Ti svegli già a terra, nonostante otto ore filate di sonno. Fai comunque uno sforzo, ti alzi e affronti la giornata con tanta buona volontà. Ma a metà pomeriggio compare una fastidiosa sensazione di nebbia mentale che ti rende difficile il semplice invio di una e-mail. “Colpa del caldo”, pensi, “o della poca carne rossa nella dieta…”. Eh no, il problema della stanchezza potrebbe non essere nel piatto ma nel fattore intrinseco. Per sapere che cos’è, come fa a mandarti al tappeto e cosa fare se non è al top abbiamo chiesto l’aiuto della dottoressa Veronica Di Nardo, biologa esperta in nutrizione oncologica e anti-aging.
Il fattore intrinseco e quella “strana” stanchezza
Anche se il nome sembra da film di fantascienza, il fattore intrinseco è qualcosa di semplice: si tratta di una proteina prodotta dallo stomaco che serve a trasportare la vitamina B12 nell’intestino, per farla assorbire dall’organismo. Senza, quella che assumi non entra nel sangue, anzi, viene eliminata. Funziona un po’ come un lasciapassare: se la vitamina B12 arriva da sola, alt! Quando è “agganciata” al fattore intrinseco, invece, i recettori intestinali la rilevano e l’assorbono.
È molto importante, perché la B12 è coinvolta in tre funzioni fondamentali: il metabolismo energetico, la produzione di globuli rossi e la salute del sistema nervoso. Se scarseggia, il primo allarme è la stanchezza. Poi si passa ai sintomi neurologici: formicolii a mani e piedi, difficoltà di concentrazione, sbalzi d’umore, problemi di memoria. Nei casi più gravi, soprattutto negli anziani, possono comparire stati confusionali che vengono scambiati per demenza. E, in effetti, esistono delle correlazioni tra una carenza di B12 e declino cognitivo.
Con l’età il fattore intrinseco diminuisce
«Purtroppo, in presenza di stanchezza, in genere non si pensa a un’insufficienza del fattore intrinseco», osserva la dottoressa Di Nardo. «Nel nostro Paese lo si prende poco in considerazione, anche se, in realtà, la sua carenza è comune». Ma come mai questa proteina può scarseggiare? La prima a salire sul banco degli imputati è l’età.
L’invecchiamento, infatti, riduce di oltre il 30% la produzione di fattore intrinseco: con il passare degli anni, la mucosa gastrica va incontro a un fisiologico assottigliamento. Questo processo porta lo stomaco a produrre meno fattore intrinseco e quantità minori di acido cloridrico. Senza l’acidità necessaria, la vitamina B12 non può essere “staccata” dalle proteine alimentari cui è legata, e senza il fattore intrinseco non può essere scortata verso il sangue. Superati i 50 anni, il meccanismo diventa progressivamente più fragile, rendendo l’assorbimento più complicato e meno efficiente.
I nemici nascosti, dai farmaci alla chirurgia
Non è solo il tempo a remare contro: «L’uso prolungato di alcuni medicinali può influenzare l’assorbimento della vitamina B12», aggiunge l’esperta. Sotto i riflettori finiscono i farmaci inibitori di pompa protonica (IPP), utilizzati per reflusso e acidità. Effetti simili si possono osservare con alcuni antibiotici, che alterano il microbiota, e la metformina, il farmaco più conosciuto per la gestione del diabete di tipo 2.
Anche la chirurgia può ridurre la produzione di fattore intrinseco: quella bariatrica, spesso utilizzata per la riduzione del peso, ma anche le asportazioni gastriche oncologiche, rimuovono fisicamente le zone dello stomaco deputate alla sintesi della proteina “trasportatrice”. A queste cause si aggiungono condizioni infiammatorie come la gastrite atrofica, che danneggia i tessuti, e le malattie infiammatorie croniche intestinali (vedi il morbo di Crohn e la colite ulcerosa). In questi ultimi due casi il problema però si sposta “a valle”: anche se il fattore intrinseco fa il suo dovere, l’intestino infiammato nell‘area dell’ileo non è in grado di completare l’assorbimento.
Gli interventi per recuperare step by step
Ma come si diagnostica il problema e come si interviene? «Se il paziente avverte i sintomi incriminati, il medico prescrive degli esami ematochimici, come per esempio la sideremia (utile per valutare se la stanchezza è provocata da un’anemia sideropenica), tra cui c’è anche il dosaggio della vitamina B12», spiega la dottoressa Di Nardo. Quando l’esperto nota che i livelli della vitamina sono solo bassi, prescrive un’integrazione a un dosaggio elevato e, dopo 1-3 mesi fa ripetere i test. Se il quadro non riporta miglioramenti significa che c’è un problema di assorbimento.
«A questo punto le opzioni sono due: si ricorre a una forma di vitamina B12 iniettiva, oppure a un integratore con B12 e fattore intrinseco, cioè che contiene sia la metilcobalamina sia il “trasportatore” che la aiuta a entrare nel sangue», chiarisce l’esperta. «Per l’integratore non serve la ricetta medica e si può assumere anche per brevi periodi dell’anno, 1-2 mesi, a scopo preventivo». Sul fronte alimentare, poi, ricorda che prendersi cura dello stomaco significa anche garantirsi l’assorbimento della B12. Perciò limita l’uso degli antiacidi ai periodi strettamente necessari, evita gli eccessi di alcol e caffè e cerca di avere sempre una buona componente di alimenti animali o fermentati nel piatto. La stanchezza non è sempre solo stress. A volte c’è una causa precisa, e si chiama fattore intrinseco.
Quando la spiegazione della stanchezza è nel DNA
C’è una carenza di B12 più nascosta, che coinvolge una persona su cinque. È dovuta a una variante genetica chiamata polimorfismo MTHFR che ostacola l’attivazione nell’organismo della vitamina B12 e dell’acido folico. Perciò, gran parte della B12 assunta non viene utilizzata davvero. Il risultato? Anche se ti ritrovi con valori ematici di B12 nella norma ti senti comunque stanca. Al contrario, i livelli di omocisteina, un marker di rischio cardiovascolare, risultano elevati.


