Obesità: l’aspetto psicologico e il ruolo della psicoterapia

Dietro ai chili di troppo si nasconde una struttura psicologica precisa. Farla emergere è determinante nella soluzione del problema. Come chiarisce un grande esperto



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L'obesità colpisce sempre più italiani, come indicano i dati Istat pubblicati da IBDO Foundation nell’Italian Barometer Obesity Report 2025: dal 2003 c’è stato un incremento del 38%, soprattutto tra i giovani nati nei primi anni Duemila, e si stima che oltre 6 milioni di persone ne soffrano.A destare crescente preoccupazione è anche l’eccesso ponderale tra i bambini, dal momento che circa il 19% di loro è in sovrappeso e il 9,8% obeso.

È, quindi, un grande problema di salute pubblica da studiare e di cui prendersi cura, con attenzione ai fenomeni biologici che la sottendono ma anche al ruolo giocato dai fattori psichici personali, ai vissuti soggettivi e all’influenza delle tendenze dello spirito dei nostri tempi. Un approccio multidisciplinare in cui la psicoterapia è determinante nella soluzione di questo problema, difficile e spesso resistente al cambiamento, viene proposto da Michele Rugo, psichiatra, psicoterapeuta e psicoanalista, nel suo libro Obesità. Aspetti psicosociali e trattamento (Raffaello Cortina Editore) in cui descrive la personalità, il comportamento, la struttura familiare e gli stigmi sociali che influenzano i soggetti in sovrappeso.

Starbene lo ha intervistato per capire meglio questa condizione, considerata oggi una malattia in se stessa, molto complessa, che possiamo definire psicosomatica.


Dottor Rugo, si nasce o si diventa obesi?

«Si diventa, non esiste l’obesità patologica che non si può curare. Anche se ci sono malattie, come quelle ormonali, che inducono un peso eccessivo, esistono però terapie adeguate per risolverle. Al netto dei problemi fisici, a ogni modo, il sovrappeso è una problematica che nasce principalmente nell’infanzia.

Mentre anoressia e bulimia, che sono disturbi dell’adolescenza, esprimono separazione rispetto alla famiglia (non mangio perché sono arrabbiata con i miei genitori, voglio essere amata anche se anoressica), l’obesità è un modo per rimanere legati alla famiglia d’origine. A qualcuno, nello specifico, che ci nutre, e molto. Dal punto di vista psicanalitico, possiamo affermare che questo disturbo esprime la fatica di emanciparsi dall’altro».


Un’altra causa?

«Il piacere di mangiare cose che piacciono, cose buone. Nell’obesità si crea una forma di dipendenza dal godimento, infinito, del corpo. Ricapitolando, si mettono su chili su chili non per una scelta soggettiva ma per una scelta famigliare, come abbiamo già detto, e anche perché c’è una difficoltà enorme a rinunciare a una forma di voluttà che dà appagamento fisico».


È una malattia cronica di complicata risoluzione, quali sono stati gli sbagli finora nell’approccio?

«In Italia, da anni c’è un’ottima campagna di prevenzione da parte del Ministero della Salute, dei medici e dei pediatri di base. Direi, perciò, che oggi il problema della crescente diffusione del sovrappeso più che igienico-sanitario è sociale. Noi viviamo in una società schizofrenica nel senso etimologico del termine, ossia scissa in due filoni contrastanti.

Per cui, da un lato abbiamo un’attenzione altissima per tutto ciò che è “salutare” (a cui si associa la ricerca della forma fisica, il fitness, la medicina estetica e così via), dall’altro, invece, spingiamo moltissimo per la soddisfazione del corpo e il fenomeno è ben visibile nelle continue aperture di negozi di junk food, in cui si vende per pochi euro “cibo spazzatura” ma gustoso. Siamo martellati, insomma, da un messaggio deviante: “mangia quello che vuoi, tanto poi c’è la soluzione magica per correre ai ripari: la dieta super veloce, la palestra, la chirurgia bariatrica, i farmaci dimagranti...».


Si crea confusione nella testa delle persone...

«Sì, e chi è obeso fa più fatica degli altri a trovare il giusto equilibrio. Quella posizione di buonsenso che permette di mangiare tutti i giorni un cioccolatino, per esempio, che in queste quantità è innocuo. Lui, viceversa, si muove da un estremo all’altro: o ci rinuncia del tutto oppure ne divora una scatola in un colpo solo, dicendosi “ormai ho sgarrato, tanto vale esagerare”.

La perdita di controllo si spiega bene, con il senso di colpa per aver mangiato qualcosa di ipercalorico, come il cioccolato, e quindi il non sentirsi un soggetto di valore secondo i canoni contemporanei, per cui le persone di pregio fanno sport, sono magre e prestanti. Non a caso, è molto frequente vedere pazienti che non hanno problemi a perdere 30-40 chili in sei mesi seguendo regimi rigidissimi ma, poi, la loro grande difficoltà è il mantenimento, cioè iniziare a mangiare normalmente. È la normalità che spaventa il soggetto in sovrappeso».


Perché?

«La persona obesa ha bisogno che la sua vita sia sempre piena, non vuole che ci sia spazio per il vuoto, per l’angoscia, per la mancanza. È abituato, difatti, fin dall’infanzia a “tappare” con il cibo, con la sensazione piacevole del corpo e del gusto, qualsiasi tipo di emozione, di disagio. Come se un certo tipo di alimentazione fosse una specie di terapia psicologica».


In che modo?

«La vita degli extralarge ruota fondamentalmente intorno al cibo. Il pensiero fisso che muove i loro gesti è alimentarsi in un certo modo. Con questo non voglio dire che chi ha tanti chili di troppo non riesca ad avere un lavoro, una famiglia, degli hobby ma le sue giornate sono condizionate da una forma di dipendenza da un oggetto, e questo oggetto è il cibo».


Che ruolo ha la psicoterapia nella soluzione dell’obesità?

«Fondamentale, e non va mai separata dalla cura medica vera e propria. La terapia contro l’obesità è multidisciplinare, pensare di trattarla solo con la dietologia, o la chirurgia bariatrica o anche esclusivamente con la psicoterapia è fallimentare. Quest’ultima va, in ogni caso, integrata con altre metodiche, se vogliamo avere qualche risultato concreto».


Dal punto di vista psicoterapico, la cosa importante qual è?

«Fino a oggi, nei centri di cura dell’obesità si è sempre parlato di psicoterapia di sostegno, un percorso complementare per aiutare le persone ad aderire maggiormente a un programma di dimagrimento. Ma se fosse solo un fatto di volontà, l’obeso non sarebbe tale! La chiave di svolta è un’altra: non è spingerlo a impegnarsi per smettere di mangiare, ma fargli accettare la quota di angoscia che deriva dalla frustrazione di dover rinunciare a un’iperalimentazione».


Quali sono le domande su cui riflettere insieme allo psicoterapeuta?

«Cosa succede se io lascio il cibo? A cosa mi serve rimpinzarmi? Perché non riesco a smettere? Che compito ha il cibo nella mia vita? Prima si analizzano i motivi che portano a stra-mangiare, poi gli effetti della disintossicazione. Nel momento in cui s’abbandonano pasti pantagruelici e scorpacciate a tutte le ore, ci si sente, infatti, confusi, disorientati, privi di appoggi conosciuti. Non è vero che l’obeso quando smette di abbuffarsi è più sereno e tranquillo, come tutti vogliono fare credere, sta peggio perché gli manca la sostanza che gli permette di andare avanti. Il cibo, per lui, ha una funzione terapeutica».


La conseguenza?

«La psicoterapia deve puntare a uno scopo essenziale: fare riflettere sull’esistere senza obesità. Che, in moltissimi casi, ha il vantaggio di offrire una sottrazione di scelte e responsabilità: esclude una persona dal mondo (non si va a giocare a calcetto con gli amici, non si ha o quasi fidanzati e/o fidanzate, gli amici sono pochissimi per non dire nessuno). Mollare i chili in sovrabbondanza (e i comportamenti che li sostengono) significa rimettersi in gioco su tutti i fronti, quello sociale in primo luogo.

Poi, indiscutibilmente, le sedute con lo psicoterapeuta sono anche un supporto di accompagnamento nel percorso di dimagrimento: aiutano ad accettare che ci possono essere dei fallimenti, dei passi indietro, che non si è bravi o cattivi se si riesce o no a dimagrire, a come stare in piedi senza il cibo. Quello che è importante sottolineare, in ogni caso, è che la psicoterapia deve essere una parte integrante della vita di un obeso, nel senso che il suo profilo psicologico va sempre seguito. Cambiano, negli anni, le frequenze degli appuntamenti: qualche volta c’è bisogno di una volta alla settimana, altre una volta al mese, per esempio».


Quando si considera un obeso guarito?

«I chili persi contano, ma non in un modo strettamente numerico. Sotto il profilo mentale, l’obeso deve trovare un compromesso al suo godimento. Mi spiego con un esempio: se uno pesa 100 chili e riesce a perderne venti – invece dei 40 previsti per raggiungere il suo peso forma – e a mantenerli per tutta la vita, va bene così.

Per la medicina non è guarito, ma per noi psicoterapeuti ha trovato una transizione accettabile per la sua condizione: il suo peso indica che ogni tanto si abbuffa, ogni tanto no, ma intanto lavora, ha una vita normale, cammina bene, ha rapporti sessuali. Questo per dire che non è solo il peso a indicare se un obeso è risolto o meno, ma nello stesso tempo il peso è la cartina tornasole di quello che sta succedendo dentro all’obeso».


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