Gastrite autoimmune: cos’è la malattia di Bryan Johnson, l’uomo che non voleva invecchiare

Da anni sottopone il suo corpo a terapie sperimentali e controlli rigorosissimi per vivere più a lungo. Ora a Bryan Johnson è stata diagnosticata una malattia cronica e progressiva: la gastrite autoimmune. Scopri di cosa si tratta e quali rischi comporta

Gastrite autoimmune: cos’è la malattia di Bryan Johnson, l’uomo che non voleva invecchiare
Foto: Getty Images

L’uomo che ha investito milioni di dollari per non morire ha scoperto di avere una malattia incurabile. L’imprenditore tecnologico americano Bryan Johnson, 48 anni, è diventato celebre per Blueprint, il suo ambizioso progetto di longevità che combina una rigidissima routine quotidiana, centinaia di controlli medici e il monitoraggio costante dei principali parametri biologici, raccontato anche nel documentario Netflix Don’t Die.

L’obiettivo di Johnson era fare in modo che il suo corpo tornasse indietro di almeno tre decenni e invece, qualche giorno fa, a sorpresa, ha annunciato di essere affetto da gastrite autoimmune, una patologia che porta il sistema immunitario ad attaccare la mucosa dello stomaco. La diagnosi è arrivata lo scorso maggio al termine di un percorso diagnostico complesso.

Johnson ha descritto nei dettagli la malattia, che colpisce tra il 2 e il 5 per cento della popolazione. «Il mio stomaco si sta autodistruggendo», ha spiegato. Tra le conseguenze, carenze nutrizionali, anemia e un rischio oncologico più elevato. La medicina convenzionale non prevede una cura, ma soltanto una gestione dei sintomi con iniezioni di vitamina B12 o infusioni di ferro – il biohacker ha raccontato di averne già ricevuta una da 1.000 milligrammi.

La malattia di Bryan Johnson potrebbe avere un’origine lontana

Bryan Johnson ipotizza che le radici della malattia risalgano alla sua giovinezza. Un’infanzia passata a consumare cibo spazzatura, bibite gassate e zuccheri, seguita da anni di grave stress, depressione e aumento di peso. Il tutto prima di vendere la sua startup, Braintree, e dedicarsi alla longevità. A 21 anni gli era stato diagnosticato l’ipotiroidismo, gestito con terapie ormonali. Quello che né lui né i suoi medici avevano capito era che quel disturbo faceva probabilmente parte di una sindrome tireogastrica, condizione clinica in cui l’autoimmunità aggredisce contemporaneamente la tiroide e la mucosa dello stomaco.

Il campanello d’allarme decisivo è stato la ferritina costantemente bassa. Per anni, nonostante massicce integrazioni di ferro e una dieta meticolosamente pianificata, i depositi di ferro di Johnson continuavano ad azzerarsi. Due mesi fa, una serie di esami approfonditi ha chiarito l’origine del problema. Sono emersi anticorpi anti-cellule parietali (APCA) superiori di cinque volte il limite normale. Le biopsie gastriche hanno confermato un’atrofia precoce circoscritta alla mucosa acida dello stomaco.

Quando il sistema immunitario attacca lo stomaco

La gastrite autoimmune (AIG) è una malattia cronica e progressiva in cui il sistema immunitario, a causa di un vero e proprio errore di riconoscimento, smette di distinguere le strutture sane da quelle estranee e inizia ad attaccare le cellule parietali della mucosa gastrica, localizzate nel fondo e nel corpo dello stomaco. Queste ultime svolgono due funzioni indispensabili: producono acido cloridrico, necessario per la digestione degli alimenti e per l’assorbimento del ferro, e secernono il fattore intrinseco, una proteina essenziale perché la vitamina B12 possa essere assorbita a livello intestinale.

Perché si sviluppa la gastrite autoimmune

Le cause precise che innescano la risposta autoimmune non sono ancora del tutto chiare. Gli esperti ritengono che all’origine ci sia la combinazione di una predisposizione genetica e di fattori ambientali. Chi soffre già di una patologia autoimmune, come la tiroidite di Hashimoto, la celiachia o il diabete di tipo 1, ha un rischio più elevato di sviluppare anche la gastrite autoimmune.

A questo possono aggiungersi stress psicofisico prolungato, infiammazione cronica e un passato di alimentazione poco sana, che agirebbero come “interruttori” epigenetici, favorendo l’attivazione dei geni coinvolti nella patologia. Con il passare del tempo, l’attacco del sistema immunitario provoca l’atrofia della mucosa gastrica. Lo stomaco perde così la capacità di assorbire correttamente alcuni micronutrienti essenziali, con il rischio di sviluppare anemia da carenza di ferro, anemia perniciosa dovuta alla mancanza di vitamina B12 e, nei casi più avanzati, danni neurologici.

Che cosa aspettarsi nel tempo

Quando Johnson ha detto “il mio stomaco si sta autodistruggendo” si è generato il panico, ma i gastroenterologi hanno ridimensionato l’allarme. La gastrite autoimmune non è una malattia mortale e non accorcia l’aspettativa di vita, a patto che venga diagnosticata e gestita correttamente. Nella maggior parte dei casi la malattia ha un decorso favorevole.

Esiste, tuttavia, un rischio a lungo termine che richiede la massima allerta: l’atrofia della mucosa e il costante tentativo di riparazione cellulare aumentano il rischio di sviluppare tumori gastrici (come l’adenocarcinoma gastrico e i tumori neuroendocrini). Si stima che il rischio sia superiore rispetto alla popolazione generale, motivo per cui i pazienti devono sottoporsi a gastroscopie di controllo periodiche con biopsie per identificare e rimuovere eventuali lesioni precancerose.

I sintomi e gli esami per arrivare alla diagnosi

«La gastrite autoimmune condivide in parte gli stessi sintomi della normale gastrite, come difficoltà a digerire, nausea, sensazione di sazietà precoce, talvolta vomito. Possono manifestarsi anche sintomi neurologici (le cosiddette polineuropatie periferiche) legati alla prolungata carenza di vitamina B12, tra cui formicolii, intorpidimento e debolezza degli arti. Nel caso in cui la gastrite abbia causato un’anemia per carenza di vitamina B12 possono verificarsi anche astenia e mancanza di respiro», osserva la specialista Sara Massironi, responsabile dell’Unità Operativa di Gastroenterologia del Policlinico San Marco e del Policlinico San Pietro, professore associato di Gastroenterologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Per la diagnosi, spiega Massironi, «il primo passo è una visita specialistica gastroenterologica. Successivamente vengono prescritti esami del sangue per verificare l’eventuale presenza di anticorpi diretti contro le cellule parietali dello stomaco o contro il fattore intrinseco, insieme al dosaggio della vitamina B12. Il percorso si conclude con una gastroscopia corredata da biopsie, che permette di confermare il sospetto clinico».

Le uniche cure disponibili oggi

Per la medicina ufficiale la gastrite autoimmune è incurabile. Non esiste un farmaco approvato in grado di fermare l’attacco del sistema immunitario o di rigenerare le cellule parietali già distrutte. La terapia convenzionale si basa esclusivamente sulla compensazione dei danni. Vengono effettuate iniezioni intramuscolari di vitamina B12, per aggirare il problema dell’assorbimento e prevenire l’anemia perniciosa e i danni neurologici, e infusioni di ferro per via endovenosa. Il ferro assunto per bocca, infatti, non viene assorbito correttamente perché lo stomaco non produce più la quantità sufficiente di acido cloridrico.

Bryan Johnson scommette (di nuovo) sulla ricerca

Johnson, però, non intende limitarsi a compensare le carenze provocate dalla malattia. Ha annunciato che utilizzerà Blueprint come piattaforma di ricerca per provare a individuare una terapia capace di intervenire sulle cause della gastrite autoimmune. Il suo team medico sta già valutando approcci sperimentali, comprese immunoterapie di nuova generazione. Tra le ipotesi allo studio c’è l’impiego di anticorpi progettati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, in grado di colpire in modo selettivo le cellule del sistema immunitario responsabili dell’attacco allo stomaco, senza compromettere l’intera risposta immunitaria.

La sua vicenda ricorda che ci si può sentire in perfetta forma e convivere comunque con una malattia silenziosa. E mostra quanto le patologie autoimmuni rappresentino ancora una delle sfide più complesse della medicina moderna.