Elogio della leggerezza: come imparare a volare sopra i problemi
Problemi e contrattempi sono all’ordine del giorno. Prenderne le distanze non è una fantasticheria “vuota” per ributtare nell’angolo le preoccupazioni, ma una scelta che riserva sorprese significative per la nostra crescita. Un libro ci guida a liberarci da inutili pesi mentali

Non avere macigni sul cuore… dirlo è un conto, riuscirci un altro. Nel flusso della quotidianità, c’è sempre qualche ostacolo a impedirci di restare a una certa quota, tre metri sopra il cielo. Si può chiamare preoccupazione, imprevisto, errore, illusione e via dicendo, fatto sta che non considerare seriamente gli alti e bassi della vita potrebbe costarci caro, ci diciamo tra noi e noi. Con la leggerezza il rischio è un po’ questo. «Eppure, è uno degli istinti esistenziali più profondi, oltre a un’aspirazione umana. Staccarsi dalle cose pesanti, infatti, produce piacere al corpo e, soprattutto, libera lo spirito», spiega il filosofo Filippo Losito che al tema ha destinato il saggio Lezioni di leggerezza, pubblicato da Feltrinelli.
«Non ho scritto un libro per consigliare alla gente di prendere tutto sottogamba, all’insegna del “viviamo felici e contenti” malgrado gli eventi, ma per mostrare che la leggerezza non è una fuga effimera dalla realtà bensì uno stato d’animo ben più pregnante. Da coltivare, anche mentre laviamo i piatti o siamo disperati, perché è una dote, in sostanza, di cui disporre al bisogno per ribellarci alle tensioni, restituirci calma e resilienza e attivare energie gioiose e catartiche. Oltre a generare nuove possibilità d’azione».
Filippo, ci descriva la leggerezza…
«Con questa parola s’intendono tante cose, è impossibile confinare la leggerezza nel perimetro di un concetto prettamente definito, poiché tende a sfoggiarsi e a configurarsi in dimensioni prettamente personali. Secondo Aristotele, per esempio, c’è “quando esercitiamo il nostro ingegno” mentre per Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, si attiva quando sorridiamo, ci fidiamo delle nostre intuizioni e siamo più creativi.
Per partire, comunque, una cosa universale mi sento di dirla: ci sentiamo leggeri nel momento in cui non avvertiamo i vincoli che riducono il nostro margine di libertà, di azione, di inventiva. È la libertà di sapersi muovere oltre i ruoli rigidi, è il permesso che ci concediamo di uscire dalla “nostra scatola”, per realizzare a pieno le nostre potenzialità. Vista così, la leggerezza diventa un gesto di coraggio, che ci esorta ad aprirci al cambiamento, ad abbandonare ciò che non è essenziale, a riconoscere ciò che ci fa stare bene. Come un trampolino, perciò, che dà la spinta a salire là dove l’aria è più lieve, e il carico delle cose si sente di meno».
Insomma, per lei è una forza potente e trasformativa…
«Non potrei negarlo e, come diceva lo scrittore e poeta francese Paul Valery, per andare verso l’alto bisogna “essere leggeri come un uccello, e non come una piuma”. Questa, se la lasciamo volteggiare in aria, inevitabilmente cadrà a terra perché non ha peso, mentre per volare ci vuole una struttura capace di esercitare una forza antigravità.
Ecco la ragione per cui la leggerezza non è tanto un’attitudine passiva, ma piuttosto un’energia dinamica che possiamo agire attivamente nella nostra esistenza e che produce inedite opportunità. Il suo esercizio si può estendere nel tempo, fino a diventare una pratica e poi una caratteristica dell’animo. In definitiva, leggero è chi fa il leggero».
Come si manifesta?
«Siamo in una dimensione “aerea” allorché abbiamo la possibilità di agire, allorché non sottostiamo alle leggi dell’altro. Quando, cioè, non gravano su di noi zavorre che ci opprimono, come quelle dei nostri pensieri confusi, dei giudizi che gli altri ci danno, delle nostre proiezioni pessimistiche sul mondo, dei limiti che ci bloccano, degli errori che facciamo o delle condizioni sfavorevoli che incontriamo sulla nostra strada. E, a prescindere dal contesto o dalla situazione, riusciamo a sorridere sospinti da emozioni positive».
Quali sono?
«La fiducia, che è la forza che ci permette di agire con autenticità e con la consapevolezza di incidere sugli eventi e sul nostro destino; l’ottimismo, che ci incoraggia a prendere l’iniziativa e a perseguire i nostri obiettivi; la speranza, che ci mantiene focalizzati sulle potenzialità del futuro e che rafforza la nostra determinazione; il coraggio, che ci aiuta a reagire alla paura, a reperire le risorse per trovare soluzioni, ma anche a infondere fiducia agli altri; la curiosità, che ci guida verso nuove scoperte. E infine, il buonumore, che ci permette di affrontare le avversità con uno spirito giocoso, in grado anche di elevare il morale di chi ci circonda».
Tutto meno che superficialità, in effetti…
«Gli atteggiamenti “leggeri” includono faciloneria, sconsideratezza, talora stupidità. Quando il sottofondo reale mira solo alla volontà di sbarazzarsi di qualcosa. Ma per farlo, in ogni caso, dobbiamo guardare quel peso in faccia, servirci della sua gravità, perché ci dia la spinta a volare. La base è la consapevolezza, la leggerezza interviene in un secondo momento a fare la differenza, perché è capace di nutrire quel fondale di speranza, sottile, che è anche nel dolore, nella difficoltà, nella fatica. Non è tanto la qualità degli eventi a contare, ma il nostro punto di vista sulle cose».
Come si riesce a planare sulle cose dall’alto?
«Nel libro ho indicato otto vie alla leggerezza, declinate in 42 esercizi pratici. La prima è quella del volo, ossia la capacità di non farsi affossare da ciò che accade e riuscire ad avere sempre un certo distacco emotivo dagli eventi. I fatti non si cancellano, tuttavia il nostro sguardo su di loro è modulabile, dipende solo da noi. La seconda è quella delle emozioni leggere, un’esplorazione a scoprire che in qualsiasi situazione c’è sempre il “ma anche”. Noi, per un retaggio arcaico di sopravvivenza, siamo allenati al negativo per prepararci al peggio.
Invece, a volte, basta allargare la visione d’insieme per vedere che anche in una certa difficoltà, grattacapo o sacrificio esiste sempre qualcosa che ci può sorprendere, che ci procura felicità o che ci accende ad andare avanti. Si tratta di accettare la legge dell’impermanenza, comprendere, cioè, che sia il dolore sia la gioia sono transitori, e che nulla dura per sempre. In questo modo riusciremo anche a non incappare in un altro errore, nella tentazione del voler cambiare subito tutto, del voler eliminare tutti i lati no della nostra personalità. Tutti “nodi” che ci mettono ancora una volta sotto la cappa del giudizio, intimo ed esterno, un grande freno a “volare”».
Qualche altra via?
«Rilevante è quella del gioco, ovvero fare qualcosa svincolati da obiettivi (anche nel lavoro), solo per puro interesse personale e che è legato a riscoprire ciò che ci piace, che non vediamo l’ora di fare. La nostra vita, così, si arricchisce di curiosità, spontaneità e freschezza, le cose si vedono da una nuova prospettiva e impariamo a gestire i contrattempi con meno affanno e ad affrontare le grandi questioni con maggiore lucidità».
E imboccare la strada del buonumore dove porta?
«A un traguardo importante, ci aiuta a riconoscere l’altro lato dell’esperienza. In fondo, si ride ogni volta che uno schema si rompe, che la normalità rivela le sue falle oppure quando accade qualcosa di inatteso. È un capovolgimento “assurdo”, che ci allena all’instabilità. A osservare il mondo attraverso il filtro del “forse” e del “è possibile”, il training migliore per scardinare la rigidità delle nostre certezze e ridimensionare la gravità dei problemi che viviamo».
Ma la leggerezza può andare d’accordo con serietà e impegno?
«Sì, perché è l’opposto dell’evasione, la fuga dalla routine, che la società di oggi ci propone con le sue tante offerte d’intrattenimento. Illusorie, spesso: ci incasellano in un divertimento (apparente), uguale per tutti. Invece, è solo nella nostra realtà che troviamo le ali per spiccare il volo. Se le abbiamo smarrite, andiamo a cercarle, diamoci da fare per tendere verso ciò che ci dà soddisfazione, ci elettrizza.
La leggerezza, in fondo, è il fuoco del desiderio che, superando le mode collettive, ci può far riscoprire ciò che siamo e vogliamo davvero. Ci riusciamo solo se mettiamo in campo azioni, responsabilità e aspirazioni che sono esclusivamente nostre. E se non è impegno questo, cosa lo è?».
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