Le donne parlano poco in pubblico: come superare la paura
Quando si tratta di prendere la parola in una riunione noi donne, spesso, ci tiriamo indietro. Tante le paure che ci rendono così poco intraprendenti e disinvolte davanti a una platea. Un’esperta di oratoria ci spiega come raccogliere la sfida a impugnare il microfono, dando voce alle nostre opinioni

Ma quanto parlano le donne? Forse, in privato, possono battere qualche record di loquacità ma in pubblico la musica cambia e il posto delle parole viene occupato dal silenzio, dalla rinuncia a rappresentare verbalmente un gruppo, a dare voce a un’opinione, a dimostrare esperienza e capacità. Succede in azienda, a scuola, nelle università, persino nelle riunioni condominiali o nei comitati ricreativi. Molte di noi, infatti, preferiscono mandare avanti qualcun altro e riservarsi solo il ruolo di ricerca di contenuti, argomentazioni e informazioni, che avviene inevitabilmente dietro le quinte.
Alcuni dati sull’atteggiamento, diffuso, del “mai al centro della scena, nonostante il ruolo che ricopro”, fanno sorridere amaramente: Sue Montgomery, sindaca di Côte-des- Neiges-Notre-Dame-de-Grâce, il dipartimento più popoloso di Montreal (Canada), durante i consigli comunali lavorava a maglia, con due fili. Sceglieva quello rosso ogni volta che parlavano gli uomini, quello verde se intervenivano le donne. Nel finale: «direi che la sciarpa è rossa per il 75-80%, ci sono piccoli pezzetti di verde qua e là» ha sintetizzato la sindaca. E questo in un gruppo dove maschi e femmine erano praticamente in egual numero (34 su 31).
Mentre dallo studio condotto in 250 seminari, tenuti in trentacinque istituzioni accademiche in dieci Paesi, è emerso che il gentil sesso pone domande due volte e mezzo in meno rispetto alla platea maschile. I motivi? Molte tra le intervistate hanno detto di aver rinunciato a parlare perché «non mi sentivo abbastanza intelligente»: «non riuscivo a trovare il coraggio»; «temevo di aver frainteso il contenuto».
Insomma, gira e rigira, ancora oggi ci sono dosi massicce di ritrosia femminile nell’esporsi in pubblico, su cui domina il giogo della perfezione da una parte, il senso di inadeguatezza dall’altra. Ma la parità di genere passa anche attraverso la retorica (l’arte di parlare in pubblico), come ci dice Flavia Trupia, esperta di comunicazione e autrice del libro Prendiamo la parola! (Edizioni Piemme) in cui smonta pregiudizi, ribalta punti di vista anacronistici e propone esercizi pratici per prendersi, finalmente, il palcoscenico.
Che significato simbolico ha intervenire, in qualsiasi discorso allargato?
«Quando diamo il nostro parere in una discussione pubblica affermiamo quello che in retorica viene chiamato “ethos”, cioè la credibilità e l’autorevolezza dell’oratore. Vuole dire, insomma, assicurarsi il proprio posto nel mondo. Il silenzio, al contrario, dichiara l’intento che qualcun altro parli per noi, che si rinuncia a essere portavoce di un gruppo o di un’idea, che si sta dietro le quinte per aiutare gli altri a brillare. Questo ritiro porta le donne a essere meno competitive nel mondo del lavoro, per esempio».
Ma quali sono i freni inibitori tutti femminili?
«Spesso, sono le donne stesse a non farsi avanti perché si sentono molto meno sicure degli uomini (divario di sicurezza). Fortissimo è il timore di essere giudicate per la propria immagine (“sono grassa, vestita male, ho i capelli crespi, non mi sono fatta la piega”), per esempio, per una questione culturale che dura da secoli. Ma è una preoccupazione che non sta in piedi perché nell’oratoria siamo – finalmente – in un porto franco in tema di aspetto esteriore. Anzi, quest’arte ha bisogno di cose particolari, di qualcosa che rimanga impresso agli altri, e quindi, quel “difetto” può paradossalmente diventare il nostro brand. In più, concentrarsi sull’immagine e non sul pubblico ci fa perdere il filo del discorso, e questo sì che la platea non lo perdona!».
Cos’altro ci agita?
«Ci sono due timori a massima potenza. Per prima cosa, la storia di doversi sentirsi sempre preparate al 100%, altrimenti meglio desistere. Peccato che per esporre un progetto in una riunione di lavoro o altro non è necessario sapere tutto a menadito! Mi spiego meglio: studiare – e bene – il proprio intervento è fondamentale, aiuta ad avere proprietà di linguaggio. Poi, però, non lasciamoci frenare da qualche piccola, inevitabile mancanza: nella sostanza dei fatti, il pubblico ha bisogno di più sintesi e di meno analisi.
E, poi, quel cattivo rapporto, tutto “rosa”, con l’errore: se sbagliamo un termine, un collegamento continuiamo a dirci per giorni “che brutta figura ho fatto”. Lasciamo da parte le autoflagellazioni inutili, l’uditorio “adora” lo sbaglio, l’inghippo, lo trova divertente e autentico se l’oratore lo sa gestire. Basta avere la capacità di trasformarlo in una frase coinvolgente, tipo “questa parola la pronuncio sempre male, succede anche a voi?”. Così si portano i presenti dalla nostra parte mentre farfugliare scuse, giustificarsi a più non posso incrina solo la nostra credibilità».
C’è anche il problema che “brutta voce ho”...
«Sì, ma anche qui quante paranoie. A parte il fatto che ognuno ha la voce che ha, quelle veramente sgradevoli sono pochissime. Non ci facciamo, comunque, bloccare da una registrazione: è stato dimostrato che quasi tutti non si riconoscono e, soprattutto, non si apprezzano nell’audio. Il timbro percepito dal pubblico è un’altra cosa».
E quello del giudizio...
«Noi donne abbiamo più paura di cosa pensano parenti, amici, compagni di scuola che di un generico pubblico. In qualche modo, ci sentiamo maggiormente responsabili di fronte a chi ci vuole bene, e loro stessi sono più critici con noi, perché vivono da vicino l’ansia da prestazione. Morale: non ci fidiamo del giudizio degli “intimi”, trovano sempre qualche difetto e smettiamo di ripetere davanti a loro il nostro discorso, prima di affrontare qualsiasi prova di oratoria».
Ma, di fronte a un pubblico, la voce può tremare...
«Eccome, questo terrore non passa mai, neanche agli attori di teatro più consumati! L’importante è non farsi travolgere dal panico, perciò prima di iniziare a parlare facciamo un bel respiro profondo per tranquillizzarci; idem quando ci impappiniamo per dare ossigeno al cervello e trovare una strategia logica per uscire dall’impasse. Anche bere di tanto in tanto qualche sorso d’acqua è un trucco spezza ansia e che riporta su la concentrazione».
Quanto serve prepararsi?
«Nessuno, come invece si crede, nasce un bravo oratore. Forse, si può essere più o meno capaci di gestire una situazione di difficoltà, ma il discorso improvvisato è soggetto ad alti e bassi. A volte può andare bene, altre volte no. Quindi, in vista di un impegno prefissato (il meeting in ufficio, il colloquio di lavoro, un esame ma anche la riunione di condominio) la cosa migliore è prepararsi, ripetere la nostra “conferenza” nei giorni precedenti, anche mentre si guida o si stira.
Ci vuole tempo e pazienza prima di raggiungere un buon punto di esposizione, ma arriviamo già all’appuntamento con una bella dose di dimestichezza e parlantina che dà sicurezza e capacità di risolvere anche i momenti no. Un’altra tecnica pro scioltezza: ripetere il discorso nel nostro dialetto, poi parleremo in italiano, certo, ma intanto ci portiamo a casa più sicurezza, capacità di scherzarci sopra e, soprattutto, tiriamo fuori quell’espressività che solo nel dialetto riusciamo ad avere».
E se dobbiamo (o vogliamo) prendere la parola all’improvviso?
«Buttiamoci, non saremo perfette ma anche questo è un modo per acquisire agilità verbale. Più ci si allena, infatti, più saremo brave ad amministrare anche l’improvvisazione totale. Le tecniche di supporto? Poche ma essenziali. Primo: evitare preamboli (tipo: “premesso che io non ho nulla contro quest’istituzione”) ma partire subito a carte scopertissime (“il nostro scopo è questo… “). Subito dopo, elencare i nostri suggerimenti per ottenere quell’obiettivo. Questi propositi devono essere numerati, uno, due, tre e via dicendo.
Infine, argomentiamo le nostre proposizioni, spiegando perché certe richieste possono essere soddisfatte. È la tecnica del panino: tesi, argomentazione della tesi, ritorno sulla tesi (noi siamo qui per ottenere questo, lo vogliamo ottenere in tre modi, ecco perché lo possiamo ottenere ed è facile che ci potrete accontentare ).
Altro punto da ricordare: il discorso va declamato. Sì, lo so, ci vuole un pizzico di sfrontatezza ma paga sempre. In pratica, alziamoci in piedi, usiamo un tono di voce più alto di quello abituale, chiudiamo sempre le parole. E mentre parliamo cerchiamo gli occhi di tutti. Se l’intero parterre ci guarda, siamo al centro dell’attenzione e, quindi, cresce la nostra autorevolezza e fiducia».
C’è un momento in cui la nostra sicurezza è al massimo?
«Certo, è quell’attimo in cui parliamo e intanto ci divertiamo, per la ragione che siamo in comunicazione con il pubblico e ci dimentichiamo se abbiamo i capelli a posto o no, se scegliamo le parole più appropriate o meno, se siamo ferratissimi o zoppichiamo qua e là.
Quel minuto di magia – che prima o poi capita a tutti – dobbiamo isolarlo e farcelo tornare in mente ogni volta che prendiamo la parola. Per non sentirsi ma più abusive, e il merito è di uno stato di grazia che si autopromuove da solo: siamo al nostro posto, e non siamo miracolate. Perché non stiamo parlando per la nostra vanità ma per difendere le nostre idee e i nostri progetti».
La voce femminile è vissuta come meno autorevole
Le donne hanno un complesso: credono che il loro timbro vocale sia meno “influente” di quello maschile. Come dimostra uno studio australiano che ha messo a confronto le registrazioni di voci di donne non fumatrici dai 18 ai 25 anni nel corso di un cinquantennio. Le conclusioni riportano che nel 1993 le donne avevano una voce decisamente più profonda, rispetto alle loro coetanee del 1945, un fenomeno ipotizzato con la conquista di posizioni sociali e lavorative più alte e un conseguente adattamento ai cambiamenti sociali.
Sentire Margaret Thatcher, la Lady di Ferro degli anni Ottanta, per credere: agli esordi della carriera politica, parlava con toni squillanti, ben diversi dalle intonazioni sommesse durante il periodo da Primo Ministro britannico.
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