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Allergie: attenzione a quelle immaginarie

Strani eritemi, starnuti e gonfiori addominali? Non è sempre colpa del sistema immunitario



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Molti se lo ricordano per il bacio dato a una donna sieropositiva nel 1991, in piena psicosi Aids, per dimostrare a tutti che il virus dell’Hiv non si trasmette con la saliva. Ma Fernando Aiuti ha una fama che va ben oltre quel bacio. Professore emerito di medicina interna all’Università La Sapienza di Roma, già presidente della Società Italiana di Immunologia e fondatore dell’Anlaids, torna oggi a far parlare di sé con un nuovo libro: Il nostro meraviglioso sistema immunitario. Libro in cui lancia messaggi chiari al grande pubblico, sfatando i falsi miti su allergie, intolleranze, vaccini e infezioni. E puntando l’indice contro i medici che alimentano una nuova classe di pazienti: gli allergici immaginari. Lo abbiamo intervistato per fare il punto su questo fenomeno dilagante che interessa soprattutto le donne, presunte vittime di neoallergie. A partire da quelle alimentari.


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1 - E’ vero che le allergie sono in aumento?

«Le uniche allergie che hanno registrato un leggero incremento, negli ultimi anni, sono quelle respiratorie: circa l’1% in più. Il principale imputato è il pelo degli animali domestici, diretta conseguenza del fatto che sono aumentate le persone che tengono un cane o un gatto in casa. E si sa che maggiore è l’esposizione a una sostanza potenzialmente allergizzante, più alto è il rischio di sviluppare col tempo un’allergia.

Anche le pollinosi stagionali, che si manifestano in primavera, hanno registrato un trend analogo. Per quanto riguarda, invece, le restanti allergie (lattice, muffe, acari, alimenti, metalli pesanti e sostanze chimiche presenti in detersivi e cosmetici) la situazione è rimasta sostanzialmente invariata.

Se ne parla di più soltanto perché vengono diagnosticate precocemente, mentre un tempo ci si lamentava di cefalea, eruzioni cutanee, disturbi digestivi e gonfiori addominali senza ricercarne la causa, come una sorta di “caratteristica individuale” con cui imparare a convivere. Ben vengano, quindi, i test allergologici in caso di una sensibilizzazione sospetta. Ma teniamo presente che i veri allergici non superano il 15% della popolazione italiana».

2 - Si può diventare sensibili a un alimento di punto in bianco?

«Sì, ma anche questa affermazione va ridimensionata. La gente confonde le allergie, una precisa reazione del sistema immunitario contro pseudonemici, con le intolleranze alimentari, che sono malattie geneticamente determinate dovute alla mancanza di uno o più enzimi fondamentali per la digestione di certi nutrienti. Per quanto concerne queste ultime, si può diventare intolleranti a qualsiasi età, specie se si continua inconsapevolmente a mangiare il cibo incriminato, verso il quale si è sprovvisti di enzimi digestivi.

Anche per le allergie alimentari, che attivano le nostre sentinelle di difesa (i linfociti), si può manifestare una prima reazione a 30, 40 o 50 anni. Ma si tratta di un’evenienza molto rara che si verifica in meno dell’1% degli individui. Certo, la prospettiva è cambiata. Fino a 40 anni fa si pensava che tutte le forme di allergia o intolleranza si manifestassero entro i tre anni di vita del bambino. E oggi sappiamo che non è così. Ma bisogna tenere ben presente i numeri. Se i dati epidemiologici ci dicono che meno dell’1% delle persone diventa allergico in età adulta, significa che molte somatizzano il proprio disagio psicologico a tavola, riversando ansie, timori e frustazioni in un rapporto conflittuale col cibo.

La mensa diventa un campo di battaglia su cui vengono mentalmente schierati i cibi “sì” e i cibi “no”. Quelli che fanno bene, o che comunque non nuocciono alla salute, e quelli che provocano una serie di reazioni avverse a catena: dal gonfiore al mal di testa, dall’insonnia ai chili di troppo, dalle eruzioni cutanee al nervosismo a fior di pelle. Ci si autoconvince che quel cibo ci fa male, e alla fine diventa realmente così, perché l’intestino è un “secondo cervello” connesso al nostro sistema nervoso».

4 - Come si riconosce l’allergico immaginario?

«Il primo indizio è la presenza di allergie plurime. In genere è sensibile a più sostanze contemporaneamente, che possono variare nel corso degli anni. Cambia spesso il materasso, legge tutte le etichette, non sopporta la lana o la seta, sta alla larga dai gatti e bandisce un sacco di alimenti (tranne poi spizzicare dai piatti altrui). Ogni tanto si scopre allergico a qualcosa di nuovo, infilandosi in un tunnel di esami e camici bianchi finché non trova una pseudorisposta in qualche nuovo test di dubbia affidabilità».

3 - Quali sono i test davvero attendibili?

«Ha toccato un punto nevralgico. Per stilare la diagnosi di allergia occorre affidarsi solo a test diagnostici convalidati dalla scienza ufficiale: il Rast-test, che misura nel sangue la presenza di IGE (immunoglobuline-E) specifiche verso un determinato allergene, e il Prick-test che consiste in una serie di scarificazioni, cioè di “micrograffietti” sull’avambraccio, tese a mettere la pelle a diretto contatto con l’allergene, sotto forma di estratto liquido o di alimento integrale.

Negli ultimi anni il Rast-test è stato in parte sostituito dall’Isac, una nuova analisi di biologia molecolare che sfrutta le nanotecnologie: basta porre una goccia di sangue su un vetrino e analizzare la reazione a ben 112 molecole ad alto rischio. Mentre Rast e Prick sono a carico del SSN, l’ISAAC non è mutuabile e costa 250-300 euro. Ragion per cui non ha ancora soppiantato i “grandi classici”.

Tutti gli altri test tesi a scoprire improbabili allergie non hanno alcuna validità scientifica. Mi riferisco soprattutto a quelli bioelettrici e citologici, molto di moda, che non hanno le caratteristiche di specificità e riproducibilità perché il loro risultato varia di giorno in giorno. Ho visto molti pazienti “rovinati” da questi empirici metodi di diagnosi, che hanno depennato dalla dieta molti alimenti, e perciò sono andata incontro a deficit di ferro, di calcio e di vitamina D. Ricordiamolo: una persona non è allergica a 20 alimenti, ma a 3-4 al massimo!».

5 - Quali sono le colpe dei medici in questo eccesso di diagnosi?

«A parte la schiera di ciarlatani, che fanno diagnosi sommarie, molti medici non vanno a fondo del problema. Mi spiego: se una donna ha un’eczema e pensa di essere allergica alla polvere, non basta prescriverle il Rast-test, per dosare gli anticorpi antiacaro, ma è necessario anche il Prick-test. Infatti, si possono avere le IGE alte verso un dato allergene (in questo caso gli acari della polvere), ma non manifestare i sintomi di questa allergia, che resta “latente” per tutta la vita.

Molti medici, invece, si fermano al primo step. Diagnosticano le allergie soltanto sulla base degli esami sul sangue, senza corredarli dal Prick-test, la “prova del nove” che ci permette di confermare la diagnosi perché testa la reattività individuale. Così facendo generano false convinzioni nei pazienti: «Le IGE antiacaro sono alte? Allora sono allergica!». Invece non è detto. Può darsi che l’eczema sia dovuto a una reazione passeggera, come una dermatite da contatto con sostanze chimiche irritanti».

Le vere origini del disturbo

«Gli allergici immaginari, il cui numero sfugge alle statistiche, non vanno liquidati come ipocondriaci, ma aiutati», puntualizza il professor Fernando Aiuti. «Il loro malessere è concreto, tangibile. La fobia verso tutte le sostanze potenzialmente allergizzanti è un disturbo del comportamento, dettato dalla depressione o da una sindrome ossessiva compulsiva ». Per uscire da questa spirale, serve più uno psicoanalista o uno psicoterapeuta che un allergologo. Qualcuno che li “agganci” per convincerli che il nemico non è all’esterno, ma dentro di sé. E che occorre scavare nella mente per recuperare un rapporto positivo col cibo o con la primavera. Solo così si “guarisce” per sempre.

Articolo pubblicato sul n. 33 di Starbene del 04/08/2015

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