Scrittura terapeutica: come le parole diventano uno strumento di benessere

La scrittura può aiutarci a fare ordine tra i pensieri, riconoscere le emozioni e conoscerci meglio. Non serve essere scrittori né aspettare un momento difficile: bastano qualche parola e la voglia di ascoltarsi. Un’esperta ci spiega come trasformare la scrittura in uno spazio quotidiano di consapevolezza e benessere

Scrittura terapeutica: come le parole diventano uno strumento di benessere
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Ci sono pensieri che, finché restano nella nostra testa, sembrano enormi, aggrovigliati, quasi impossibili da mettere a fuoco. Poi li scriviamo. Basta una frase, a volte poche righe, e qualcosa si mette in movimento: i pensieri iniziano a seguire un ordine, le emozioni trovano le parole per essere definite, ciò che prima appariva confuso comincia ad assumere una forma.

È forse questo uno degli aspetti più sorprendenti della scrittura: non serve soltanto a raccontare ciò che viviamo, ma aiuta a fermarci, a osservarlo con maggiore chiarezza e, qualche volta, a comprenderlo meglio. Della scrittura come strumento di benessere e consapevolezza si occupa da anni Alessandra Perotti, editor, ghostwriter, writer coach e fondatrice dell’Accademia della Scrittura. Sarà lei una delle protagoniste di I Feel Good 2026, il grande evento dedicato al wellness organizzato da Starbene e Donna Moderna, in programma sabato 10 e domenica 11 ottobre 2026 a Milano, alla Fondazione Catella, via Gaetano De Castillia, 28. Vi aspettiamo numerosi, registratevi subito. Presto a questo link sarà disponibile anche il palinsesto completo degli appuntamenti, potrete seguire un workshop gratuito con la nostra esperta.

La scrittura si prende cura di noi

Alessandra, cosa intendiamo esattamente per scrittura terapeutica?

«Non si tratta di una cura medica e, soprattutto, non intendiamo dire che la scrittura possa sostituire una seduta di psicoterapia o il lavoro di uno psicologo. Chi pratica la scrittura terapeutica deve essere consapevole dei propri limiti, saper riconoscere quando è il momento di fermarsi e, se necessario, indirizzarsi verso il professionista più adatto. Parliamo di scrittura terapeutica nel senso in cui la intendevano gli antichi, a partire dal significato etimologico del termine greco therapeutikós: ciò che si prende cura, ciò che contribuisce al nostro stare bene. Credo che il valore più grande della scrittura sia proprio questo: aiutarci a sviluppare consapevolezza, permetterci di prenderci cura di noi stessi e della nostra storia».

Perché scrivere può farci stare bene?

«Quando scrivo di me e della mia storia succede qualcosa di particolare: da una parte scrivo, dall’altra osservo. Proprio questa doppia posizione mi permette di vedere aspetti del mio vissuto che prima non avevo colto. Durante la scrittura possono riaffiorare immagini, parole e ricordi che credevamo dimenticati, portando alla luce qualcosa che non era ancora arrivato alla nostra consapevolezza».

Molte donne, soprattutto da adolescenti, hanno tenuto un diario, spesso rigorosamente segreto. Anche questa può essere considerata una forma di scrittura terapeutica?

«Certo. Il diario è una delle forme più semplici e immediate di scrittura autobiografica e può diventare anche una forma di scrittura terapeutica. Sulle pagine possiamo lasciare segreti, emozioni e pensieri che magari non racconteremmo a nessuno, perché non abbiamo filtri e non dobbiamo preoccuparci del giudizio degli altri. Il diario ha anche una funzione di monitoraggio emotivo: giorno dopo giorno ci permette di mettere nero su bianco ciò che viviamo, ma soprattutto ciò che proviamo. Emozioni, pensieri, paure, piccoli e grandi avvenimenti diventano così una traccia del nostro mondo interiore. Non a caso si parla di “diari di evacuazione”: scrivere significa anche portare fuori da noi ciò che ci pesa, alleggerirlo e, in qualche modo, prenderne le distanze».

Una guida nei momenti di confusione

Ci sono momenti della vita in cui la scrittura può diventare un aiuto particolarmente prezioso?

«Sì, soprattutto nei momenti di confusione, ma senza mai forzarla. La scrittura deve nascere da un bisogno, dalla voglia o quasi dalla necessità di mettere qualcosa sulla pagina. Può essere preziosa quando non sappiamo quale decisione prendere, ci chiediamo dove stiamo andando, viviamo una difficoltà in una relazione o ci troviamo ad affrontare un cambiamento senza riuscire a capire bene che cosa ci sta succedendo. Può aiutarci anche nella vita familiare, per esempio quando facciamo fatica a comunicare con i nostri figli e ci accorgiamo che forse stiamo adottando l’approccio sbagliato. In tutti questi casi, scrivere significa prima di tutto fermarsi e provare a fare chiarezza».

Può servire anche sul lavoro?

«Sì, porto spesso la scrittura anche nelle aziende, soprattutto quando le persone hanno perso un po’ il senso del proprio ruolo, si sentono disorientate o fanno fatica a capire quale direzione prendere. In questi casi, scrivere significa quasi rallentare il tempo per potersi fermare a riflettere. I pensieri smettono di affollarsi e iniziano a disporsi in un ordine: la scrittura dà una struttura a ciò che nella nostra mente appare ancora confuso e ci aiuta a fare chiarezza. Non ci offre automaticamente la risposta, ma ci permette di vedere meglio le domande, distinguere le emozioni dai pensieri e capire che cosa ci sta davvero passando per la testa».

La scrittura terapeutica è uno strumento a cui ricorrere solo nei momenti difficili oppure può accompagnarci anche quando stiamo bene e vogliamo semplicemente conoscerci meglio?

«È utilissima sempre. La scrittura è una forma di autoeducazione emotiva. Non dobbiamo stare male per scrivere. Anzi, si parla sempre più di “scrittura della gioia” e “scrittura della felicità”: annotare un’esperienza positiva significa anche dire alla nostra mente: questo momento è importante, registralo, ricordalo».

Proviamo a fare un esempio concreto. Una persona ha la testa piena di pensieri, si sente confusa e non riesce nemmeno a capire bene che cosa prova. Se avesse davanti carta e penna, da dove potrebbe cominciare?

«Dalla domanda più semplice del mondo: “Come sto?”. Sembra una domanda banale, ma scrivere la risposta ci porta subito dentro quello che stiamo vivendo. Possiamo cominciare chiedendoci come stiamo fisicamente in quella situazione, come stiamo mentalmente e, poi, come immaginiamo di poter stare una volta usciti da quella situazione.

Un altro esercizio molto efficace è il dialogo, soprattutto quando dobbiamo prendere una decisione. Possiamo immaginare di sdoppiarci, come se avessimo davanti un’altra parte di noi, e iniziare a parlarci: fare domande, ascoltare le risposte, rilanciare con altre domande. E poi possiamo semplicemente raccontare quello che stiamo vivendo. Mettere sulla pagina il nostro vissuto, ma provare anche a guardarlo dal futuro: come mi vedo se faccio questa scelta? Come mi vedo se invece non la faccio? Che cosa immagino che possa accadere?».

Per gestire le emozioni c’è la scrittura “corporea”

E se invece l’emozione è molto forte – rabbia, paura, tristezza, delusione – la scrittura può aiutarci a gestirla?

«In questi casi si può lavorare con quella che chiamiamo “scrittura corporea”. Si parte da una domanda molto concreta: come sento questa emozione nel corpo? Dove la sento? È una tensione alla gola, un peso sul petto, un nodo allo stomaco? E poi possiamo provare a darle un’immagine, attraverso una metafora o una similitudine. Per esempio, posso scrivere: “Questa rabbia la sento come un vulcano che sta per eruttare”. Trovare un’immagine per quello che stiamo provando ci permette di dare una forma a un’emozione che, fino a quel momento, era soltanto una sensazione intensa e difficile da controllare. È un esercizio particolarmente utile anche nelle situazioni di conflitto».

Ad esempio?

«Pensiamo a un genitore che si trova davanti a un figlio e sente salire la rabbia: se reagisce immediatamente, magari rischia di arrivare a una lite che non desidera. In quel momento, scrivere quello che sta provando, ma anche le ragioni di quella rabbia, può aiutare a prendere la distanza da ciò che sta accadendo. Non significa negare la rabbia o far finta che non esista. Al contrario: significa darle uno spazio, riconoscerla e trasformarla in parole. Spesso già questo passaggio permette di smorzarne l’intensità e di tornare nella situazione con maggiore lucidità. È un esercizio che può essere prezioso nelle relazioni e, in particolare, proprio nel rapporto tra genitori e figli».

A volte, però, non riusciamo nemmeno a dare un nome preciso a quello che sentiamo…

«Sì. Qui un esercizio molto utile è il diario emozionale. Si tratta di dedicare ogni giorno qualche minuto alla scrittura, senza concentrarsi necessariamente su ciò che è accaduto, ma su come ci sentiamo. Possiamo cominciare anche semplicemente con un’immagine: “Oggi mi sento come una barca senza direzione” oppure “Sono come un pezzo di carta trascinato dal vento”. Non dobbiamo trovare per forza la parola perfetta per descrivere quello che proviamo: possiamo cercare una metafora che ci somigli in quel momento. Il passaggio successivo è ancora più importante: chiedersi “Perché mi sento così?”. Non è detto che la risposta arrivi subito. Ci saranno giorni in cui quella domanda resterà senza risposta, ed è assolutamente normale. Non dobbiamo forzarci a trovare una spiegazione a tutti i costi».

Quanto conta saper scrivere bene

Molte persone, davanti a un foglio, si bloccano perché pensano: “Io non so scrivere”, “non ho fantasia”, “faccio troppi errori”. Quanto conta saper scrivere bene quando si scrive di sé?

«Conta poco e abbiamo degli esempi straordinari che lo dimostrano. Penso al Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, dove vengono raccolte le autobiografie che le persone scelgono di donare. Ci sono storie scritte anche da persone con una scarsa alfabetizzazione, alcune quasi analfabete, eppure sono racconti di una potenza incredibile. Quando scriviamo di noi, dobbiamo liberarci dal problema della forma. Posso scrivere in dialetto, posso fare errori, posso usare una grammatica imperfetta, posso persino scrivere in modo disordinato. Se quella scrittura è per me, per il mio benessere e per la conoscenza di me stesso, non devo preoccuparmi di scrivere bene: devo solo preoccuparmi di essere autentico».

Quanto è importante la costanza? Per ottenere dei benefici bisogna scrivere tutti i giorni?

«Non esiste una regola uguale per tutti. Ci sono quelle che chiamo “scritture di emergenza”: arrivano in un momento della vita in cui il disagio è forte, siamo confusi, abbiamo bisogno di un punto d’appoggio e la scrittura ci offre proprio quell’ancoraggio. Poi, una volta superato quel momento, smettiamo di scrivere. E va benissimo così, perché quella scrittura ha svolto la sua funzione. Pensiamo alle scritture legate a una malattia o a un lutto, che possono accompagnarci per un periodo particolarmente difficile e poi interrompersi quando cambia la situazione. Ci sono però persone che, dopo l’emergenza, continuano a scrivere e trasformano questa pratica in un’abitudine. È lì che i benefici possono diventare ancora più profondi. La scrittura diventa uno strumento quotidiano per monitorare come stiamo, per osservare le nostre emozioni e anche per gestire i pensieri».

I corsi e che cosa serve

Offri dei corsi per imparare a utilizzare la scrittura in questo modo?

«Sì, ci sono diversi percorsi. Ho ideato, per esempio, “30 giorni di scrittura terapeutica” e “90 giorni di scrittura terapeutica”: sono programmi in cui, per 30 o 90 giorni, le persone ricevono ogni giorno un esercizio di scrittura, una riflessione e alcuni suggerimenti. Sono pensati soprattutto per prendere confidenza con la scrittura, trasformarla gradualmente in un’abitudine e imparare a entrare maggiormente in connessione con se stessi. Questi sono i percorsi più strutturati e introduttivi, ma lavoro anche individualmente e in gruppo, accompagnando le persone in percorsi personalizzati, che possono essere svolti anche online. L’importante è trovare la modalità più adatta alle proprie esigenze e, soprattutto, iniziare a fare esperienza della scrittura».

Se volessimo cominciare questo viaggio attraverso le parole, qual è il primo gesto che consiglieresti? Serve un quaderno speciale, una penna che ci piace?

«Se amate carta e penna, siete già avvantaggiati. Un bel quaderno e una penna che ci invogliano a scrivere possono sicuramente aiutare. Ma non è questo il punto. La scrittura deve trovare il luogo in cui noi stiamo bene: può essere un quaderno, ma anche una tastiera, il computer o persino lo smartphone. E bisogna cominciare da poco. Non serve scrivere pagine e pagine: può bastare una parola. Possiamo chiederci: “Che cosa mi ha lasciato oggi questa giornata?”, “Che cosa mi ha colpito?”, “Che cosa non voglio dimenticare?”. Sono piccoli esercizi che ci allenano a prestare più attenzione a quello che viviamo».

Ai genitori cosa consigli?

«Di tenere un diario dei propri figli: raccontare ciò che fanno, le loro frasi, i piccoli episodi quotidiani. Un giorno quel diario potrà diventare un regalo preziosissimo per loro. Ma possiamo fare la stessa cosa con la nostra famiglia, raccontando i nostri genitori, le persone che ci hanno cresciuto, la nostra storia. E poi, se abbiamo voglia di fare un passo in più, consiglio di scrivere la propria storia. Ripercorrerla, dall’inizio, e vedere che cosa emerge quando siamo noi a raccontarla: a volte, dentro, c’è molto più di quanto pensiamo».