COUNSELLING

Il termine inglese counselling (counseling, per gli americani) deriva dal verbo inglese to counsel, che a sua volta può essere fatto risalire al verbo latino consulere, che significa consultare o consultarsi. Nonostante l’origine evidentemente “nostrana” del vocabolo, nessuna delle attuali traduzioni italiane del termine sembra sufficientemente precisa: per esempio, traduzioni come “consulenza”, “consultazione”, “consiglio” sembrano […]



Il termine inglese counselling (counseling, per gli americani) deriva dal verbo inglese to counsel, che a sua volta può essere fatto risalire al verbo latino consulere, che significa consultare o consultarsi.

Nonostante l’origine evidentemente “nostrana” del vocabolo, nessuna delle attuali traduzioni italiane del termine sembra sufficientemente precisa: per esempio, traduzioni come “consulenza”, “consultazione”, “consiglio” sembrano piuttosto incomplete, se non addirittura fuorvianti.

In realtà, il termine counselling possiede significati diversi a seconda di chi lo utilizza. Per esempio, da una parte può essere semplicemente inteso come l’atto di dare consigli, suggerimenti, informazioni durante un colloquio di breve durata, ma utilizzando particolari tecniche di colloquio, come avviene per esempio in ambito medico e psicologico. Dall’altra, esso può consistere in un intervento più lungo (cioè con più sedute di colloquio) con un operatore (counsellor) che ha effettuato una specifica formazione in questo campo.


Il counselling come metodo

Il counselling può essere definito come un particolare processo di comunicazione utilizzato da un operatore, che abbia effettuato una formazione specifica in counselling, nei confronti di un cliente che si trova in una situazione di bisogno. Esso è essenzialmente un metodo o uno strumento che ogni operatore coinvolto in una relazione di aiuto (medico, psicologo, insegnante e così via) dovrebbe conoscere e può utilizzare in aggiunta alle proprie competenze specifiche. Gli autori anglosassoni parlano in generale di counselling skills (abilità di counselling), cioè di tutte quelle particolari tecniche e strategie utili a migliorare le proprie capacità di comunicazione e quindi a mantenere un’adeguata relazione (rapporto di fiducia) con il cliente. Dal punto di vista del tipo di approccio, classicamente si possono distinguere due tipi di counselling, cioè quelli descritti di seguito.

  • Nel counselling direttivo il punto focale del colloquio è il problema oggettivo del cliente (si parla anche di counselling centrato sul problema). La “direzione” del processo è interamente nelle mani dell’operatore. In questo tipo di approccio il cliente è quasi totalmente passivo e quindi dipende dalle scelte dell’operatore. Il cliente interviene semplicemente decidendo se impegnarsi e quanto impegnarsi in tale processo. Un esempio classico di questo tipo di approccio è rappresentato dal tradizionale colloquio medico-paziente (soprattutto in ambito specialistico), in cui è il medico che, attraverso un colloquio organizzato su domande ben precise, inizia a formulare un’ipotesi diagnostica per giungere poi a una diagnosi di malattia e a prescrivere e somministrare una terapia.
  • Nel counselling non direttivo, invece, il punto focale si sposta sulla persona piuttosto che sul problema oggettivo (si parla anche di counselling centrato sulla persona). Si tratta di un modello sviluppato negli anni settanta del Novecento da Carl Rogers, secondo il quale le soluzioni ai problemi del cliente sono già insite nel cliente stesso. L’obiettivo principale del counselling, quindi, è quello di aiutare il cliente a eliminare gli ostacoli che gli impediscono di vedere tali soluzioni e ad attuare le strategie che il soggetto ritiene più convenienti e realizzabili nel suo contesto specifico, che è diverso da quello di qualunque altra persona. L’operatore non “somministra” soluzioni esterne ai problemi del cliente, ma cerca di aiutarlo a comprendere la sua situazione e a gestire il suo problema o la sua difficoltà, partendo dal suo punto di vista soggettivo. Il cliente svolge quindi un ruolo più attivo e viene aiutato ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Nel corso degli anni, tuttavia, il counselling ha subìto diversi tipi di influenze: filosofiche, psicologiche, antropologiche, pedagogiche e così via. Di conseguenza, attualmente si possono osservare tanti tipi di counselling quante sono le scuole di pensiero.

Al di là delle diversità specifiche dei singoli orientamenti teorici, ciò che conta è che alla base del counselling vi deve essere la capacità di mantenere la relazione terapeutica con il cliente. Ciò è possibile solo se si mettono in pratica alcune abilità comunicative fondamentali, che possono essere riassunte in tre grandi gruppi: atteggiamenti da assumere, atteggiamenti da evitare, tecniche specifiche di comunicazione.

Mentre i primi due gruppi contengono atteggiamenti generali, raccomandabili per ogni tipo di relazione che voglia essere soddisfacente e duratura (per esempio il rapporto di coppia), il terzo gruppo comprende vere e proprie tecniche, di pertinenza più “professionale” e che possono essere affinate attraverso la formazione, l’esercizio e l’esperienza.


1. Atteggiamenti da assumere

Empatia Consiste nella capacità di capire nel modo più completo e profondo possibile ciò che l’altro sta cercando di comunicare (il cosiddetto vissuto). Essa si basa soprattutto sull’ascolto.

Ascolto La capacità di ascolto è l’elemento fondamentale di qualunque relazione. Un buon comunicatore è innanzitutto una persona che sa ascoltare (vedi oltre Ascolto attivo).

Rispetto È il sentimento di attenzione e considerazione nei confronti di chi sta parlando, che comprende anche l’accettazione di ciò che sta comunicando (per quanto, a volte, il contenuto possa essere inaccettabile per chi ascolta).

Interesse È collegato al rispetto e consiste in un atteggiamento di partecipazione e coinvolgimento nei confronti di chi ci sta parlando (il suo opposto è il totale disinteresse…).


2. Atteggiamenti da evitare

Interpretazioni, giudizi morali, consigli e pareri dell’esperto, uso di termini troppo “tecnici”, contrapposizioni, contrasti, conflitti, svalutazione, rassicurazioni “affrettate”: ciascuno di questi atteggiamenti rappresenta un’interferenza all’ascolto e all’empatia e rischia di bloccare e compromettere la comunicazione, se non addirittura la relazione.


3. Tecniche di comunicazione

Di seguito vengono citate soltanto le principali.

Ascolto attivo Si tratta di un ascolto attento non solo al contenuto verbale (alle parole), ma anche a quello non verbale (per esempio, il linguaggio del corpo: atteggiamento, postura, espressione del volto e così via); chi lo pratica non ascolta passivamente, ma deve facilitare l’espressione dei pensieri e sentimenti, dando tempo e modo all’interlocutore di descrivere e raccontare le proprie sensazioni.

Domande aperte Si tratta di domande che danno modo all’individuo di parlare liberamente di un particolare argomento (per esempio: “Come mai ha iniziato a fumare?”). Si differenziano dalle cosiddette “domande chiuse”, che costringono l’altro a una risposta più breve (per esempio: “Quanti pacchetti di sigarette fuma?”).

Riformulazione È una delle tecniche di base del counselling e consiste nel ridire con altre parole in modo conciso e chiaro ciò che il cliente ha detto, senza aggiungere interpretazioni o giudizi.


Counselling sistemico

Uno dei metodi di counselling che ha riscontrato maggiore successo è il counselling sistemico, nato in Italia negli anni Ottanta del Novecento a partire dalla teoria dei sistemi e dall’elaborazione della teoria di Gregory Bateson. Dal punto di vista teorico, il counselling sistemico si basa sul principio che l’azione di ogni singolo individuo non è mai isolata, ma va collocata in un particolare contesto. In pratica, l’azione del singolo individuo può essere collocata all’interno di un particolare sistema di riferimento (per esempio la famiglia, la scuola, l’ambiente lavorativo e così via). In quest’ottica, un cambiamento effettuato da un elemento del sistema si ripercuote inevitabilmente sul contesto e su tutti gli altri elementi che appartengono allo stesso sistema, quindi sull’equilibrio del sistema stesso.

Il campo d’azione del counselling sistemico è rappresentato da tutte quelle situazioni che rappresentano per l’individuo una difficoltà o un disagio sul piano comunicativo o relazionale nell’ambito di un determinato sistema o sottosistema. In genere, tali situazioni sono rappresentate dalle cosiddette fasi di crisi, cioè con i cambiamenti di ruolo (per esempio, nascita di un figlio e assunzione del ruolo di genitore), cambiamenti nell’ambito del ciclo della vita (per esempio adolescenza, invecchiamento, menopausa e così via), traumi (malattia, lutto, separazione, licenziamento o altro).

In questi casi, il counselling è finalizzato non tanto a dare soluzioni preconfezionate dall’esterno, quanto ad aiutare l’individuo a reagire a tali difficoltà partendo dalle sue risorse (interne ed esterne). Nel counselling sistemico, ciò avviene prevalentemente attraverso alcune strategie principali:

  • verifica e riorganizzazione delle informazioni già in possesso dell’individuo ed eventualmente completamento o incentivazione a cercarne altre;
  • identificazione di tutti gli ostacoli che rendono difficile il cambiamento o la risoluzione del problema;
  • osservazione delle soluzioni già individuate o tentate per risolvere il problema in questione;
  • aiuto a trovare nuove strategie e nuove soluzioni;
  • valorizzazione delle risorse dell’individuo;
  • aumento dell’autonomia e della capacità di scelta del soggetto.

Per sua natura, il counselling sistemico può essere indicato, per esempio, per le problematiche di tipo familiare (crisi di coppia, conflitti familiari).


Counselling motivazionale

È una particolare tecnica di colloquio (o meglio strategia, o intervento in senso lato) finalizzata a favorire un preciso processo di cambiamento nell’individuo, agendo soprattutto sulla motivazione, cioè appunto sulla disponibilità del soggetto ad attuare un cambiamento.

La necessità del counselling motivazionale si basa sull’osservazione che spesso in alcuni ambiti il semplice “dare consigli” al paziente (per esempio: “Lei dovrebbe smettere di fumare”) sembra poco efficace.

Nel counselling motivazionale si cerca di sondare e costruire la disponibilità (motivazione) del soggetto al cambiamento valutando in particolare due aspetti:

  • la percezione dell’importanza del cambiamento (per esempio: “Perché sarebbe importante per lei smettere di fumare”?), che si basa sui valori e le aspettative personali; in pratica, rappresenta la volontà del soggetto a modificare un determinato cambiamento;
  • la fiducia di poter conseguire il cambiamento (“Come potrebbe smettere di fumare?”; “Pensa di farcela?”), ossia la capacità di realizzare quel particolare cambiamento. Gli ambiti di applicazione del counselling motivazionale sono assai numerosi e riguardano innanzitutto tutti i cosiddetti stili di vita non salutari: fumo di tabacco, tossicodipendenze, alcolismo e così via. Esso può essere molto utile anche per valutare perché un individuo non si attiene alle terapie prescritte dal medico (farmaci, dieta, attività fisica e così via).


Counselling sessuologico

È di competenza del medico o dello psicologo-psicoterapeuta. Riguarda le problematiche relazionali e sessuali relative al rapporto di coppia. Spesso le disfunzioni sessuali (per esempio, deficit dell’erezione, eiaculazione precoce, disturbi dell’orgasmo, vaginismo) sottendono disagi relazionali all’interno della coppia.


Counselling scolastico

Utile per l’orientamento scolastico: aiuta lo studente a prendere una decisione riguardo a determinate scelte (lavoro, scuola, futuro professionale). Nell’ambito della scuola, il counselling può essere utile anche per gli studenti con difficoltà di apprendimento o con disagi relazionali. [L.B.]