Frutta esotica made in Italy: se il climate change è un’opportunità

Dal mango al dragon fruit, dalle banane all’avocado. Di necessità virtù: se il clima è tropicale, lo siano anche le coltivazioni. Così il cambiamento climatico può diventare un’opportunità



Secondo i dati forniti dall’Associazione nazionale delle imprese ortofrutticole, il 50% delle famiglie italiane consuma frutta esotica, il 30% in più rispetto a 8 anni fa. Nessuna sorpresa, certo, anche perché banane, manghi e papaie sono ormai fissi nella nostra lista della spesa. Ma c’è un aspetto forse sottovalutato: arrivano da luoghi lontani, con lunghi viaggi.

«Vengono raccolti acerbi, nel momento in cui sono meno nutrienti e, spesso, per essere trasportati sono trattati con fungicidi e antimuffa», spiega Paola Anselmi biologa nutrizionista. C’è però un altro dato sulla frutta che dobbiamo prendere in considerazione: in Italia più di 1250 ettari, fa sapere Coldiretti, sono coltivati con prodotti esotici. Una delle conseguenze del cambiamento climatico, che sta modificando le colture agricole, come sta già accadendo soprattutto in Sicilia, Calabria e Puglia.

Ne abbiamo parlato con Michele Russo, agricoltore di Caltagirone (CT) e socio de Le Galline Felici, un consorzio di produttori agricoli biologici. «Partiamo da un dato di fatto: non tutte le aziende del Sud hanno le condizioni favorevoli per cambiare colture e passare alla frutta esotica. Ma molte sì e lì si sta sperimentando», esordisce.

Si tratta soprattutto dei campi esposti verso il mare, come nella zona di Bagheria e delle pendici dell’Etna che guardano verso la baia di Catania. «Non abbiamo storico, non ci sono esperienze precedenti, ma possiamo contare sulla collaborazione e il dialogo con aziende spagnole impegnate nel biologico, che sono partite 20 anni prima di noi. Hanno competenze, progetti solidi, e ci insegnano che si può fare. Certo, non possiamo aspettarci la produttività della fascia tropicale, anche perché qui da noi stiamo virando dal clima mediterraneo verso quello desertico», spiega Russo.

Ma le realtà già attive vanno molto bene. Partiamo da qualche esempio.


Avocado: una delle varietà migliori al mondo è italiana

313826«In Sudamerica si ha una produzione di avocado, sostenuta da concimi chimici, di circa 400 quintali per ettaro», continua il nostro esperto. «In Sicilia non possiamo nemmeno permetterci di fare paragoni e se arriviamo a 180 quintali ad ettaro, con il biologico, il risultato è ottimo. Però non possiamo dimenticare che sino a 15 anni fa questi frutti non erano minimamente considerati, chi li aveva piantati, almeno dalle nostre parti, li dava ai maiali, perché non avevano mercato. Poi, repentinamente, sono diventati di moda e la richiesta è cresciuta in modo esponenziale. Noi continuiamo ad insistere sulla qualità, investendo sul biologico e sul rispetto dell’ambiente, dei lavoratori e di chi acquista. La produzione è più piccola e i prezzi sono più alti, certo, ma oggi possiamo dire con certezza che l’avocado Hass siciliano sia uno dei migliori al mondo come sapore, come valore organolettico, come conservabilità».

Coltivare gli avocado in Sicilia, poi, permette non solo di mettere sul mercato frutta che non ha affrontato viaggi intercontinentali, coltivata con metodi biologici rispettosi, ma anche preziosa per l’ambiente. «L’idea è di riconvertire quei campi che per le nostre colture non sono più ideali o che possono diventare più produttivi, fornendo nel contempo un frutto che rispetto ai nostri competitor non richiede disboscamenti o deviazioni fluviali», sottolinea l’agricoltore.

Va ricordato che la produzione intensiva di avocado in Messico e Cile ha portato a conflitti socio economici legati ad uno sfruttamento enorme delle risorse idriche (si arriva a 2000 litri d’acqua per un chilo di frutta), alla deforestazione, con la perdita di biodiversità, e al massiccio uso di pesticidi. «Si tratta di campi immensi in territori che custodivano un’enorme varietà biologica e che ora sono spesso in mano alla criminalità organizzata, perché il business è enorme e fa gola a tanti. Non si investe sulla gestione delle risorse, acqua e terra in primis, sfruttate come fossero infinite», commenta Paola Anselmi, biologa.

Il mango ha trovato casa in Sicilia

313824Pure un altro frutto esotico, il mango, ha trovato una splendida nuova casa in Sicilia: «Con minime sotto i 5 gradi soffre, ma lungo la costa cresce bene. Anche se, fuori dal proprio areale, si deve ancora adattare e, negli ultimi sei anni, ha subito le drammatiche oscillazioni climatiche», aggiunge Russo. È questo il problema maggiore, per tutti i produttori di frutta esotica, e non solo, del sud Italia.

Nel 2024, ad esempio, il lago di Pergusa, il più grande bacino naturale siciliano, si è prosciugato. Ma dalle difficoltà nascono, spesso, ottime risposte. «Molti agricoltori, per la frutta esotica ma anche per le classiche colture degli agrumi, hanno scelto di irrigare con la microaspersione, che distribuisce l’acqua in modo preciso e uniforme, adattandosi al terreno. Nessuno può permettersi di sprecare, anche perché in tanti, in questi ultimi anni, hanno dovuto eliminare piante vive, sane, per centellinare le risorse idriche disponibili», sottolinea con rammarico l’esperto.

È chiaro, il clima è altamente instabile, con fenomeni sempre più intensi. Ma guardiamo il bicchiere mezzo pieno: avere temperature che raramente scendono sotto lo zero, almeno nelle aree costiere del nostro Sud, ha permesso di accogliere frutta “nuova”, che permette agli agricoltori di continuare a lavorare la terra e a chi acquista di trovare prodotti migliori e che compromettono meno il territorio.


C’è già una varietà di banana siciliana

Sull’isola siciliana sono arrivate anche le banane. «Un nostro socio aveva in un campo, da anni, alcuni banani. Che non davano frutti. Finché, evidentemente perché il clima è diventato più favorevole, hanno iniziato a fruttificare. Così abbiamo provato a farli crescere, a cercare le cultivar più adatte, dai vivaisti. E oggi anche le banane siciliane sono una realtà. Rispetto a quelle “classiche”, sono più dolci, dalla forma più tozza, con un lieve sentore di cannella. E la “comune di Sicilia”, oggi è una varietà locale molto apprezzata nel mondo bio», sottolinea Michele Russo.

Lì, tra centro America e India, dove dominano le grandi imprese, si coltivano, con monocolture a banano, circa 5 milioni di ettari. Sono investimenti di milioni di dollari, assolutamente non paragonabili ai micro campi che troviamo in Italia.

«Si tratta di colture voracissime per quanto riguarda la terra e l’acqua, perché è essenziale fare produzioni enormi, e in genere non c’è tutela per le persone impiegate», conclude Paola Anselmi. Basti pensare che il mercato delle banane mondiale è dominato da solo quattro grosse multinazionali, che controllano circa l’80% delle banane commercializzate al mondo. Comprare quelle bio dei piccoli coltivatori del Palermitano ha tutto un altro sapore.


Il dragon fruit, l'ultima grande risorsa per i campi senz’acqua

313823Riscuote successo, e sta crescendo tanto, anche la coltivazione sicula della pitaya, il dragon fruit, un frutto tradizionale del centro America che nasce da un cactus, con la buccia rossa/rosa e una polpa simile al kiwi, ma più chiara.

«È una coltura che sta diventando sempre più semplice e gestibile per noi agricoltori, perché abbiamo delle varietà autofertili, con il polline che può fecondare la pianta stessa, permettendole di produrre frutti e semi senza bisogno di un’altra pianta impollinatrice. E poi il fabbisogno idrico è basso, perfetto per il nostro clima, che vira al desertico», commenta il nostro esperto.

Ma in tutto questo cambiamento non stiamo perdendo, forse, la varietà dei nostri agrumi o la biodiversità dei nostri terreni? «La grande distribuzione ha dato, negli scorsi decenni, un colpo mortale alla diversità della nostra agricoltura, privilegiando le qualità più produttive, spingendo i coltivatori a conferire frutta che doveva rispondere a standard precisi, con poco margine», risponde Russo.

E molto ha fatto il cambiamento climatico, rendendo sempre più costoso, per esempio, mantenere gli agrumi in alcune zone. Tanto che il pompelmo, coltivato in sud Italia da una cinquantina d’anni, ora è in grande difficoltà. D’altro canto, proprio grazie alle nuove colture esotiche, si mantengono i suoli coltivati, contrastando la desertificazione e, con il biologico, sani. Favorendo anche una cultura e un consumo alimentare più sano: «Scegliendo cibo locale, anche se di varietà esotiche, ci nutriamo di piante colonizzate da microrganismi, batteri e funghi in primis, che vivono nei nostri terreni, che si sono evoluti con noi, ai quali il nostro microbiota è abituato», conclude Russo.


Olio di avocado, fa bene a cuore e pelle

Nuove culture, ma anche nuovi prodotti. Andrea Passanisi, di Sicilia Avocado, ha iniziato dall’azienda di famiglia, specializzata in vite e limoni, poi dal 2000 ha virato sugli avocado e, in breve tempo, si è reso conto che una parte della produzione non era vendibile perché i frutti erano piccoli o presentavano piccole imperfezioni. Da qui l’idea di sperimentare l’olio di avocado, un’idea innovativa nata dalla volontà di valorizzare al meglio il frutto e, al tempo stesso, di sviluppare un’economia circolare sul posto. Il progetto, dopo qualche anno di ricerca, è ormai una realtà.

L’olio di avocado, estratto a freddo, per preservare tutte le proprietà nutritive, è ricco di grassi monoinsaturi, ottimo per la salute del cuore e per mantenere basso il colesterolo cattivo. Inoltre è un perfetto elasticizzante per la pelle.

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