La ricerca dell’elisir della giovinezza è antica quanto l’uomo. Ad oggi c’è un’ampia gamma di interventi di medicina estetica e di chirurgia per mitigare gli effetti del tempo che passa. Altra cosa, però, è il ringiovanimento cellulare, cioè restituire la giovinezza alle cellule invecchiate. Fantascienza? La sfida è partita dagli Stati Uniti, dove, per la prima volta, un risultato ottenuto in laboratorio è stato applicato a un paziente. Il volontario ha ricevuto una terapia sperimentale di “riprogrammazione cellulare”, inaugurando il primo studio clinico al mondo che tenta di invertire alcuni segni dell’età direttamente nelle cellule umane.
L’esperimento consiste nel fare in modo che alcune cellule avanti con gli anni, si comportino come se fossero giovani. Vediamo in che cosa consiste.
Riprogrammazione cellulare: la terapia
La terapia, chiamata ER-100, è stata sviluppata da Life Biosciences, azienda di Boston nata dalle ricerche del genetista di Harvard David Sinclair, un luminare nel campo della longevità.
L’obiettivo immediato è circoscritto alla cura di due gravi patologie della vista, il glaucoma e la neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica, entrambe legate all’invecchiamento e capaci di compromettere in modo irreversibile la vista.
La scoperta
All’origine del trattamento c’è la scoperta del biologo giapponese Shinya Yamanaka che nel 2006 gli valse il Nobel. Lo scienziato dimostrò che quattro particolari geni sono in grado di riportare cellule adulte a uno stato simile a quello delle cellule staminali embrionali. Una scoperta che ha rivoluzionato la medicina rigenerativa.
Tuttavia il loro impiego integrale presenta un problema enorme: cancellando completamente l’identità cellulare, possono favorire la formazione di tumori. Per evitare questo rischio, i ricercatori hanno sviluppato la cosiddetta “riprogrammazione parziale”, ovvero, invece di azzerare la memoria della cellula, hanno riavvolto il nastro del passato di qualche passaggio.
La cellula mantiene così la sua identità funzionale. Quindi le cellule del nervo ottico non vengono trasformate in staminali indifferenziate ma vengono ripristinate alcune funzioni perdute nel tempo.
Gli esperimenti sugli animali
Uno studio del 2020 di David Sinclair alla Harvard Medical School, effettuato sui topi e le scimmie, dimostrò che la riprogrammazione parziale aveva migliorato la rigenerazione dei tessuti, riducendo alcune cicatrici e recuperando la funzione di cellule nervose danneggiate.
Ma ciò che accade negli animali, non sempre si ripete nell’uomo.
Le prospettive sulla longevità
La sperimentazione sull’uomo è appena iniziata e coinvolgerà un numero ristretto di pazienti e solo per le due patologie legate all’invecchiamento e che rischiano di compromettere la vista. Il primo step sarà verificare la sicurezza e tollerabilità del trattamento. Poi occorrerà capire se esiste davvero un beneficio clinico sulla funzione visiva e successivamente se questa terapia può essere applicata ad altri organi o tessuti colpiti dall’invecchiamento.
Quindi non si può ancora dire che è stato trovato l’elisir della lunga vita, il modo per riavvolgere l’orologio biologico. Si tratta comunque di un cambio di paradigma importante, poiché dalla ricerca si è passati alla fase clinica.
«La riprogrammazione ha un grande potenziale se può essere utilizzata in modo sicuro nelle persone», afferma Matt Kaeberlein, cofondatore di Optispan, società di medicina preventiva focalizzata sulla longevità con sede a Seattle. «Ma la tecnologia è ancora molto precoce e il rischio di effetti collaterali catastrofici è alto».

