Dott. Federico Baranzini
Psichiatria - Federico Baranzini
Psichiatra e psicoterapeuta, ho sviluppato un approccio alla sofferenza mentale di tipo integrato che cerca di tenere conto sia degli aspetti biologici che di quelli più prettamente psico-socio-relazionali
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Psichiatria - Federico Baranzini
Buonasera, grazie per aver portato una domanda tanto delicata quanto importante, che tocca un’area della psichiatria clinica spesso trascurata e di difficile gestione: quella dei disturbi psicotici ad esordio precoce, soprattutto quando vi è una scarsa risposta ai trattamenti farmacologici convenzionali. È un tema su cui ricevo spesso richieste, anche perché chi vive queste condizioni – o se ne prende cura – si trova frequentemente disorientato, senza punti di riferimento chiari, tra diagnosi complesse e risposte terapeutiche insoddisfacenti. Il suo riferimento a un esordio in età preadolescenziale, con manifestazioni psicotiche persistenti e resistenza al trattamento, suggerisce un quadro di particolare vulnerabilità che richiede un approccio specialistico integrato, ben oltre il trattamento ambulatoriale di routine. In questi casi, la cosa più importante è affidarsi a centri altamente specializzati, capaci non solo di inquadrare correttamente la diagnosi – che può talvolta sovrapporsi a quadri neuroevolutivi o disturbi affettivi a esordio atipico – ma anche di proporre strategie terapeutiche articolate, che combinino farmacoterapia, interventi psicoterapeutici e percorsi riabilitativi personalizzati. Tra le realtà italiane che rappresentano oggi un punto di riferimento, vorrei segnalarle la Clinica Le Betulle di Appiano Gentile (Como), e il reparto diretto dal dott. Matteo Ferri, psichiatra con lunga esperienza proprio nella gestione dei disturbi gravi, resistenti o complessi. La struttura è riconosciuta per la sua attenzione alla personalizzazione delle cure, e per un’impostazione che integra psichiatria clinica, psicoterapia, neuropsicologia e supporto alla famiglia. È un contesto in cui è possibile fermarsi il tempo necessario per comprendere davvero la natura del disturbo e rimodulare le terapie con attenzione e rigore. Ho avuto modo, in passato, di seguire pazienti che si sono rivolti a questa struttura in momenti di particolare impasse terapeutica: in alcuni casi si è trattato di giovani con disturbi dell'umore gravi con tratti psicotici, in altri di esordi schizofrenici difficili da gestire in contesto ambulatoriale, oppure ancora di quadri dissociativi mal inquadrati. In tutti questi casi, il lavoro in équipe, la possibilità di monitoraggio continuativo e una presa in carico umana e competente hanno permesso spesso una ripresa clinica significativa. Oltre alla Clinica Le Betulle, ci sono altre strutture di eccellenza in Italia che si occupano della cura dei disturbi psicotici resistenti, come il Centro Disturbi Psicotici dell’Ospedale San Raffaele Turro di Milano. Anche la Fondazione IRCCS Ca' Granda Policlinico di Milano rappresenta un riferimento per i quadri psicotici complessi, specialmente in età evolutiva o adolescenziale. Se ci si trova invece in una fase in cui la diagnosi non è ancora ben definita o in cui la risposta farmacologica è stata solo parziale, può essere utile rivolgersi a questi centri per una seconda opinione, oppure per una presa in carico temporanea in ricovero programmato o in day hospital diagnostico, modalità che permettono di valutare con calma l’andamento clinico e rispondere in modo mirato. Naturalmente, tutto questo va costruito insieme al curante attuale, in un’ottica di continuità terapeutica e non di frammentazione. Ma quando ci si trova di fronte a un disturbo resistente al trattamento e di lunga durata, è non solo legittimo ma anche utile cercare opzioni diverse, che possano offrire una nuova visione del problema. Mi auguro che queste indicazioni possano esserle utili per orientarsi.Cordiali salutiFederico Baranzini Psichiatra a Milano
Psichiatria - Federico Baranzini
Buonasera e grazie per aver condiviso qui il suo vissuto. Mi scuso se non sempre riesco a rispondere in tempi brevi ai tanti messaggi che ricevo, ma tengo molto a questo spazio proprio per la possibilità che offre di creare dialogo, confronto e – spero – anche qualche occasione di sollievo. Quanto descrive ricorda da vicino il quadro delle crisi psicogene non epilettiche, talvolta chiamate anche pseudo-crisi o crisi dissociative. Si tratta di eventi che somigliano a crisi epilettiche, ma che non sono causati da scariche elettriche cerebrali anomale, bensì da una risposta dissociativa a uno stato di stress psicologico intenso. Sono abbastanza frequenti nei pazienti con disturbi d’ansia, disturbi post-traumatici o disturbi somatoformi. A volte queste crisi vengono inizialmente scambiate per epilessia, e capita che i pazienti passino mesi, se non anni, tra visite neurologiche ed esami come EEG, che però risultano negativi. Lei fa bene a porsi il dubbio, ed è un’ipotesi da approfondire eventualmente con una valutazione neurologica.Non è raro che nelle prime fasi di un trattamento EMDR, specie in pazienti con una struttura emotiva già molto fragile o con una storia di vissuti traumatici stratificati, si osservi un aumento temporaneo dei sintomi. Questo accade perché il metodo va a stimolare aree emotive profonde che possono "riattivare" memorie traumatiche latenti. In questi casi può essere utile modulare il ritmo delle sedute, lavorare prima sulla stabilizzazione o valutare se il trattamento è indicato in quel momento specifico. Il fatto che i sintomi siano peggiorati subito dopo la seconda seduta andrebbe discusso attentamente con la terapeuta.Il Delorazepam è una benzodiazepina a lunga emivita, usata spesso nei disturbi d’ansia. La risposta iniziale positiva è comune, ma questi farmaci tendono a perdere efficacia nel tempo e non risolvono il problema alla radice. Inoltre, possono accentuare una certa astenia e deflessione dell’umore, soprattutto nelle ore serali. Se non si è accompagnato il farmaco con una terapia antidepressiva o con un progetto terapeutico più ampio, è possibile che il sollievo sia solo parziale. Ne parli con lo psichiatra, anche per considerare un'eventuale valutazione antidepressiva, se ritenuta utile.Sul piano legale e medico-lavorativo,per quanto di mia conoscenza, in presenza di una diagnosi psichiatrica anche lieve/moderata, è possibile richiedere al medico competente dell’azienda una visita di idoneità lavorativa con prescrizioni, come ad esempio la possibilità di lavorare in smart working in modo stabile o prolungato. Tuttavia, perché questo sia possibile, è necessario avere una documentazione clinica dettagliata (certificati dello psichiatra, relazioni specialistiche) che motivi la richiesta.La presenza di pensieri tristi persistenti, sensazione di stanchezza cronica, e la fatica a rientrare nella routine lavorativa possono anche far pensare a una forma depressiva sottosoglia, spesso legata all’ansia cronica non trattata in modo adeguato. Non è raro vedere pazienti che per mesi o anni convivono con forme miste di ansia-depressione, spesso trascurate perché "mimano" quadri somatici o neurologici. Nel mio lavoro, mi è capitato più volte di seguire persone con un profilo simile al suo, in cui la diagnosi precisa è emersa solo nel tempo, spesso dopo una lunga trafila di visite ed esami. Ricordo ad esempio una giovane donna che, dopo ripetute "crisi tipo epilessia" mai confermate dagli esami neurologici, riuscì a trovare una diagnosi di disturbo dissociativo da conversione e a migliorare significativamente con una psicoterapia centrata sulla regolazione emotiva e un trattamento farmacologico antidepressivo ben tollerato. Mi permetto di suggerirle di rivedere col suo psichiatra il progetto terapeutico. Spero di esserle stato utile, anche solo per chiarire qualche punto e offrirle nuovi spunti. Cordiali saluti. Federico Baranzini, Psichiatra a Milano
Psichiatria - Federico Baranzini
Gentile Utente, buongiorno e grazie per aver condiviso la sua domanda e riflessione.Se ho ben compreso, lei assume da alcuni anni una terapia che funziona bene e che non le dà effetti collaterali rilevanti, e sta valutando l’idea di aumentare leggermente il dosaggio di Tavor, passando da 2,5 mg a 3,5 mg in un’unica assunzione, sulla base di una buona tollerabilità personale e di esperienze passate con dosaggi anche più elevati. Il suo desiderio non nasce da una sofferenza attuale, ma dalla curiosità di ottenere quel “qualcosa in più” in termini di brillantezza soggettiva.Su questo punto è importante essere molto chiari e rigorosi. Qualsiasi aumento di dosaggio, soprattutto quando si parla di benzodiazepine, dovrebbe essere valutato unicamente insieme al suo psichiatra curante, che conosce nel dettaglio la sua diagnosi, il suo quadro clinico attuale, la storia psichiatrica e l’equilibrio complessivo della terapia. Anche quando un farmaco è ben tollerato, ogni modifica va sempre letta nel contesto generale della persona, non solo dell’effetto percepito. Rispetto al fatto che in passato lei abbia assunto dosaggi più alti di Tavor, è corretto, come lei stesso lascia intuire, relativizzare quell’esperienza. Era un altro momento della sua vita clinica, probabilmente caratterizzato da una maggiore complessità, forse da un contesto di unità psichiatrica, da una fase più acuta o da esigenze terapeutiche che oggi, fortunatamente, potrebbero non esserci più. In medicina, e ancor più in psichiatria, ciò che è stato necessario allora non è detto che sia indicato oggi, proprio perché il suo funzionamento attuale sembra più stabile.Nella mia esperienza clinica, ho incontrato pazienti che riferivano un effetto soggettivamente “attivante” o “ravvivante” delle benzodiazepine, come nel suo caso, ma resto sempre prudente nel considerare incrementi di benzodiazepine quando il quadro è già in equilibrio. Il rischio non è tanto immediato, quanto legato al mantenimento a lungo termine, alla tolleranza e alla difficoltà, in futuro, di tornare indietro se non fosse più necessario.Il fatto che lei stia bene, che sia lucido, curioso e desideroso di confrontarsi in modo aperto con il suo psichiatra è un ottimo segnale. Le suggerirei proprio questo: portare la sua riflessione in seduta, così come l’ha espressa qui, e discuterla serenamente con chi la segue, senza fretta e senza dare per scontata la necessità di un cambiamento. Spero di averle offerto un punto di vista utile e di accompagnamento alla riflessione clinica.Cordiali saluti, Federico Baranzini Psichiatra e Psicoterapeuta a Milano

