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Malattie autoimmuni, prova con i farmaci biologici

Si rivelano efficaci non solo per contrastare i sintomi, ma anche per frenare l’evolversi della malattia



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Diversissimi dai farmaci che conosci, non sono molecole chimiche ma proteine ottenute grazie alle moderne tecniche di Dna ricombinante e di ingegneria genetica. Queste nuove medicine sono in grado di interferire con alcune sostanze infiammatorie prodotte dalle nostre difese se soffriamo di una malattia autoimmune (dall’artrite reumatoide al morbo di Crohn). Sono dunque una soluzione efficace per curare un tipo di patologie, oggi diagnosticato con sempre maggiore frequenza. Cerchiamo di conoscerle meglio con l’aiuto del professor Amato de Paulis, che ha presieduto il congresso Biological therapies in medicine da poco conclusosi a Ischia.


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Quando vengono consigliati? Solitamente nei casi in cui si ha una scarsa risposta alle terapie tradizionali.

Nella rettocolite ulcerosa e nel morbo di Crohn (due malattie infiammatorie croniche dell’intestino) l’infliximab viene usato soprattutto quando i farmaci tradizionali non danno risultati apprezzabili. A volte, nel morbo di Crohn viene suggerito in prima battuta per evitare l’insorgere delle complicanze alle articolazioni, ai reni, agli occhi, al fegato e alla pelle. L’infliximab è stato approvato anche per la cura dell’artrite reumatoide moderata o grave che non risponde ai farmaci antireumatici. Può inoltre essere impiegato con successo all’esordio dei sintomi (da qui l’importanza di una diagnosi precoce). Il ricorso all’infliximab è stato autorizzato infine per la cura della spondilite anchilosante e dell’artrite psoriasica attive e resistenti ai farmaci tradizionali. Il belimumab è invece il primo trattamento specificamente sviluppato e approvato per il lupus eritematoso sistemico. È indicato come terapia aggiuntiva nei pazienti con un alto grado di attività della malattia nonostante la cura a base di cortisone e immunosoppressori.

Con quali risultati? Spesso portano alla remissione (cioè all’attenuazione o alla scomparsa) dei sintomi.

Nella rettocolite ulcerosa, per esempio, l’infliximab determina la guarigione della mucosa intestinale nel 60% dei casi. Nel morbo di Crohn nel 60-70%. In entrambe le malattie la sua efficacia è superiore del 30-40% rispetto a quella degli immunosoppressori tradizionali e aumenta ulteriormente quando i due differenti tipi di farmaci vengono utilizzati insieme, riuscendo a tenere sotto controllo persino le forme complicate dalla presenza di fistole. Nell’artrite reumatoide il ricorso al farmaco biologico comporta, nel 70% dei casi, una rapida riduzione del dolore e del gonfiore alle articolazioni. Può essere associato agli antinfiammatori non steroidei, al cortisone o agli antireumatici per potenziarne l’effetto. Se impiegato precocemente, entro i 6 mesi dalla comparsa dei sintomi, l’influximab (e altri farmaci simili) può modificare il decorso stesso della malattia e nel 60% dei casi portare alla sua completa remissione. Il belimumab, invece, in aggiunta alla terapia standard, permette di ridurre notevolmente il ricorso ai corticosteroidi nella terapia del lupus.

 Sono passati dal Servizio sanitario nazionale? Sì, perché si tratta di farmaci molto costosi che spesso vengono somministrati negli ospedali o in ambulatori dedicati.

È ciò che avviene con l’infliximab che, a seconda delle patologie, viene infuso per via endovenosa. Esistono poi altri farmaci che possono essere presi a domicilio (perché vanno iniettati sottocute e non in vena). Sono l’etanercept, l’adalimumab, l’anakinra. Al di là del tipo di somministrazione (e quindi della possibilità di seguire la cura a casa piuttosto che in strutture ospedaliere) si tratta comunque sempre di farmaci dal prezzo elevato il cui uso va monitorato periodicamente (con costi aggiuntivi per le analisi). È stato calcolato, per esempio, che la cura con l’infliximab costa circa 10.000 euro all’anno a paziente per il morbo di Crohn e fino a 12.000 euro per l’artrite psoriasica. Quella con il belimumab per il lupus eritematoso sistemico 2512 euro. La buona notizia è che il brevetto di alcuni di questi farmaci è scaduto o sta per esserlo, per cui iniziano a comparire in commercio i primi generici (nei prossimi anni è prevista una riduzione della spesa del 30% legata al loro utilizzo).

 Ci sono altri medicinali allo studio? Si sta verificando soprattutto se quelli esistenti possono essere utilizzati per differenti patologie.

È quello che è successo con l’omalizumab, approvato da tempo per la terapia dell’asma cronica, che verrà messo in vendita nei prossimi mesi anche per la cura dell’orticaria spontanea. Il belimumab, utilizzato nel lupus, è invece allo studio per la sindrome di Sjögren. Altre ricerche riguardano infine le infiammazioni croniche dei vasi sanguigni, degli occhi, dei muscoli. Con una certezza: le cure saranno sempre più affidate ai farmaci biologici. Per maggiori info: siaaic.eu (della Società italiana di allergologia, asma e immunologia clinica); amiciitalia.net e reumatologia.it

Articolo pubblicato sul n.29 di Starbene del 07/07/2015

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