La ricerca su come affrontare la sclerosi multipla è arrivata a una svolta significativa. È stata scoperta una molecola riparativa in grado di agire su due processi chiave della malattia: la degenerazione delle fibre nervose e il fallimento della rimielinizzazione, oggi non controllabili dalle terapie disponibili.
Il progetto è stato coordinato dall’Università Vita-Salute San Raffaele e IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. Alla ricerca hanno partecipato i migliori centri internazionali impegnati sulla sclerosi multipla (tra cui il Paris Brain Institute - Institut du Cerveau, l’University of California San Francisco e l’Università di Münster). La ricerca è stata resa possibile grazie al finanziamento della International Progressive MS Alliance e al contributo dei partner accademici e industriali del consorzio BRAVEinMS.
Cos'è la sclerosi multipla progressiva
La sclerosi multipla progressiva è la forma più grave della malattia e colpisce oltre un milione di persone nel mondo, circa 15-20 mila in Italia. A differenza delle forme recidivanti, l’evoluzione è continua e silenziosa: le fibre nervose degenerano e la mielina, la guaina che consente la corretta trasmissione del segnale nervoso, viene progressivamente persa. Le conseguenze sono la disabilità motoria, visiva e cognitiva che vanno in costante peggioramento.
I farmaci oggi disponibili non riescono a fermare questo processo. Per decenni la ricerca ha cercato terapie capaci di proteggere i neuroni e, allo stesso tempo, stimolare la rimielinizzazione. Raggiungere entrambi gli obiettivi insieme è rimasto finora uno dei maggiori limiti della medicina per questa forma di sclerosi multipla. Una necessità clinica ancora insoddisfatta che pesa profondamente sulla qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie in tutto il percorso di malattia progressiva.
Come si è svolta la ricerca
Nel 2017 il consorzio BRAVEinMS si pose una sfida ambiziosa. Si è chiesto se fosse possibile riutilizzare farmaci già approvati per altre indicazioni terapeutiche contro la sclerosi multipla. I ricercatori sono partiti da un bacino di farmaci già noti e già approvati per l’uso, i cosiddetti farmaci di riposizionamento (repurposed drugs), e si sono chiesti quale sarebbe stato il modo più rapido ed efficace per valutare la loro azione sia protettiva che rigenerante sul sistema nervoso.
Per fare lo screening dei farmaci hanno costruito una piattaforma del tutto innovativa che combinava analisi computazionali su grandi database biologici e farmacologici; modelli cellulari umani derivati da cellule staminali dei pazienti; tessuti cerebrali in coltura e modelli sperimentali di sclerosi multipla. Questo meccanismo ha consentito di accelerare il lavoro ma anche di farlo in modo più analitico.
Invece di testare una molecola alla volta in modo lento e costoso, migliaia di composti sono stati filtrati e selezionati solo se mostravano potenziali capacità rigenerative. Partendo da un archivio di 1.500 farmaci, sono state identificate 273 molecole che potenzialmente potevano incidere su mielina e neuroni. Dopo un ulteriore screening si è arrivati a 32 composti, dopodiché i test di efficacia hanno ridotto i candidati principali a 6.
I ricercatori si sono concentrati su bavisant, una molecola già studiata in passato per il trattamento di disturbi del sonno e della veglia, che ha mostrato la capacità di proteggere i neuroni e favorire la riparazione della mielina. La molecola ha dimostrato di stimolare le cellule che producono mielina a riparare le fibre nervose, di proteggere i neuroni dal danno degenerativo e di ridurre l’espressione dei geni coinvolti nell’infiammazione.
Bavisant agisce su 2 diversi tipi di cellule del cervello, cioè i neuroni e le cellule produttrici di melina, permettendo così al tessuto nervoso di ripararsi e di resistere al danno.
Le conseguenze della nuova scoperta sulla cura
«Oggi questa scoperta non cambia ancora la terapia dei pazienti. Si tratta di una ricerca sperimentale, condotta su modelli cellulari e animali, non ancora sull’uomo», spiega a Starbene la professoressa Paola Panina, docente di biologia cellulare e sperimentale dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
«Detto questo, il valore scientifico è molto alto. Per la prima volta abbiamo individuato una molecola capace di agire contemporaneamente su due aspetti cruciali della sclerosi multipla progressiva: proteggere i neuroni dal danno e stimolare la riparazione della mielina, la guaina che permette al segnale nervoso di viaggiare correttamente. Oggi le terapie disponibili sono soprattutto antinfiammatorie e funzionano bene nelle forme iniziali della malattia, ma sono molto meno efficaci nelle forme progressive, che sono quelle più invalidanti».
«Il nostro studio apre una prospettiva nuova: non solo rallentare l’infiammazione, ma cercare di riparare il tessuto nervoso danneggiato e proteggere le fibre nervose dalla degenerazione», continua la professoressa Panina. «In termini concreti, questa scoperta non è ancora una cura, ma rappresenta un primo passo verso farmaci che, in futuro, potrebbero modificare davvero l’evoluzione della malattia, soprattutto nelle forme per le quali oggi abbiamo poche opzioni terapeutiche».
I tempi per la realizzazione di un farmaco
E tra quanto si potrà parlare di un nuovo farmaco? «Al momento siamo ancora in una fase preclinica: abbiamo dimostrato l’efficacia della molecola in modelli sperimentali, ma non abbiamo ancora dati sull’uomo. Prima di arrivare a una terapia disponibile per i pazienti sono necessari diversi passaggi obbligati: studi aggiuntivi sul meccanismo d’azione, ottimizzazione della formulazione del farmaco, e poi studi clinici di fase iniziale per valutarne sicurezza ed efficacia nell’uomo», afferma la professoressa Panina.
«Se tutto procederà senza intoppi - cosa che nella ricerca non è mai garantita - parliamo di un orizzonte temporale di almeno 4-6 anni prima di poter pensare a una reale sperimentazione clinica avanzata e, eventualmente, a un uso terapeutico. Il fatto che bavisant sia una molecola già studiata in passato per altre indicazioni ci permette di accorciare alcuni tempi e ridurre i rischi, ma resta comunque un percorso lungo e complesso. La prudenza è d’obbligo: siamo all’inizio di una strada promettente, non ancora all’arrivo».
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