Zombieing, cosa fare quando l’ex torna dopo essere sparito nel nulla
Scopri cos’è lo zombieing e come gestire il ritorno di un ex partner. Una guida psicologica per proteggere il proprio benessere emotivo e riconoscere i segnali di manipolazione nelle relazioni digitali

Proprio quando pensavi di aver finalmente voltato pagina, ecco che appare quella notifica sullo schermo. Un "Ciao, come va?" o un like tattico a una vecchia foto. Non è un semplice ritorno: è lo zombieing, l'evoluzione ancora più subdola del ghosting.
Se il “fantasma” sparisce nel nulla senza spiegazioni, lo “zombie” è colui che decide di risorgere dal silenzio proprio nel momento in cui la sua assenza aveva smesso di fare male. Non si tratta di un fenomeno isolato, ma di una dinamica sempre più diffusa nelle relazioni moderne e digitali.
Secondo recenti indagini sui comportamenti nel dating online, circa il 50% dei giovani adulti ha subito ghosting e, di questi, una percentuale significativa vede l'ex partner riapparire mesi o anni dopo senza alcuna valida giustificazione. Questo ritorno di fiamma non richiesto genera un profondo senso di confusione emotiva e può minare seriamente l'autostima di chi lo subisce, riaprendo ferite che erano in fase di guarigione.
Perché accade? Si tratta di nostalgia autentica o di un bisogno di controllo? E, soprattutto, come dobbiamo reagire per non cadere nuovamente in un ciclo di instabilità affettiva? Per fare luce su questi dubbi e capire come difendere i nostri confini psicologici, abbiamo chiesto il parere della psicologa Giulia Sottile.
Dottoressa, sentiamo spesso parlare di ghosting, ma lo zombieing sembra aggiungere un carico emotivo ulteriore. Cosa spinge una persona a riapparire dopo un lungo silenzio?
«Lo zombieing è particolarmente destabilizzante perché riapre una ferita che stava cicatrizzando. Dal punto di vista psicologico, chi riappare dopo essere sparito spesso non lo fa per un reale desiderio di relazione, ma per bisogni più egocentrati: conferma narcisistica, solitudine momentanea, difficoltà a tollerare l’idea di non avere più accesso emotivo all’altro.
Il tempismo non è casuale. Il ritorno avviene spesso quando l’altra persona sta ritrovando equilibrio, autonomia o visibilità (anche simbolica, ad esempio sui social). È come se lo “zombie” percepisse inconsciamente che il legame si sta sciogliendo e intervenisse per riattivarlo, anche solo per sentire di contare ancora qualcosa. È spesso un tentativo di riprendere controllo, non tanto sull’altro quanto su di sé, attraverso il controllo della relazione. Spesso sta cercando di ristabilire un senso di continuità identitaria:“conto ancora?”, “ho ancora un posto nella vita dell’altro?”».
Quali sono i rischi psicologici per chi subisce questo ritorno e come influisce sull’autostima?
«Il rischio principale è la confusione emotiva. Lo zombieing riattiva speranze, dubbi e domande irrisolte, riportando la persona in uno stato di attesa e ipervigilanza. Questo può minare l’autostima (“Forse avevo capito male”, “Forse non valgo abbastanza da essere scelto davvero”) e compromettere il senso di sicurezza relazionale.
Nel lungo periodo, se l’esperienza non viene elaborata, può instaurarsi una forma di sfiducia di base: la paura che l’altro sparisca senza spiegazioni, o che torni solo quando fa comodo. È un terreno fertile per relazioni instabili o per una chiusura difensiva, dove il controllo prende il posto della fiducia. C’è da dire anche che chi lo subisce ne è solitamente più predisposto. Le persone con attaccamento ansioso o con una storia di legami imprevedibili non “pensano di non valere abbastanza” in modo conscio, ma sentono che il valore passa dalla risposta dell’altro. La loro regolazione emotiva dipende dalla relazione».
Esiste un profilo psicologico tipico dello “zombie”?
«Non esiste un unico profilo, ma alcuni tratti ricorrono: difficoltà nella regolazione emotiva, scarso senso di responsabilità affettiva, evitamento dell’intimità reale. In molti casi non si tratta di nostalgia autentica, ma di una nostalgia strumentale: il ricordo dell’altro come fonte di validazione, più che come persona con cui costruire qualcosa.
Lo zombieing può essere anche una forma implicita di controllo relazionale: verificare se l’altro è ancora disponibile, se risponde, se “c’è”. Non è necessariamente un atto consapevole o manipolatorio in senso clinico, ma è comunque un comportamento che ignora l’impatto emotivo sull’altro».
Qual è il comportamento più sano da adottare per proteggere il proprio benessere emotivo? Esiste una risposta perfetta?
«La scomoda verità è che non esiste una risposta perfetta, ma esiste una risposta coerente con il proprio benessere. Cercare spiegazioni spesso porta a nuove ambiguità, mentre vendicarsi mantiene il legame sul piano emotivo. Il comportamento più sano è fermarsi e chiedersi: “Questa persona, nei fatti, è stata capace di una presenza responsabile?”. Le risposte vanno cercate nei comportamenti, non nelle parole.
In molti casi, non rispondere o rispondere con un confine chiaro e breve è un atto di cura di sé, non di freddezza. Qui il punto centrale non è solo “lasciare andare l’altro”, ma lasciare andare una parte di sé: quella che spera ancora che l’altro chiarisca, ripari, dia finalmente un senso a ciò che è accaduto. Il bisogno di spiegazioni è umano, ma spesso è un’illusione: la chiarezza non arriva da chi ha evitato il confronto, ma da un lavoro interno di separazione. Bisogna smettere di cercare conferme esterne e iniziare a fidarsi della propria esperienza emotiva. Questo richiede un lavoro su di sé, non contro l’altro».
In un’epoca di relazioni digitali “mordi e fuggi”, come possiamo educare noi stessi a riconoscere questi schemi precocemente?
«Le relazioni digitali amplificano tutto questo. La comunicazione mediata riduce il corpo, il contesto, la continuità, e lascia spazio a proiezioni massive. Educarsi oggi significa diventare utenti consapevoli: sapere che un messaggio, un silenzio, una riapparizione non hanno lo stesso valore di una presenza incarnata e continuativa. Riconoscere precocemente questi schemi significa imparare a dare valore alla continuità, non all’intensità. Messaggi intensi ma discontinui, presenza intermittente, difficoltà a nominare il legame o a prendersi responsabilità emotive sono segnali da non ignorare».
Chi ha vissuto lo zombieing come può tornare a fidarsi senza vivere nel timore di una nuova sparizione?
«Per tornare a fidarsi, dopo uno zombieing, è fondamentale distinguere tra fiducia e ingenuità. La crescita non consiste nel non fidarsi più degli altri, ma nel fidarsi di più di sé. Fidarsi dell’altro è sano; non fidarsi di se stessi pur di non perdere l’altro, no. Fidarsi non significa abbassare i confini, ma costruirli meglio. Un percorso psicologico può aiutare a rimettere ordine tra ciò che è stato proiettato sull’altro e ciò che l’altro ha realmente offerto, restituendo alla persona la possibilità di scegliere relazioni più stabili senza vivere nell’ansia dell’abbandono».
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