Il Monk Mode, letteralmente modalità monaco, è una tendenza che invita a prendersi una pausa dalle distrazioni quotidiane, dai social e dagli impegni superflui per concentrarsi sui propri obiettivi e sul proprio benessere, in solitudine. Staccare per ritrovarsi, insomma. Un’idea seducente, ma non tutti i “ritiri” sono uguali. Come capire se l’isolamento temporaneo è una scelta positiva e non il modo di sfuggire a qualcosa (o a qualcuno) che non vogliamo affrontare? «Il primo passo è chiedersi da che cosa si vuole prendere una pausa e a che cosa si vorrebbe tornare», spiega la psicologa Alessia Cipriano. «A volte, concedersi una parentesi tutta per sé, magari dopo giornate trascorse a rispondere alle richieste degli altri, è semplicemente un’occasione per riposarsi o dedicarsi a qualcosa che ci piace. Diverso è il caso in cui isolarsi serve soprattutto a evitare situazioni che ci mettono a disagio, come il giudizio degli altri, un possibile rifiuto o una conversazione difficile».
Attenzione a come ti senti “dopo”
Come distinguere una pausa salutare da una fuga dai problemi? Un indizio importante è ciò che succede “dopo”: se il tempo trascorso da soli ci aiuta a recuperare le energie e a tornare alle nostre relazioni con entusiasmo, oppure se finisce per allontanarci ancora di più dagli altri e dalle questioni lasciate in sospeso. C’è poi un altro rischio da non sottovalutare: trasformare anche il tempo dedicato a se stessi in una gara di produttività. «Bisognerebbe prestare attenzione anche alle versioni più rigide della tendenza. Quella del Monk Mode è un’etichetta usata per abitudini diverse, non un percorso psicologico definito». Se alla disponibilità continua verso gli altri sostituiamo un programma serrato di allenamento, studio e obiettivi da raggiungere in solitaria, rischiamo di ritrovarci con una nuova lista di doveri. E quella che doveva essere una pausa rigenerante diventa l’ennesima fonte di pressione.
Cosa succede nella tua testa quando ti isoli
Il primo effetto del silenzio digitale e sociale è il più semplice da osservare: non sei più sottoposta a continue interruzioni. Una notifica, spiega la psicologa, finisce per richiamare l’attenzione e, anche se si decide di non leggere il messaggio, si comincia inevitabilmente a pensare a chi ha scritto, a cosa voglia, a quando rispondere. Quando questi richiami diminuiscono, è più facile concentrarsi intensamente su ciò che si sta facendo.
Un altro vantaggio riguarda la creatività. «Quando ci concediamo momenti di riposo e solitudine, tende ad attivarsi una rete neurale del cervello, chiamata default mode network, che favorisce l’emergere di ricordi, riflessioni e idee nuove», spiega la psicologa. Attenzione, però: non tutti i pensieri che affiorano sono necessariamente positivi. «Può anche succedere di rimuginare continuamente su una preoccupazione. Ecco perché prendersi una pausa non equivale automaticamente a stare meglio».
Anche sul piano emotivo, i benefici non sono così scontati. Alcuni studi hanno osservato che trascorrere del tempo da soli può attenuare le emozioni più intense, sia piacevoli sia spiacevoli, favorendo una sensazione di calma. Ma rinunciare ai social non è di per sé una garanzia di benessere: una revisione scientifica del 2025 non ha riscontrato miglioramenti medi significativi nelle emozioni o nella soddisfazione per la propria vita tra chi si è tenuto lontano da Instagram & Co. Insomma, a fare la differenza sono le ragioni per cui decidiamo di staccare e il modo in cui impieghiamo quel tempo. Ed è meglio diffidare delle promesse miracolose: «Parlare di reset della dopamina o di disintossicazione del cervello significa attribuire a questa scelta benefici che la ricerca scientifica non ha dimostrato».
I segnali d’allarme: quando il ritiro diventa evitamento
Come accorgerci che l’isolamento, anziché ricaricarci, sta diventando un problema? «Un primo campanello d’allarme è la crescente difficoltà a interromperlo. Magari rimandiamo un incontro a cui tenevamo, poi rinunciamo anche ai successivi. Sul momento ci sentiamo sollevati, ma quando si presenta una nuova occasione la paura torna, a volte persino più forte», spiega la psicologa. Si rischia così di entrare in un circolo vizioso: evitare le situazioni che ci mettono a disagio finisce per alimentare la tendenza a sottrarsi, privandoci della possibilità di vivere esperienze diverse.
Naturalmente, non è il numero di uscite o di inviti accettati a stabilire che qualcosa non va: c’è chi ha una vita sociale poco intensa e ne è perfettamente soddisfatto. «Il problema nasce quando cominciamo a rinunciare a relazioni che desideriamo coltivare, quando uscire o lavorare diventa sempre più difficile e la solitudine si accompagna a una sofferenza persistente». In altre parole, il segnale da non sottovalutare è la paura che ci impedisce di fare ciò che vorremmo. In questi casi, confrontarsi con uno psicologo può aiutare a capire che cosa alimenta l’isolamento e come affrontarlo. Senza però imporsi di tornare dall’oggi al domani a una vita sociale frenetica. «Forzarsi a frequentare gli altri, magari solo per dimostrare di stare bene, rischia di aggiungere ulteriore pressione. Meglio ricominciare gradualmente, recuperando le attività e i rapporti che per noi contano davvero».
Come ritagliarsi 15 minuti (o un weekend) di decompressione
Ma come ritagliarsi questi momenti di pausa senza stravolgere la propria quotidianità? Non servono ritiri in montagna, né intere giornate da trascorrere lontano da tutto e da tutti. «Quindici minuti possono bastare per una passeggiata senza controllare i messaggi o per leggere qualche pagina con calma, eliminando la possibilità di essere interrotti», suggerisce la dottoressa Cipriano. A chi ha bambini piccoli o genitori anziani da accudire conviene cercare qualcuno che, per quel breve lasso di tempo, se ne occupi.
Per chi vuole provare a ritagliarsi un intero weekend “off”, il punto di partenza è concentrarsi su ciò di cui si sente maggiormente la mancanza. Se è il sonno, riempire le giornate di attività rigeneranti rischia di lasciare intatto il problema. Se la sensazione è di avere poco tempo per sé, bisognerebbe lasciare almeno una parte della giornata senza programmi. Stare qualche ora con una persona con cui si sta bene può far parte della pausa, se è ciò che si desidera. «Se, terminato il momento di “stacco”, basta una mail a far tornare la tensione alle stelle, è il caso di ripensare, non solo ai momenti di relax, ma al calendario di impegni quotidiani, probabilmente troppo pesante».
Senso di colpa e FOMO: dire di no a cuor leggero
Spegnere il telefono, declinare un invito, concedersi una serata tutta per sé. Sembra facile, eppure per molte donne questa scelta può scatenare ansia e sensi di colpa. Dietro il bisogno di essere sempre presenti e disponibili, infatti, si nasconde spesso il timore di compromettere i rapporti con gli altri. Se non vado, mi inviteranno ancora? Se rispondo domani, penseranno che non mi importa? «La FOMO è la paura di perdersi esperienze a cui gli altri partecipano, mentre il senso di colpa può nascere anche dalla convinzione che, per essere considerate affettuose o affidabili, dobbiamo esserci sempre», spiega la psicologa.
Come liberarsi da questa pressione? «Il primo passo è capire che cosa alimenta il senso di colpa. Abbiamo preso un impegno che dobbiamo riorganizzare? Qualcuno ha davvero bisogno della nostra presenza? Oppure temiamo, senza un motivo concreto, che un piccolo rifiuto possa mettere in crisi una relazione?». Nel primo caso, è giusto trovare un accordo con le persone coinvolte. Negli altri, possiamo imparare a comunicare le nostre decisioni senza sentirci obbligate a fornire mille giustificazioni. «All’inizio l’ansia potrebbe non scomparire subito. Ma anziché cercare continue rassicurazioni controllando il telefono, proviamo a osservare che cosa succede davvero nei nostri rapporti e, intanto, a goderci quel momento facendo qualcosa che ci piace, magari di molto semplice». Perché imparare a stare bene da sole significa anche acquisire la sicurezza che i nostri legami non si indeboliranno solo perché, per una sera, abbiamo scelto di non esserci.

