Se un coniuge ha la demenza, aumenta il rischio anche per l’altro: cosa rivela un nuovo studio

La demenza non è contagiosa, ma vivere accanto a un partner malato può aumentare anche per l’altro il rischio di declino cognitivo. Un nuovo studio spiega perché, come prevenire e come aiutare i caregiver

Se un coniuge ha la demenza, aumenta il rischio anche per l’altro: cosa rivela un nuovo studio
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È una di quelle notizie che lasciano un solco profondo nel cuore di chi vive da vicino la fragilità della terza età: quando a un coniuge viene diagnosticata una forma di demenza, il rischio che l’altro partner sviluppi la stessa patologia aumenta in modo significativo.

A confermarlo con la forza dei dati è uno studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista JAMA Network Open. La ricerca mette in luce un fenomeno finora spesso sottovalutato: la demenza non è soltanto una sfida individuale, ma un evento che travolge e riplasma l’equilibrio di tutta la coppia e della rete familiare.

Per le coppie over 60, per i caregiver familiari e per i figli che assistono genitori anziani, questa scoperta non deve rappresentare un motivo di sconforto, bensì un campanello d’allarme per cambiare il modo in cui ci prendiamo cura dell’altro partner.

I dati che emergono dalla ricerca

Lo studio ha monitorato migliaia di coppie di anziani nel corso di diversi anni, analizzando la concordanza delle diagnosi di declino cognitivo all’interno del nucleo coniugale. I risultati parlano chiaro: vivere accanto a un partner affetto da demenza incrementa in modo misurabile la probabilità di sviluppare un deterioramento cognitivo rispetto a chi vive con un partner cognitivamente sano.

Questo legame non è dovuto a una “contagiosità” biologica della malattia — la demenza non si trasmette come un virus —, ma a una complessa rete di fattori ambientali, emotivi, comportamentali e biologici condivisi per decenni.

Il principio di concordanza coniugale: I partner tendono ad adottare le stesse abitudini, a condividere gli stessi ambienti e ad affrontare insieme le medesime tensioni biologiche e psicosociali. Quando la salute di uno cede, l’ecosistema dell’altro ne risente inevitabilmente.

La vulnerabilità del coniuge “sano

Per capire come prevenire questo fenomeno, gli esperti hanno individuato diversi fattori chiave che spiegano la vulnerabilità del coniuge che convive sotto lo stesso tetto.

  • Stress cronico e sovraccarico emotivo (caregiver burden): assistere giorno e notte una persona cara che perde la memoria, manifesta alterazioni del comportamento o non riconosce più i luoghi familiari genera uno stress biologico continuo.
  • Livelli costantemente elevati di cortisolo (l’ormone dello stress) danneggiano l’ippocampo, l’area del cervello fondamentale per la memoria.
  • Deprivazione del sonno: i disturbi del sonno sono tra i sintomi più frequenti e complessi della demenza. Il coniuge caregiver si sveglia spesso durante la notte per monitorare il partner, subendo una frammentazione del riposo che impedisce al cervello di eliminare le tossine metaboliche accumulate durante il giorno.
  • Isolamento sociale e sedentarietà: per stare accanto al malato, il caregiver tende gradualmente ad abbandonare hobby, uscite con gli amici e attività fisica. L’isolamento e la mancanza di stimoli cognitivi esterni sono tra i più noti fattori di rischio per il declino cerebrale.
  • Stili di vita e ambiente condivisi: decenni di alimentazione analoga, eventuale esposizione a fattori di rischio ambientali o livelli simili di attività fisica creano una base di vulnerabilità condivisa già prima della diagnosi.

L’impatto sui figli e sulle famiglie

Questa dinamica crea una pressione enorme sui figli adulti. Spesso appartenenti alla cosiddetta generazione sandwich — schiacciata tra la cura dei propri figli e l’assistenza ai genitori anziani —, i figli si trovano a dover gestire non più un solo genitore malato, ma due genitori ad alto rischio di fragilità.

Vedere il genitore sano cedere gradualmente alla stanchezza, mostrare primi episodi di disattenzione o vuoti di memoria causa un forte carico di ansia. Diventa quindi prioritario spostare l’attenzione di tutta la famiglia: non ci si può più concentrare esclusivamente sul genitore con la diagnosi, ma occorre monitorare e sostenere attivamente il genitore che assiste.

Strategie concrete, come proteggere il coniuge caregiver

La consapevolezza emersa dallo studio su JAMA Network Open ci offre una bussola precisa per intervenire tempestivamente. Proteggere il cervello del coniuge sano è possibile, mettendo in atto interventi mirati su più fronti. Garantire momenti di sollievo (Respite Care)

Il caregiver non può e non deve fare tutto da solo. È indispensabile introdurre nella routine quotidiana ore o giornate di pausa, ricorrendo a centri diurni, assistenti domiciliari o al supporto alternato dei familiari. Permettere al coniuge di staccare la spina è un vero e proprio intervento salvavita per il suo cervello.

Preservare la vita sociale e la stimolazione cognitiva. Incoraggiare il coniuge a mantenere contatti personali, frequentare gruppi di supporto per caregiver o dedicarsi a piccole passioni personali aiuta a mantenere attiva la riserva cognitiva e a contrastare la depressione. Effettuare screening cognitivi periodici

Per le coppie over 60 che vivono questa situazione, è consigliabile inserire nella routine medica controlli periodici dello stato cognitivo anche per il partner assistente. Intercettare precocemente un lieve decadimento cognitivo (MCI – Mild Cognitive Impairment) permette di attivare strategie di prevenzione primaria e secondaria molto più efficaci. Curare l’igiene del sonno e l’alimentazione

Se il partner malato soffre di vagabondaggio notturno o agitazione, è fondamentale valutare con il medico curante o lo specialista (neurologo/geriatra) soluzioni farmacologiche o comportamentali per regolarizzare il sonno di entrambi, salvaguardando il riposo del caregiver.

Dalla cura individuale alla cura della coppia

Lo studio pubblicato su JAMA Network Open ci ricorda una verità fondamentale: la salute di una coppia è un sistema interconnesso. Prendersi cura di chi soffre di demenza significa, al tempo stesso, custodire chi gli sta accanto.

Aiutare un genitore o un coniuge caregiver non è un atto di cortesia, ma una misura di prevenzione medica indispensabile per evitare che una tragedia familiare raddoppi la sua portata.

Cosa dicono gli esperti

Marco Trabucchi Geriatra, Presidente della Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP), una delle voci più autorevoli in Italia sul tema dell’invecchiamento e del carico assistenziale familiare afferma che “La mancanza di relazioni, di confronto e di un supporto esterno porta il caregiver a vivere una pressione insostenibile. Quando l’assistenza avviene in totale solitudine e il contatto vitale si riduce unicamente ai sintomi disturbanti del paziente, la reazione del familiare rischia di trasformarsi in senso di colpa, sfinimento e aggressività reattiva. La sfida culturale e medica è costruire comunità che non lascino sole le famiglie”.

Camillo Marra, neurologo, Direttore della Clinica Neurologica al Policlinico Gemelli di Roma e già Presidente della SinDem ha espresso chiaramente i rischi clinici e psicologici correlati al ruolo di assistente familiare: “I familiari di persone con demenza presentano tassi di ansia, depressione e patologie psicosomatiche nettamente superiori alla media della popolazione di pari età. L’esaurimento emotivo ed emotivo-esistenziale deriva dalla perdita progressiva della persona cara mentre è ancora in vita, un ‘lutto ambiguo’ che logora giorno dopo giorno la resilienza del familiare”.