- La nostra intervista a Pietro Del Soldà
- Pietro, ancora oggi l’amore è imprescindibile nell’esistenza?
- Vuol dire che non possiamo fare a meno di una potenza così grande?
- Qual è invece il panorama sentimentale in cui siamo oggi immersi?
- Ma, accanto, si staglia il mito dell’autorealizzazione, che esclude l’amore…
- Che cosa dobbiamo fare?
- Invece la filosofia antica, ci insegna altro…
- Questo percorso di accoglienza e condivisione dove porta?
- Significa anche accettare e proteggere la fragilità, propria e altrui?
- Quando la pasione è tecnologica
Anno 2026: scontro frontale tra l’amore, quel desiderio incalzante verso l’altro che continua a correre nella vita di ognuno, e i punti critici dell’esperienza sentimentale che pervadono la società: il controllo, il possesso, il conformismo e, soprattutto, la paura di lasciarsi andare e l’illusione di essere felici senza vivere passioni travolgenti. Siamo in un tempo, insomma, in cui le relazioni si mostrano “deboli” perché vissute come riparo della propria cagionevolezza esistenziale. Oppure, in altri casi, rifuggite in quanto considerate un grande ostacolo al dominio dell’Io imperante. A chiarire cosa significa amare, a cosa porta questo sentimento nella vita interiore di ciascuno, qual è il suo vero rapporto con la libertà di essere se stessi, ci pensa il libro Amore e libertà. Per una filosofia del desiderio (Feltrinelli), scritto dal filosofo Pietro Del Soldà.
La nostra intervista a Pietro Del Soldà
Pietro, ancora oggi l’amore è imprescindibile nell’esistenza?
Sì, non ci potrà mai abbandonare. Finché c’è un essere umano al mondo, ci sarà tensione erotica, la forza che scuote nel profondo, fa sperimentare quello stato di mancanza che è la autentica essenza del desiderare. L’amore, infatti, nasce, come diceva il filosofo greco Platone, dalla consapevolezza di essere incompleti e di desiderare ciò che non si possiede, ovvero la felicità e la bellezza.
Vuol dire che non possiamo fare a meno di una potenza così grande?
No, non possiamo. La sacerdotessa Diotima, la donna a cui Platone, nel “Simposio”, affida il ruolo di descrivere l’amore, dice due cose fondamentali. La prima è che “l’amore è il nome giusto per ogni desiderio di felicità”, cioè non è possibile essere felici senza sperimentare l’amore che arde dentro di noi. Quindi, è assurdo pensare di tenerlo lontano, come oggi spesso si tende a fare: scelta fallimentare, poiché chi non ama e non è amato – come si sottolinea ancora nel Simposio – non combina nulla. Posso essere anche un uomo ricco, di successo, potente, che raggiunge grandi e prestigiosi traguardi, ma se tutto questo io l’ho fatto al di fuori della mia tensione erotica, qualsiasi conquista si vanifica, diventa un puro nulla.
L’altra grande lezione della filosofia del desiderio non è “tieniti lontano dalla passione” bensì “l’amore è una sorgente di creazione spirituale condivisa”, congiunta tra due persone. Si tratta di un percorso che parte dall’attrazione fisica per poi apprezzare la bellezza interiore, le virtù, le buoni azioni, e infine arrivare alla felicità. Sono verità inaggirabili per noi, così come al tempo di Platone.
Qual è invece il panorama sentimentale in cui siamo oggi immersi?
È stretto tra da due fuochi, due atteggiamenti estremi. Da una parte, fa breccia dentro di noi il mito dell’amore fusionale che brucia, incendia. L’amore dei due che diventano uno e si trasforma in un bunker contro il mondo che fa schifo, imprevedibile e pauroso, non ci riconosce e ci fa sentire falliti. Ma quest’idea, molto frequentemente, porta a una brama, soprattutto da parte maschile, di possesso, di controllo anche dei desideri più nascosti, degli angoli più reconditi della psiche (e del corpo) dell’altro, con tutte le conseguenze del caso. Perché, quando, dopo il periodo dell’innamoramento, inevitabilmente emergono le differenze tra i partner, partono atti aggressivi per non perdere il terreno, il dominio. Io credo che molti comportamenti violenti nascano da questo “seme”, dalla favola dell’amore fusionale.
Ma, accanto, si staglia il mito dell’autorealizzazione, che esclude l’amore…
Senz’altro, per non finire nell’inganno della simbiosi romantica s’antepone la nostra integrità personale alla coppia. Ciò induce moltissime persone, giovani e meno giovani, a non volersi più mettere in gioco nelle relazioni e alle “relationship” si preferiscono le “situationship”, rapporti temporali, leggeri, passeggeri che divertono però non fanno soffrire nel giorno in cui finiranno. Una scelta basata anche sul consenso, sul rispetto reciproco ma ugualmente pericolosa: rischia di sterilizzare l’amore, che è altresì e soprattutto una forza travolgente.
Che cosa dobbiamo fare?
Non possiamo disperdere l’energia erotica che è dentro di noi, ma vivere l’eros come un’esperienza di apertura ai nostri desideri e a quelli degli altri. Andando verso l’ignoto, uscendo da noi stessi verso il prossimo, in tante forme diverse. L’amore è e deve restare un’esperienza di libertà. Contro ogni forma di prigionia anche quella mentale indotta da un’idea standardizzata di bellezza. Un’immagine estetica che ormai sta diventando sempre più pervasiva nelle nostre esistenze, alla quale ci si adegua, imponendosi diete rigorose, interventi di chirurgia plastica, allenamenti rimodellanti.
Invece la filosofia antica, ci insegna altro…
Ad aspirare a un’idea di bellezza che va oltre le forme del corpo e che scaturisce nel rapporto con la verità e con gli altri. Allora, l’amore è manifestare ciò che siamo, rompendo le armature, le corazze, gli schermi difensivi, il guscio in cui ciascuno di noi si rinchiude e che impedisce di vederci reciprocamente. In questo senso, la passione serve proprio a togliere le incrostazioni che si formano, fatte di cattive abitudini, ossessioni, paure irrazionali, dipendenze psicologiche o fisiche, tutte cose che tendono a piegarci e a impedirci di stare veramente in relazione con il prossimo.
Questo percorso di accoglienza e condivisione dove porta?
Induce a partorire qualcosa di bello, di unico, di speciale. Dico che l’amore può farci danzare sul ciglio dell’abisso, ma può salvarci da una società frammentata, piena di insidie come questa, dove dominano il narcisismo, la corsa verso il successo personale, da ottenere sopra e contro gli altri, ridotti a competitor, avversari o spettatori delle performance individuali, al lavoro, a scuola o nell’aspetto fisico, nella vita sociale, perfino in quella sentimentale. L’unica strada, credo, per tirarci fuori da questa dinamica sociale deleteria, che genera per lo più frustrazione, è l’idea di amore che propongo, libero dalle prigionie del conformismo, degli stereotipi, dell’individualismo sfrenato. Altrimenti non saremo mai felici.
Significa anche accettare e proteggere la fragilità, propria e altrui?
È meglio dire che va rispettata più che protetta. È chiaro che le due cose non si escludono, però è molto importante capire che le fragilità non sono dei difetti, ma parti della nostra personalità, del nostro modo di stare al mondo. E nemmeno delle malattie da guarire, vanno solo accolte. Poi, certo, amore è anche protezione e cura. Però, a me piace pensarlo più come a un reciproco esporsi al mondo, anche col rischio di farsi male. Vuol dire scoprire insieme le nostre unicità – gli amanti entrano in contatto con la loro intima completezza – solo che per farlo c’è bisogno di qualcuno, di un rapporto che ci permetta di uscire da noi stessi. Mentre, paradossalmente, quanto più si evita la relazione, tanto meno ci si afferma.
Quando la pasione è tecnologica
Nel film “Her”, diretto da Spike Jonze e uscito nel 2013, il protagonista s’innamora di un’intelligenza artificiale. Ma potrebbe accadere anche a noi? «Io penso di no», risponde Del Soldà. «Anche se mi preoccupa il fatto che, per esempio, oggi l’IA venga utilizzata, soprattutto tra i giovani, per avere risposte ai propri problemi psicologici, come se fosse un amico o una fidanzata.
Come è allarmante anche il fenomeno delle app di dating, dove spesso non ci si incontra nemmeno faccia a faccia, e la sessualità viene vissuta attraverso foto e video: a eccitare è che all’altro piacciono le tue immagini. Una gratificazione solo narcisistica, oltre non si va. Rimanere nell’ambito del virtuale, lontani da ogni contatto diretto, imbriglia definitivamente dentro una gabbia che impedisce non solo di conoscere gli altri, ma anche di sapere chi sono e quindi, di essere me stesso».

