L'Intelligenza Artificiale ci affascina e ci spaventa, nello stesso tempo. Ormeggiati come siamo a domande martellanti: riuscirà mai a superare l’ingegno che ci ha dato Madre Natura? E i robot prenderanno il nostro posto, nel lavoro per esempio? La prospettiva parte, però, da un presupposto riduttivo, quello della competizione tra macchina e mente, ribattono due psicologi, Antonio Rizzo e Paolo Legrenzi, nel loro saggio Pensare con l’intelligenza artificiale (Il Mulino) in cui sgombrano il campo da paure e illusioni su Gemini o ChatGPT. Assistenti virtuali che, come ha spiegato a Starbene il professor Legrenzi, hanno tante potenzialità buone per la crescita della “testa” di ogni persona.
Professor Legrenzi, non si parte dai paragoni...
«Inutile fare confronti, si tratta di due sistemi intellettivi diversi. Nel saggio, semmai, adottiamo un’altra premessa: abbiamo spiegato come funziona l’intelligenza umana perché solo se si conoscono i suoi meccanismi si può capire che l’IA non è un competitor ma un’alleata possibile. In altre parole, non si tratta di un meccanismo che fa peggio o meglio di noi, che ci svia, che ci può sovrastare ma che ci può aiutare. E lo mostriamo in concreto in tre campi d’applicazione: azienda, sanità e scuola».
Appunto, come funziona l’intelligenza naturale?
«Nel modo in cui la intendiamo comunemente, è la capacità di capire e dare un senso a ciò che facciamo da soli o in compagnia, a ciò che pensiamo di noi stessi e degli altri. In breve, comprendere per fare meglio o, forse più spesso, per cavarsela. Molto presto l’Uomo si accorse che per risolvere problemi complessi o non affrontabili da soli era meglio mettersi insieme agli altri e coordinarsi.
Proprio per soddisfare questa necessità, prima dette origine al linguaggio (gli esseri umani, parlandosi, riuscivano ad aiutarsi e a risolvere gli ostacoli in modo più efficace); in seguito, con l’invenzione della scrittura (e perciò i testi, le opere d’arte, le tecnologie) si è creato l’accumulo e la trasmissione di conoscenza oltre i limiti biologici dell’individuo. E via via che questi “depositi di intelligenza” si sono moltiplicati, il dialogo è diventato sempre più ricco, intrecciando voci e vedute diverse attraverso secoli e culture. Tale trasformazione riflette una verità profonda: il progresso e l’evoluzione culturale è sempre frutto dell’intelligenza collettiva, non solo di un singolo genio. E l’intelligenza artificiale rappresenta l’ultimo capitolo di questo dialogo continuo tra menti diverse».
Come funziona quella artificiale?
«È una tecnologia, basata su algoritmi avanzati, che permette di interagire con sistemi che hanno “letto” più libri di quanto un individuo potrebbe in cento vite, che può sintetizzare conoscenze provenienti da campi diversi e che può supportarci a vedere connessioni che altrimenti ci sfuggirebbero. Non si tratta, tuttavia, di un “magazzino” statico di conoscenze ma di un interlocutore dinamico, capace di elaborare, connettere e generare nuove idee in tempo reale».
Le conseguenze?
«Per la prima volta, possiamo dialogare con un sistema che non si limita a riprodurre il pensiero umano passato, ma che può rispondere, adattarsi e contribuire attivamente alla conversazione. Ed è un salto qualitativo inimmaginabile solo fino a pochi decenni fa. Siamo di fronte, quindi, a una tecnologia che consente a diverse intelligenze di connettersi tra loro, producendo “creatività”, cioè l’emergere di qualcosa di nuovo dall’incontro con possibilità diverse.
Perciò, quando facciamo una domanda a Gemini, quando gli poniamo un problema da risolvere, quando gli affidiamo una nostra intuizione stiamo creando uno spazio di opportunità cognitive (di conoscenza) che trascende sia i limiti dell’intelletto umano isolato sia quelli dell’algoritmo stesso».
Cosa rappresenta?
«Una trasformazione radicale nel rapporto millenario tra uomo e tecnologia, che fin dai tempi preistorici è stato contraddistinto da una chiara gerarchia: l’essere umano inventava, controllava e utilizzava sistemi che rimanevano subordinati al suo comando. Lo strumento, per quanto complesso, era una estensione della volontà umana, privo di autonomia e capacità decisionale propria. In questa nuova era, invece, la tecnologia non è più uno strumento subordinato ma un partner in un processo di co-creazione».
Lo sguardo da tenere sull’IA è...
«Un atteggiamento di esplorazione, direi. Perché siamo di fronte a un’intelligenza di natura diversa con cui possiamo interagire per espandere i confini di ciò che possiamo concepire, comprendere e realizzare. La sfida non è tanto tecnica quanto culturale e cognitiva: dobbiamo imparare a pensare con l’Intelligenza Artificiale, non solo a usarla. Questo richiede un ripensamento profondo dei nostri modelli mentali e delle nostre pratiche».
Come dobbiamo imparare a interfacciarci?
«Invece di vedere i sistemi d’Intelligenza Artificiale come un archivio di nozioni unicamente da interrogare per sapere qualcosa che ci interessa, che ci è utile e accontentarci di una risposta istantanea, dovremmo considerarli come un socio di ragionamento da guidare. Questo significa fornirgli il contesto appropriato nel prompt (istruzioni), permettendogli di “pensare” su dati specifici invece che generici. In questo, aiutano tecniche come il Chain-of-Thought Prompting, che crea step-by-step un’argomentazione completa e logicamente coerente su un certo tema. Se, per esempio, all’IA viene chiesto: “Di che colore è il cielo?”, l’esito sarà: “Il cielo è blu”. Se però le viene domandato: “Perché il cielo è blu?”, lei spiegherebbe prima cosa significa blu (colore primario), poi che il cielo appare blu a causa dell’assorbimento di colore da parte dell’atmosfera.
C’è una bella differenza: si passa da output grezzi e fini a stesse a risposte più approfondite, raffinate e confrontabili con altre fonti di conoscenza, per verificarne la veridicità e l’attendibilità. Altro esempio: uno studente che chiede al pc il calcolo dell’area di un triangolo con base 10 cm e altezza 5 cm, non impara niente; mentre se formula il quesito con “come posso arrivare a calcolare l’area di un triangolo con base 10 cm e altezza 5 cm?” mette le basi di una tecnica d’apprendimento efficace, cioè conoscere l’abc di una metodologia matematica che facilita il calcolo».
Per puntare a cosa?
«A un’Intelligenza Aumentata, cioè la sinergia armoniosa tra la mente radicalmente aliena delle macchine e quella umana che ci viene dalla natura. La carta vincente non è né l’imitazione né la competizione ma un atteggiamento collaborativo che potenzi realmente la nostra capacità di pensiero e comunicazione. Se, infatti, si passa dalla logica del comando (chiedo, e stop) a quella del dialogo (mi confronto con la macchina) l’IA può diventare un interlocutore privilegiato non perché ha un’intelligenza autonoma o superiore, ma perché può fornire un contrappunto, generare alternative, proporre ipotesi di riflessione.
Il suo ruolo, pertanto, nella conoscenza non è da sostituto, ma da catalizzatore del pensiero critico. Diventa chiara la sfida dell’Intelligenza Aumentata: non si tratta di costruire macchine che pensino per noi, ma di progettare strumenti che amplifichino la nostra capacità di pensare e comunicare. Ed è già ora di intraprendere un viaggio di coevoluzione tra intelligenza del singolo, intelligenza collettiva e intelligenza artificiale».
Le diversità "al volo"
Per spiegare la differenza tra intelligenza artificiale e umana, il professor Paolo Legrenzi ricorre a un’analogia con il volo. «Per secoli, l’uomo ha cercato di volare imitando le soluzioni della natura: ali battenti, piume, materiali leggeri, magari più leggeri dell’aria (mongolfiere, dirigibili). Il problema si è risolto definitivamente con un cambiamento radicale, l’invenzione degli aerei: volano meglio degli uccelli, pur non battendo le ali ed essendo più pesanti dell’aria.
In egual modo, l’Intelligenza Artificiale ha avuto successo quando si è rinunciato a riprodurre i meccanismi di quella naturale. Rispetto alla nostra, infatti, è una sorta di mente aliena. Meglio, un modello di linguaggio, che non ha la capacità di sentire, pensare e sperimentare come fanno gli esseri umani. Non ha esperienza (e non può decidere l’uso alternativo di qualcosa), coscienza (se è giusto o meno fare qualcosa) e non prova emozioni. Quindi, le sue capacità dipendono esclusivamente da come viene addestrata e dalle istruzioni che riceve: può eseguire compiti che richiedono logica, linguaggio e conoscenza con un livello molto elevato di precisione, anche superiore al cervello umano in certi casi. Ma tutto ciò non significa che “è più intelligente”.
Fai la tua domanda ai nostri esperti
