Ginecologia rigenerativa: il futuro della tua salute intima è già qui

Filler con acido ialuronico e polinucleotidi, laser, radiofrequenza e altri metodi hi-tech: con la ginecologia rigenerativa si combattono i disturbi della menopausa e il Lichen. E si possono aiutare anche le aspiranti mamme

Ginecologia rigenerativa: il futuro della tua salute intima è già qui
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Medicina rigenerativa: una promessa che balena su Facebook e su Instagram, con medici pronti a pubblicizzare i “superpoteri” dell’ultimo trattamento antiage, teso a ringiovanire la pelle o ad arrestare la caduta dei capelli. Ma non ha solo finalità estetiche. Anzi, viene sempre più spesso impiegata in ambito ortopedico (per esempio, contro la degenerazione delle cartilagini articolari), oculistico come terapia cellulare per riparare la cornea danneggiata. E persino nel campo neurologico e cardiologico per dare nuova vita al miocardio dopo un infarto o “restaurare” il cervello dopo un ictus ischemico, utilizzando la forza vivificante delle staminali. E applicare la medicina rigenerativa per il benessere intimo? Anche in questo caso si aprono nuovi orizzonti.

La ginecologia rigenerativa è, infatti, una sorta di “bioingegneria tissutale” che, attraverso degli input biologici, stimola l’organismo ad attivare i processi riparativi. Con grande beneficio delle donne che soffrono di disturbi ginecologici, specie in menopausa, ma anche con inaspettati risultati per quelle alla ricerca di un bambino che si sottopongono a cicli di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita). Per conoscere questa nuova branca ginecologica, abbiamo intervistato il dottor Giovanni Buzzaccarini, ginecologo esperto di ginecologia rigenerativa, estetica e funzionale a Milano.

Quando è nata la ginecologia rigenerativa?

«Indicativamente da circa 20 anni quando, nel mondo delle terapie mediche, hanno cominciato ad affacciarsi nuove tecnologie mirate alla rigenerazione dei tessuti, utilizzabili anche da ginecologi che abbiano seguito master in materia o specifici corsi di formazione. Come trattamenti hi-tech, mi riferisco soprattutto al laser, alla radiofrequenza, alla PRP (acronimo di Plasma Rich Platelet, plasma arricchito di piastrine). E anche l’utilizzo di cellule staminali mesenchimali, cioè pluripotenti, estratte dal proprio tessuto adiposo, alla carbossiterapia che sfrutta l’azione antalgica e antinfiammatoria dell’anidride carbonica, e all’ossigeno-ozonoterapia che, grazie a microinfiltrazioni localizzate di ozono, stimola il rinnovamento delle mucose genitali.

Infine, tra le più recenti frecce all’arco del ginecologo vi sono le “punturine” di acido ialuronico libero, cioè non crosslinkato come quello dei filler formulati per riempire le rughe, e di polinucleotidi che sono frammenti di Dna e Rna di origine marina (estratti in genere dalla trota e dal salmone), in grado di imprimere nuovo slancio alla rigenerazione dei tessuti e delle mucose vulvo-vaginali. Tutte queste tecniche hanno dei grandi potenziali, ma spetta al ginecologo decidere qual è meglio adottare per trattare una certa patologia».

È vero che si utilizza in larga scala per il lichen?

«Sì. Il lichen è una malattia cronica infiammatoria immunomediata che colpisce la cute, le mucose genitali e/orali e, in alcuni casi, persino le unghie. A livello ginecologico, si presenta in due forme: il lichen planus e il lichen sclerosus. Entrambi provocano prurito, bruciore e dolore che si manifestano più spesso in menopausa, ma a volte anche nelle giovani.

Nel planus, sia la cute sia le mucose che formano le grandi e piccole labbra e le pareti della vagina appaiono assottigliate e arrossate. Nel lichen sclerosus, invece, i tessuti atrofici hanno un color bianco pergamena. La terapia prevede creme o gel topici a base di clobetasone (derivato del cortisone) da applicare tutti i giorni per un mese, per il secondo mese a giorni alterni e per il terzo mese due volte alla settimana. Non tutte le pazienti, però, rispondono bene alla terapia antinfiammatoria standard. Nel 50% dei casi la risposta è insufficiente».

E quando la terapia standard non è sufficiente, cosa si può fare?

«Per potenziare l’azione dei farmaci, si può quindi intervenire con tre tecniche: la radiofrequenza, le infiltrazioni di acido ialuronico e polinucleotidi e la PRP arricchita con esosomi. Nel primo caso una sonda vaginale emette onde elettromagnetiche con un calore tra i 40 e i 45°C generando le cosiddette heat shock protein (proteine da shock termico), cioè nuovi mattoncini proteici per rigenerare i tessuti. Le microiniezioni di acido ialuronico libero e a basso peso molecolare, associato nella stessa fiala ai polinucleotidi, svolgono invece un’azione idratante, rimpolpante e bioristrutturante su cute e mucose genitali. Infine per preparare la PRP con esosomi si prelevano 20 ml di sangue dal braccio della paziente, si inserisce il campione in un kit che separa i globuli rossi dal plasma e si arricchisce quest’ultimo di piastrine, ricche di fattori di crescita e di citochine.

In un secondo passaggio, il campione viene nuovamente processato per estrarre gli esosomi, vescicole extracellulari che innescano i processi riparativi. Contengono, infatti, molecole bioattive come proteine, lipidi, microRNA e fattori di crescita che sono il motore della rigenerazione e proliferazione cellulare. Dopo aver applicato una crema anestetica, la PRP con esosomi viene iniettato con un ago sottilissimo in tutta l’area genitale e perianale affetta dal lichen. Risultati? Pelle e mucose più elastiche e idratate, con una netta riduzione dei sintomi riferita dalle pazienti nel questionario compilato prima e dopo il trattamento.

E in menopausa, a cosa serve la ginecologia rigenerativa?

«Serve a far fronte, in maniera mininvasiva e con ottimi risultati, a quelle situazioni di atrofia vulvo-vaginale dovute al crollo degli estrogeni, responsabile di secchezza, prurito, bruciore e dolore ai rapporti. Senza contare che l’assottigliamento delle mucose urogenitali, che diventano fragili al punto da sanguinare, e l’innalzamento del pH da acido a basico spianano la strada a infezioni recidivanti, come cistiti e vaginiti da Candida.

Certo, per idratare le mucose si possono prescrivere creme o gel vaginali a base di ormoni bioidentici di origine vegetale (fitoestrogeni) oppure formulati con acido ialuronico, fosfolipidi e vitamina E. Ma per una loro ristrutturazione durevole, servono sia le microinfiltrazioni di acido ialuronico e polinucleotidi, sia le tecnologie laser o a radiofrequenza. Vanno bene entrambe ma il laser intravaginale (CO2 frazionato) ha un’azione leggermente ablativa e provoca microustioni controllate sulle mucose, facendo partire la rigenerazione dalla circostante zona sana. È quindi consigliato in caso di atrofia severa, come nelle “over 55”.

Nella radiofrequenza, invece, l’effetto termico prodotto dalla sonda si diffonde in modo più omogeneo, ripristinando elasticità e idratazione. Entrambi sono dispositivi medici avanzati e il ginecologo, in base al quadro clinico, valuta se usare il laser o la radiofrequenza».

Quando è utile per le giovani?

«Le aspiranti mamme che fanno cicli di PMA vanno spesso incontro a fallimenti perché l’embrione non si impianta. Oltre a prescrivere le terapie ormonali, occorre vedere con un’ecografia transvaginale se le pareti dell’endometrio sono sufficientemente spesse. Può infatti accadere che siano troppo sottili per accogliere l’embrione, vuoi per una conformazione congenita vuoi perché il raschiamento eseguito per gli aborti è risultato un po’ aggressivo. In questo caso, si può cercare di aumentare lo spessore delle pareti endometriali con PRP ed esosomi, introducendo un sottile cateterino nella cervice uterina e depositando il composto rigenerante nella cavità dell’utero, sotto guida ecografica.

Gli studi dimostrano che, anche quando non si ottiene un ispessimento rilevante delle pareti, le probabilità di attecchimento dell’embrione aumentano perché l’endometrio diventa più ricettivo. Uno studio pubblicato nel 2020 dal Journal of Assisted Reproduction and Genetics ha testato il ruolo degli esosomi nel risanare le cellule endometriali: la loro infusione ha migliorato la vitalità cellulare ed è stata osservata una riduzione di citochine pro-infiammatorie, a conferma dell’utilità degli esosomi nel controllo dell’infiammazione».

Vulva mask, la soluzione lenitiva che piace alla Rete

Tra le prime a sdoganarne l’uso figura Belén Rodríguez, che in un post diventato virale, ha mostrato come si usa la maschera-farfalla per rivitalizzare le parti intime. A base di postbiotici, fitocollagene e acido ialuronico è prodotta dal suo brand e promette di rimanere giovani anche “lì”. Sulla Rete, poi, non si contano le vulva mask rigeneranti in hydrogel, soprattutto nella versione lenitiva (con camomilla, calendula, aloe vera, centella…) da usare dopo una notte di passione o sfregamenti da sport e indumenti attillati.

«Si tratta comunque di maschere cosmetiche, che nulla hanno a che fare con quelle medicali prescritte dal ginecologo a scopo terapeutico», avverte il dottor Giovanni Buzzaccarini. «Come quelle che, grazie a un composto naturale che attiva una reazione chimica, liberano anidride carbonica, un gas utile per riattivare il microcircolo e regalare alle mucose vulvari più ossigeno, nutrimento e idratazione, oltre a esercitare un notevole effetto antinfiammatorio. Si applicano la sera prima di andare a dormire e si tengono in posa tutta la notte, con zero fastidi: migliorano i sintomi del lichen e dell’atrofia vulvovaginale».