adulto avrebbe tutta la forza necessaria per spezzarla, ma non ci prova nemmeno più: è convinto di non potercela fare. Ecco, credo che ciascuno di noi abbia qualche paletto invisibile al quale continua a rimanere legato.
Ma è possibile liberarsi dai paletti invisibili?
Sì. Per riconoscerli propongo uno strumento che ho chiamato Metodo VEGA, attraverso il quale possiamo mettere alla prova le nostre convinzioni. Le domande fondamentali sono: quello che penso è davvero vero? Questa idea mi aiuta ad andare nella direzione che desidero? È un pensiero costruttivo per me? Direi la stessa cosa a una persona a cui voglio bene?
Prendiamo la convinzione: “Sono troppo vecchia per cambiare lavoro”. È davvero una verità universale? Conosciamo persone che hanno svoltato professionalmente alla nostra età o anche più tardi? E soprattutto, che effetto produce questa idea? Ci aiuta a esplorare nuove possibilità oppure ci porta a rinunciare ancora prima di provarci? Le idee più pericolose sono spesso quelle che abbiamo smesso di mettere in discussione, perché finiscono per decidere al posto nostro quali possibilità meritano di essere esplorate e quali vanno escluse a priori.
Cosa ci tiene ancorati a un modo di pensare che non funziona più?
Una delle ragioni è che la nostra mente ama ciò che conosce. Anche una convinzione limitante, se ci accompagna da molti anni, può diventare rassicurante. Ci offre una spiegazione familiare della realtà e, soprattutto, ci evita la fatica e l’incertezza di sperimentare qualcosa di diverso. Pensa a una persona convinta di non essere portata per parlare in pubblico. Ogni volta che si presenta l’occasione di prendere la parola, rinuncia. In questo modo evita il disagio immediato, ma perde anche l’opportunità di fare esperienza, migliorare e magari scoprire di essere molto più capace di quanto immaginasse. Il suo comportamento finisce così per confermare la convinzione di partenza. È un circolo vizioso che può durare anni.
Qual è il primo passo verso il cambiamento?
Il primo passo che suggerisco è imparare a distinguere un fatto dall’interpretazione che ne diamo. Se una presentazione è andata male, il fatto è che quella presentazione non ha funzionato come speravamo. L’idea “non sono capace di parlare in pubblico” è invece una conclusione che abbiamo tratto da quell’esperienza. E potrebbe essere sbagliata. Una volta riconosciuta questa differenza, possiamo provare a formulare un pensiero alternativo: “Questa volta ho avuto delle difficoltà, ma posso imparare a gestirle meglio”. Non serve convincersi improvvisamente di essere bravissimi. Anzi, un pensiero troppo distante da ciò in cui crediamo rischia di risultare poco credibile. L’importante è trovare un’idea nuova che ci permetta di compiere un’azione diversa. Ogni volta che cambiamo il modo di interpretare una situazione, possiamo cambiare anche il modo in cui decidiamo di affrontarla.
Nelle relazioni, quale convinzione dovremmo mettere in discussione?
Per oltre dieci anni ho seguito tante coppie in psicoterapia. Una delle convinzioni più dannose che incontro nelle relazioni è questa: “Se mi ama davvero, dovrebbe capire ciò di cui ho bisogno senza che io debba spiegarglielo”. Sembra un’idea romantica, vero? In realtà, può diventare una trappola. Se credo che il mio partner debba intuire automaticamente i miei bisogni, finirò per interpretare ogni sua mancata attenzione come una dimostrazione di scarso amore. Magari lui non si è nemmeno accorto di ciò che desideravo, ma io avrò già costruito nella mia mente una storia: “Non gli importa abbastanza di me”. E quella storia influenzerà inevitabilmente il mio comportamento. Potrei diventare più distante, chiudermi, accumulare risentimento. Il partner, a sua volta, potrebbe reagire alla mia distanza allontanandosi ulteriormente, finendo per confermare proprio ciò che temevo.
Anche la paura di soffrire può portarci a sabotare una relazione?
Nel mio libro racconto anche la storia di una donna che aveva sviluppato una convinzione molto radicata: “Se mostro le mie vulnerabilità, verrò abbandonata”. Per proteggersi dal rischio di soffrire, evitava di aprirsi davvero nelle relazioni. Il risultato era che finiva per tenere a distanza proprio le persone dalle quali desiderava ricevere amore. È un esempio di come le idee che utilizziamo per proteggerci possano, talvolta, diventare la causa della nostra sofferenza.
Come interrompere questi meccanismi senza rinunciare alle nostre esigenze?
Possiamo iniziare chiedendoci: “Quale convinzione sta guidando il mio comportamento in questa relazione? E cosa succederebbe se provassi a guardare la situazione attraverso una lente diversa?”. Nel caso del nostro esempio, potremmo sostituire l’idea “Se mi ama, deve capirmi senza che io parli” con “Posso aiutare la persona che amo a conoscermi meglio, comunicandole ciò di cui ho bisogno”. Questo non significa rinunciare ai propri bisogni. Al contrario, significa riconoscerli, attribuire loro valore e imparare a esprimerli con maggiore chiarezza.
Naturalmente, se una relazione continua a farci soffrire nonostante i nostri tentativi di comunicare, dobbiamo anche avere il coraggio di mettere in discussione la relazione stessa. Cambiare prospettiva non significa giustificare qualsiasi comportamento dell’altro. E qui entra in gioco un tema a me molto caro: il coraggio di diventare ciò che siamo davvero. È anche uno degli argomenti sui quali lavoreremo ai prossimi BeMore Days, il 14 e il 15 novembre a Milano. Diciamolo, il coraggio più grande, anche nelle relazioni, è proprio quello di mostrarci per ciò che siamo, senza lasciare che siano le nostre paure a decidere al posto nostro.
Ci suggerisce un esercizio per allenare la flessibilità mentale?
Propongo un piccolo esperimento di 7 giorni, ispirato a uno degli strumenti che presento nel libro: il diario mentale. Ogni sera, per una settimana, dedica 5 minuti a ripensare a un momento della giornata in cui hai provato un’emozione spiacevole, ti sei sentita bloccata oppure hai reagito in un modo che non ti è piaciuto. Prendi un quaderno e rispondi a tre domande. La prima: “Che cosa è successo e quale idea mi è passata per la testa?”. Per esempio, una collega non ha risposto a un tuo messaggio e hai pensato: “Mi sta ignorando perché non mi considera importante”. La seconda: “Quale altra interpretazione potrei dare a questa situazione?”. Magari quella collega è semplicemente impegnata, si è dimenticata di risponderti oppure non ha ancora avuto il tempo di leggere il messaggio. La terza: “Se scegliessi di dare fiducia a questa nuova interpretazione, cosa farei di diverso?”. Forse, anziché trascorrere la serata a rimuginare, il giorno dopo le chiederesti tranquillamente se ha visto il tuo messaggio. L’obiettivo è allenarti a riconoscere che la prima spiegazione prodotta dalla tua mente non è necessariamente quella corretta. E che, di fronte alla stessa situazione, possono esistere interpretazioni differenti.
Qual è lo step successivo?
Al termine della settimana, rileggi quello che hai scritto. Cerca di individuare le convinzioni che tornano più spesso. Potresti scoprire, per esempio, che tendi a interpretare le critiche come attacchi personali, i silenzi come rifiuti oppure gli imprevisti come segnali che qualcosa andrà storto. A quel punto scegli una sola idea sulla quale continuare a lavorare. Per rendere davvero stabile una nuova convinzione, è importante ricordarla frequentemente e soprattutto iniziare ad agire in modo coerente con essa. Anche un piccolo gesto quotidiano può aiutarti a trasformare una nuova prospettiva in un’abitudine.
Ma possiamo davvero cambiare il nostro modo di pensare in 7 giorni?
No, non aspettarti di rivoluzionare la tua mente in così poco tempo. Quello che puoi fare, però, è cominciare ad accorgerti di quante volte interpreti la realtà attraverso lenti che non hai mai scelto consapevolmente. E quando impari a riconoscere quelle lenti, inizi finalmente ad avere la possibilità di cambiarle. In fondo, è proprio questo il messaggio che ho voluto trasmettere con Basta un’idea. A volte una sola idea, quella giusta per noi in un determinato momento, può essere sufficiente per mettere in moto un cambiamento molto più grande.

