- Il social vetting è una forma di precauzione necessaria o fa danni?
- Quando il parere degli altri protegge e quando ci rende meno liberi in amore?
- In che modo il parere degli altri può cambiare la percezione delle storie d’amore?
- Quanto pesa il bisogno di approvazione?
- A volte chi ci dà consigli proietta su di noi il suo vissuto…
- Un consiglio per chi sente di aver smarrito la propria autonomia sentimentale?
- Qual è il modo migliore per rimettere al centro i propri desideri?
Prima di concedere un appuntamento, c’è chi chiede il via libera all’amica del cuore. Chi passa la foto del potenziale partner alla chat di gruppo. E chi scandaglia Instagram, LinkedIn e perfino Facebook alla ricerca di dettagli che possano confermare (o smentire) la prima impressione. Cercare il parere degli altri quando si parla di relazioni e sentimenti non è certo una novità. La differenza è che oggi, accanto ai consigli di amici e parenti, abbiamo un alleato in più: Internet. È il cosiddetto social vetting, una sorta di verifica preventiva in rete che promette di proteggerci da brutte sorprese. Ma funziona davvero o rischia di farci perdere spontaneità e autenticità? E più in generale, fino a che punto il parere degli altri è d’aiuto e quando, invece, rischia di condizionare troppo le nostre scelte in amore? Lo abbiamo chiesto al dottor Lorenzo Baccalari, psicologo clinico a indirizzo sistemico relazionale, che è anche tutor di LeTueLezioni.
«Ogni relazione nasce e si sviluppa all’interno di una rete di contesti e appartenenze: amici, famiglia, cultura, comunità digitali. In questo senso il social vetting rappresenta l’evoluzione contemporanea di qualcosa che è sempre esistito: il bisogno di raccogliere informazioni sulla persona che entra nella nostra vita. In passato si chiedeva a chi ci stava vicino, oggi si osservano anche i profili social.
Il problema non è tanto l’utilizzo di queste informazioni, quanto il peso che finiscono per avere nel processo decisionale. Se il social vetting diventa uno strumento di orientamento può essere una risorsa. Se invece sostituisce l’esperienza diretta e la conoscenza reciproca, rischia di impoverire la spontaneità dell’incontro. Le relazioni, per loro natura, richiedono sempre una quota di incertezza e di apertura all’altro che nessuna ricerca online potrà eliminare completamente».
Quando il parere degli altri protegge e quando ci rende meno liberi in amore?
«I gruppi di appartenenza hanno storicamente una funzione protettiva. Ci aiutano a vedere aspetti che potremmo trascurare, specie nella fase iniziale dell’innamoramento. Il confronto con chi ci vuole bene è spesso una risorsa preziosa, perché amplia il nostro punto di vista. Il confine viene superato quando il parere degli altri smette di essere un contributo e diventa un criterio sostitutivo della nostra esperienza diretta in amore. Un consiglio protegge quando aggiunge complessità e invita alla riflessione, e interferisce quando produce conformità, senso di colpa o paura dell’esclusione sociale. La domanda da porsi è: “Sto scegliendo ciò che sento giusto per me o quello che mi permetterà di mantenere l’approvazione del mio gruppo di riferimento?”».
In che modo il parere degli altri può cambiare la percezione delle storie d’amore?
«La nostra percezione delle relazioni non si costruisce mai in modo completamente individuale, ma prende forma all’interno delle reti di appartenenza di cui facciamo parte, comunità digitali incluse. Le persone significative diventano inevitabilmente degli specchi attraverso cui osserviamo noi stessi e le nostre scelte affettive.
Il giudizio esterno può però trasformarsi in una lente interpretativa troppo potente. Quando, ad esempio, una persona di cui ci fidiamo ci segnala un difetto o una presunta incompatibilità, tendiamo inconsapevolmente a prestare maggiore attenzione agli aspetti che confermano questa impressione, mentre gli elementi che la smentiscono passano più facilmente in secondo piano. È un meccanismo molto umano: una volta insinuato un dubbio o proposta una certa lettura, finiamo spesso per interpretare l’intera relazione attraverso quella prospettiva».
Quanto pesa il bisogno di approvazione?
«Gli esseri umani hanno una naturale tendenza a cercare approvazione e riconoscimento all’interno dei propri gruppi di riferimento. Di conseguenza, quando percepiamo che una relazione non incontra il favore degli amici o della famiglia, può emergere una tensione difficile da gestire tra il desiderio di seguire il proprio sentire e il bisogno di mantenere l’armonia con il sistema di appartenenza. In alcuni casi, senza rendercene conto, iniziamo a chiederci meno come stiamo noi in quel rapporto e più come la storia verrà giudicata dagli altri.
Il rischio, allora, non è soltanto di vedere difetti che prima non avevamo considerato, ma anche di rinunciare a esperienze significative per ragioni che appartengono più alle aspettative del contesto che alle nostre reali esigenze. Pensiamo, ad esempio, alle relazioni scoraggiate in quanto “poco convenzionali”, lontane dalle aspettative della famiglia o del gruppo di amici. Ovviamente non bisogna ignorare i segnali di allarme o svalutare il punto di vista delle persone che ci vogliono bene. Al contrario, il parere degli altri può essere una risorsa preziosa, soprattutto quando ci aiuta a cogliere aspetti delle storie d’amore che da soli fatichiamo a vedere.
La differenza sta nel mantenere una posizione riflessiva: ascoltare il contesto senza lasciare che questo sostituisca la nostra esperienza. La domanda chiave resta la stessa: quello che penso di questa persona nasce prevalentemente da ciò che vivo nella relazione o da ciò che gli altri mi hanno raccontato?».
A volte chi ci dà consigli proietta su di noi il suo vissuto…
«Ogni consiglio nasce all’interno della storia personale di chi lo offre. Questo non significa che sia necessariamente sbagliato o poco utile, ma che è importante ricordare che nessuno osserva una relazione da una posizione completamente neutrale. Un consiglio orientato al nostro benessere tende a essere curioso, aperto e rispettoso della nostra esperienza soggettiva. Un amico che ci sostiene davvero, più che dirci cosa dovremmo fare, cerca di comprendere come stiamo vivendo quella relazione, ci aiuta a porci domande e amplia il nostro punto di vista senza sostituirsi al nostro giudizio.
Le proiezioni, invece, spesso si riconoscono dal loro carattere assoluto e generalizzante con frasi come “gli uomini sono tutti così”, “le persone come lei non cambiano mai” oppure “io ho vissuto una situazione simile e so già come andrà a finire”. Tutte esternazioni che raccontano qualcosa della storia, delle ferite o delle paure di chi parla più che della relazione che stiamo vivendo noi. Può accadere, ad esempio, che un amico reduce da un tradimento diventi particolarmente sensibile a qualsiasi comportamento interpretabile come ambiguità o distanza emotiva. Oppure che chi ha vissuto relazioni molto conflittuali tenda a considerare ogni disaccordo come il segnale di un problema più profondo.
Allo stesso modo, anche aspettative positive possono trasformarsi in proiezioni: l’idea di quale dovrebbe essere il partner ideale, il modello di coppia considerato giusto o i tempi ritenuti appropriati per una relazione. È sempre importante chiedersi se il consiglio ricevuto sia un commento nato dall’osservazione della propria relazione o dall’esperienza personale dell’interlocutore. Chiaramente nella maggior parte dei casi entrambe le dimensioni convivono, e riconoscerlo ci permette di valorizzare il contributo degli altri senza rinunciare alla responsabilità e alla libertà delle nostre scelte affettive».
Un consiglio per chi sente di aver smarrito la propria autonomia sentimentale?
«Il primo passo è riconoscere che l’autonomia affettiva non coincide con l’isolamento o con il rifiuto in blocco dei consigli e del parere degli altri sulle nostre storie d’amore. Nessuno prende decisioni completamente da solo: siamo tutti influenzati dalle nostre relazioni significative e dai sistemi di appartenenza di cui facciamo parte. L’obiettivo, quindi, non è eliminare le influenze esterne, ma imparare a distinguerle dalla propria voce interiore.
Un esercizio molto utile consiste nel ritagliarsi momenti di riflessione in cui chiedersi: “Che cosa provo io quando sono con questa persona?”, “Come mi sento dopo averla incontrata?”, “Questa relazione mi permette di esprimere parti autentiche di me oppure mi sento costretto a interpretare un ruolo?”. Sono domande semplici, ma aiutano a riportare l’attenzione dall’esterno all’esperienza vissuta in prima persona.
Altrettanto rilevante è anche distinguere i dati dell’esperienza diretta dalle interpretazioni ricevute dall’esterno. In altre parole, provare a separare ciò che abbiamo osservato personalmente da ciò che ci è stato suggerito, raccontato o fatto notare da amici e familiari. Spesso questo semplice esercizio permette di capire quanto spazio stiano occupando nella nostra mente opinioni che, pur essendo preziose, non appartengono alla nostra esperienza immediata».
Qual è il modo migliore per rimettere al centro i propri desideri?
«È utile chiedersi quali sono i valori che desideriamo davvero incarnare nelle nostre relazioni: sicurezza, complicità, libertà, progettualità, leggerezza, crescita reciproca. Avere chiari i propri criteri personali aiuta a dare più peso alle proprie priorità e meno alle aspettative del contesto sociale o familiare. Infine, può essere prezioso recuperare una domanda molto semplice ma spesso trascurata: “Se nessuno dovesse esprimere un’opinione su questa relazione, io che cosa sceglierei?”. Non sempre la risposta è immediata, ma spesso rappresenta il punto di partenza per ritrovare il proprio desiderio e la propria direzione.
In fondo, l’autonomia in amore non significa decidere in completa solitudine, ma riuscire a restare in dialogo con gli altri senza perdere il contatto con sé stessi. È la capacità di ascoltare il proprio sistema di appartenenza senza delegare completamente il timone della propria vita affettiva».

