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Virus Nipah, perché preoccupa e cosa sappiamo

È conosciuto da decenni, ma resta in gran parte enigmatico. Il virus Nipah torna a preoccupare dopo la ricomparsa di nuovi casi nello Stato del Bengala Occidentale, in India, spingendo diversi Paesi asiatici a intensificare i controlli. Leggi qui per approfondire

Foto: iStock



Da alcune settimane negli aeroporti di diverse capitali asiatiche sono stati rafforzati i controlli sanitari sui passeggeri in arrivo. La misura è scattata dopo la conferma di nuovi casi di virus Nipah nello Stato indiano del Bengala Occidentale e ha spinto Paesi come Thailandia e Nepal ad attivare screening aggiuntivi per i viaggiatori provenienti dalle aree interessate. Le autorità di Nuova Delhi parlano di un focolaio circoscritto e sotto controllo, ma la notizia ha rapidamente attirato l’attenzione della comunità internazionale.

Il Nipah non è un virus nuovo, ma ogni sua ricomparsa riaccende l’allarme tra scienziati e sistemi sanitari di tutto il mondo. Il motivo è noto: si tratta di uno dei patogeni più letali finora identificati, con un tasso di mortalità che può raggiungere il 70% e senza che esistano, al momento, terapie o vaccini specifici. Proprio per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo inserisce tra le malattie prioritarie da monitorare per il loro potenziale epidemico. Resta quindi una domanda inevitabile: quanto è concreto il rischio che il virus possa arrivare anche in Italia?

Cos’è il virus Nipah

Il virus Nipah è un patogeno zoonotico, cioè un agente infettivo capace di trasmettersi dagli animali all’uomo. «Il suo serbatoio naturale è rappresentato dai pipistrelli frugivori, conosciuti anche come “volpi volanti”», spiega Federico Gobbi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Verona.

«Si tratta di specie molto diffuse in ampie aree dell’Asia meridionale e sud-orientale, che possono ospitare il virus senza sviluppare la malattia e trasmetterlo sia ad altri animali sia, in determinate circostanze, direttamente all’uomo».

Il Nipah è stato identificato per la prima volta alla fine degli anni Novanta in Malesia, in seguito a un’epidemia che colpì in modo particolare gli allevatori di suini. Da allora sono stati registrati casi sporadici e piccoli focolai in diversi Paesi asiatici, soprattutto in Bangladesh, India e Singapore. La combinazione tra l’elevata letalità, la gravità delle manifestazioni cliniche e l’andamento imprevedibile delle epidemie ha portato l’OMS a inserirlo tra i virus da sorvegliare con la massima attenzione.

Come avviene la trasmissione

Il virus Nipah può essere trasmesso attraverso diverse modalità. «La via di contagio più frequente è quella dagli animali all’uomo, tramite il contatto diretto con animali infetti o con i loro fluidi corporei», spiega Gobbi. «In alcune circostanze, l’infezione è avvenuta anche attraverso il consumo di alimenti contaminati, come frutta o succhi non adeguatamente trattati, sui quali i pipistrelli avevano depositato saliva o urina».

È documentata anche la trasmissione da persona a persona, soprattutto in contesti familiari o ospedalieri, quando il contatto è stretto e prolungato, come durante l’assistenza ai malati.

«A differenza di virus respiratori come l’influenza o il Covid-19, il Nipah non si diffonde per via aerea», precisa l’esperto. «Perché avvenga il contagio sono necessari una vicinanza ravvicinata e condizioni particolari».

Il periodo di incubazione varia in genere da 4 a 14giorni e, in questa fase, l’infezione può rimanere asintomatica, rendendo più complessa l’identificazione precoce dei casi.

Quali sono i sintomi del virus Nipah

Uno degli aspetti più insidiosi dell’infezione da virus Nipah è l’esordio clinico, spesso poco specifico. Nelle fasi iniziali la malattia può presentarsi con febbre, mal di testa, dolori muscolari, nausea, vomito e una marcata sensazione di stanchezza, sintomi comuni a molte infezioni virali e quindi difficili da distinguere.

«Con il passare dei giorni, tuttavia, il quadro clinico può peggiorare in modo rapido», avverte Gobbi. «In alcuni pazienti compaiono disturbi respiratori che possono evolvere in forme di polmonite grave. Nei casi più seri il virus interessa il sistema nervoso centrale, causando un’encefalite acuta, con confusione mentale, convulsioni, perdita di coscienza e, non di rado, un esito fatale».

È proprio questa progressione veloce e spesso drammatica a spiegare l’elevata letalità dell’infezione, che nelle diverse epidemie registrate è oscillata tra il 40% e il 70%.

Come si cura il virus Nipah

Attualmente non esistono farmaci specifici né vaccini approvati contro il virus Nipah. «Le terapie disponibili sono quindi esclusivamente di tipo sintomatico e di supporto», spiega Gobbi. «Questo significa garantire assistenza respiratoria quando necessario, gestire le complicanze neurologiche e mantenere un monitoraggio clinico costante del paziente».

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha avviato diversi studi su antivirali e vaccini sperimentali, ma nessuno è ancora arrivato a un impiego clinico su larga scala.

Proprio l’assenza di strumenti terapeutici mirati rende fondamentali la prevenzione e l’intervento tempestivo sui focolai. L’isolamento rapido dei casi, il tracciamento accurato dei contatti e l’adozione di rigorose misure di protezione per il personale sanitario restano, ad oggi, le strategie più efficaci per contenere la diffusione del virus.

Quali sono i rischi 

I recenti casi registrati in India hanno riacceso l’attenzione internazionale sul virus Nipah, inducendo diversi Paesi asiatici a rafforzare i controlli sanitari negli aeroporti. Le autorità indiane riferiscono di un intervento tempestivo, basato su test mirati, sorveglianza attiva e quarantena dei contatti stretti. Al momento non si osserva una diffusione estesa del virus, ma il livello di allerta rimane elevato.

«Il rischio che il Nipah possa arrivare in Italia è estremamente basso», riflette Gobbi. «Un caso importato attraverso i viaggi internazionali non può essere escluso in assoluto, ma si tratta di un’eventualità rara. Il nostro sistema sanitario è preparato a riconoscere rapidamente infezioni poco comuni e ad applicare misure di isolamento efficaci, riducendo al minimo qualsiasi possibilità di trasmissione».

Oltre alla minaccia diretta per la salute, la ricomparsa del Nipah ricorda quanto sia importante mantenere sistemi di sorveglianza costanti, investire in ricerca e rafforzare la cooperazione internazionale. Anche se al momento il pericolo per l’Italia è minimo, il virus resta un promemoria della vulnerabilità globale di fronte a patogeni ad alta letalità: non a caso, il 30 gennaio si celebra il World NTD Day, la Giornata mondiale delle malattie tropicali neglette istituita dall’OMS per richiamare l’attenzione su patologie spesso “invisibili”, che colpiscono soprattutto le popolazioni più fragili e continuano a ricevere investimenti insufficienti in prevenzione, ricerca e accesso alle cure.

«Il World NTD Day mette in luce quanto sia necessario un impegno concreto e coordinato, che unisca politica, scienza e sanità pubblica», conclude Gobbi. «Servono sistemi di sorveglianza efficaci, strategie di prevenzione, accesso equo alle cure e investimenti mirati nella ricerca, seguendo il principio One Health, che riconosce l’interconnessione tra uomo, animali e ambiente. Solo con un approccio globale e integrato si può affrontare seriamente una minaccia che non conosce confini e continua a emergere in diverse parti del mondo».


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