Oltre la bilancia: cosa distingue davvero il sovrappeso dall’obesità

Non tutto l’eccesso di peso ha lo stesso significato clinico. Il sovrappeso può sembrare una condizione meno preoccupante rispetto all’obesità, ma il grasso addominale e il suo comportamento possono modificare profondamente il rischio cardiovascolare e metabolico. Ecco perché la valutazione non può fermarsi a un valore numerico

Oltre la bilancia: cosa distingue davvero il sovrappeso dall’obesità
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Per molto tempo il peso corporeo è stato considerato il parametro principale per valutare lo stato di salute di una persona. La bilancia sembrava offrire una risposta immediata: bastava mettere in relazione il peso con l’altezza per stabilire se ci si trovasse in una condizione di normalità, di sovrappeso o di obesità. Questo approccio, ancora oggi molto utilizzato nella pratica clinica attraverso il calcolo dell’indice di massa corporea (BMI), rappresenta un primo strumento utile, ma da solo non è sufficiente a descrivere la complessità del nostro organismo.

«Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha evidenziato come l’eccesso di peso debba essere valutato con maggiore attenzione, andando oltre il solo valore numerico», commenta il professor Silvio Buscemi, presidente della Società Italiana dell’Obesità. «A parità di peso e altezza, infatti, due persone possono presentare caratteristiche fisiche e profili di rischio molto diversi: ciò che cambia non è soltanto la quantità di grasso presente nell’organismo, ma anche la sua distribuzione, le sue caratteristiche biologiche e il suo rapporto con il metabolismo e con gli altri organi. Un accumulo prevalente nella zona addominale, per esempio, può avere implicazioni differenti rispetto a un grasso distribuito principalmente a livello sottocutaneo».

Per questo motivo la distinzione tra sovrappeso e obesità non può essere letta semplicemente come una differenza nel numero di chili in più. Comprendere le differenze è fondamentale per interpretare correttamente l’impatto che l’eccesso di peso può avere sulla salute e per individuare strategie di prevenzione e trattamento più efficaci.

Sovrappeso o obesità: cosa significa davvero

Dal punto di vista medico, la prima classificazione dell’eccesso di peso avviene attraverso l’indice di massa corporea, conosciuto con la sigla BMI (Body Mass Index). Si tratta di un parametro che si ottiene dividendo il peso, espresso in chilogrammi, per il quadrato dell’altezza, espressa in metri. Per esempio, una persona che pesa 70 kg ed è alta 1,70 metri avrà un BMI di circa 24,2 (70 ÷ 1,70²). Questo valore viene utilizzato come riferimento per distinguere le diverse condizioni ponderali.

Secondo questa classificazione, si parla di sovrappeso quando il BMI è compreso tra 25 e 29,9. Quando invece il valore raggiunge o supera 30 si entra nella fascia dell’obesità, una condizione che viene ulteriormente suddivisa in tre livelli: obesità di primo grado per valori compresi tra 30 e 34,9, di secondo grado tra 35 e 39,9 e di terzo grado quando il BMI è pari o superiore a 40.

«Questi valori permettono di definire in modo oggettivo la presenza di un eccesso di peso, ma non devono essere interpretati come una semplice scala di gravità basata esclusivamente sui chili», sottolinea il professor Buscemi. «Il passaggio dal sovrappeso all’obesità, infatti, non rappresenta soltanto un aumento quantitativo del peso corporeo, ma può accompagnarsi a cambiamenti più profondi nel modo in cui il tessuto adiposo si comporta e influenza l’organismo».

Il sovrappeso viene spesso considerato una condizione intermedia, quasi una fase in cui il problema non è ancora pienamente sviluppato. In realtà rappresenta una situazione che merita attenzione: da una parte può aumentare la probabilità di una progressione verso l’obesità negli anni successivi, dall’altra può essere già associato a un aumento del rischio per la salute, soprattutto quando l’eccesso di grasso presenta determinate caratteristiche.

L’importanza della distribuzione del grasso

Uno degli aspetti più importanti nella valutazione del rischio è la distribuzione del tessuto adiposo, perché non tutto il grasso corporeo ha lo stesso significato dal punto di vista della salute.

«Esiste un grasso prevalentemente sottocutaneo, che si trova immediatamente sotto la pelle, distribuito in zone come fianchi, cosce e glutei», descrive il professor Buscemi. «Questo tipo di tessuto adiposo, oltre a rappresentare una riserva energetica per l’organismo, può svolgere anche una funzione protettiva. È il grasso che nel corso dell’evoluzione ha avuto un ruolo importante come deposito di energia in situazioni particolari, ad esempio, durante la gravidanza e l’allattamento, quando il fabbisogno energetico aumenta. Diverso è invece il comportamento del grasso viscerale, quello che si accumula all’interno della cavità addominale intorno agli organi. Questo tipo di accumulo è maggiormente associato a un aumento del rischio metabolico e cardiovascolare, perché tende più facilmente a sviluppare caratteristiche infiammatorie e può interferire con il corretto funzionamento dell’organismo».

Questa differenza spiega perché il solo peso corporeo può talvolta essere fuorviante. Una persona con un eccesso di peso moderato, classificata come in sovrappeso, ma con una marcata presenza di grasso addominale, può presentare un profilo di rischio più sfavorevole rispetto a una persona con un’obesità più evidente ma caratterizzata da una maggiore quantità di grasso sottocutaneo.

Come si valuta il profilo di rischio

Per valutare il profilo di rischio si calcola il rapporto tra circonferenza della vita e altezza, dividendo la misura della vita (in centimetri) per la propria altezza (sempre in centimetri). Per esempio, una persona alta 170 centimetri con una circonferenza vita di 90 centimetri dovrà fare questo calcolo: 90 diviso 170, con un risultato di circa 0,53.

«Un valore superiore a 0,5 indica una distribuzione del grasso prevalentemente centrale, cioè concentrata sull’addome, una condizione associata a un aumento del rischio metabolico e cardiovascolare», avverte il professor Buscemi. «Questo parametro permette quindi di aggiungere un’informazione importante rispetto al solo BMI e di individuare quelle situazioni in cui anche un eccesso di peso non particolarmente elevato può nascondere un profilo di rischio maggiore».

L’importanza della distribuzione del grasso emerge chiaramente anche nella pratica clinica. Nei reparti dove vengono ricoverate persone colpite da eventi cardiovascolari, come infarto o ictus, non si trovano esclusivamente pazienti con obesità evidente. Molti presentano un peso solo lievemente superiore alla norma, ma hanno una caratteristica comune: un accumulo importante di grasso proprio nella zona addominale.

Il tessuto adiposo non è un semplice deposito

Un altro dei cambiamenti più importanti nella comprensione dell’obesità riguarda il modo in cui viene considerato il tessuto adiposo. Fino a qualche anno fa, il grasso corporeo era descritto semplicemente come una riserva energetica, una sorta di deposito nel quale l’organismo accumula l’energia in eccesso introdotta con l’alimentazione. Oggi sappiamo che questa visione è riduttiva: il tessuto adiposo è un organo complesso, capace di svolgere funzioni molto più articolate.

«È formato da diversi tipi di cellule, possiede una propria rete di vasi sanguigni e riceve segnali dal sistema nervoso», sottolinea l’esperto. «Inoltre, produce numerose sostanze, chiamate adipochine, che hanno un ruolo simile a quello degli ormoni e sono in grado di influenzare processi fondamentali come il metabolismo, l’infiammazione e la regolazione dell’energia».

In condizioni normali il tessuto adiposo svolge una funzione protettiva: riesce ad accumulare l’energia in eccesso e ad adattarsi alle variazioni dell’organismo senza creare particolari conseguenze. Il problema nasce quando questa capacità è compromessa e il grasso diventa disfunzionale, cioè perde il suo equilibrio e sviluppa uno stato di infiammazione persistente.

Questa condizione è definita adiposopatia, ovvero una vera e propria alterazione del tessuto adiposo. Quando il grasso non riesce più a espandersi in modo adeguato per accogliere l’eccesso di energia, ciò che non è immagazzinato può accumularsi in altri organi, dove può provocare danni.

«È il caso del fegato, dove l’accumulo di grasso può portare alla steatosi epatica», esemplifica il professor Buscemi. «Oppure del tessuto adiposo che si deposita intorno al cuore, il cosiddetto grasso epicardico, che può contribuire allo sviluppo di problemi coronarici e alterazioni del ritmo cardiaco. Anche altri distretti dell’organismo, come i reni o alcune strutture articolari, possono risentire dell’effetto delle molecole infiammatorie prodotte da un tessuto adiposo alterato».

Menopausa, genetica e ambiente: perché il corpo cambia

La distribuzione del grasso corporeo non è uguale per tutti, ma dipende dall’interazione di diversi fattori. La predisposizione individuale e la genetica hanno un ruolo importante, così come gli ormoni, lo stile di vita e l’ambiente in cui una persona vive.

Un esempio particolarmente evidente riguarda il periodo successivo alla menopausa. Prima di questa fase, gli estrogeni contribuiscono a mantenere una distribuzione del grasso opportuna, favorendo prevalentemente un accumulo sottocutaneo, soprattutto a livello di fianchi, cosce e glutei. Dopo, il metabolismo cambia e il grasso tende più facilmente a spostarsi verso la zona addominale, con una distribuzione più simile a quella generalmente osservata negli uomini. A questo si può associare anche una progressiva riduzione della massa muscolare, un altro elemento che contribuisce ai cambiamenti nella composizione corporea.

Il grado di questo fenomeno, però, varia molto da persona a persona. «Alcune donne riescono a limitarne gli effetti grazie a un’attività fisica costante, in particolare esercizi capaci di preservare la massa muscolare, e a un’alimentazione equilibrata», dice l’esperto. «In altri casi, invece, una maggiore predisposizione genetica o la presenza di altri fattori possono favorire un accumulo addominale più evidente».

Anche l’ambiente gioca un ruolo significativo: non si fa riferimento soltanto alle abitudini alimentari, ma anche alla qualità degli alimenti consumati, al livello di attività fisica quotidiana e all’esposizione a determinati fattori esterni. Una dieta caratterizzata frequentemente da alimenti ultraprocessati o di scarsa qualità nutrizionale può favorire condizioni che contribuiscono all’infiammazione del tessuto adiposo e al suo progressivo malfunzionamento.

Le nuove cure per sovrappeso e obesità

L’approccio al sovrappeso e all’obesità parte sempre dalle stesse basi: migliorare lo stile di vita attraverso un’alimentazione equilibrata, una maggiore attività fisica e cambiamenti nelle abitudini quotidiane. Questi elementi rappresentano il primo intervento e restano fondamentali anche quando si ricorre ad altre strategie terapeutiche. Tuttavia, negli ultimi anni, è cambiato il modo di considerare l’eccesso di peso. In particolare, l’obesità non è più interpretata come una semplice conseguenza di scelte individuali, ma come una malattia complessa nella quale possono intervenire fattori biologici, genetici e ambientali.

«Per questo motivo, in alcune persone, il solo intervento sullo stile di vita può non essere sufficiente a ottenere un miglioramento stabile del peso e del profilo di rischio», spiega il professor Buscemi. «È in questo contesto che si inseriscono i nuovi farmaci per il trattamento dell’obesità, strumenti terapeutici che hanno ampliato le possibilità di cura ma che devono essere utilizzati secondo criteri precisi e sotto supervisione medica».