Il Pianeta sta meglio: lentamente, ma costantemente, la sua salute sta migliorando. No, non è un auspicio, è un’affermazione forte quanto sicura (e per alcuni controcorrente) di Lucia Leonessi, Direttore Generale di Cisambiente Confindustria, l’Associazione che riunisce le imprese attive nella gestione ecologica e quindi nel riciclo dei rifiuti. Una pioniera nel campo dell’economia circolare (il modello che punta a ridurre sprechi e inquinamento), abituata a considerare il “rifiuto” come potenziale fonte di nuove risorse per tutti. Non solo: quest’anno, ci racconta, sarà all’insegna del progresso in questo campo. E in molti settori strategici.
Dottoressa Leonessi, davvero il 2026 sarà un anno più pulito?
«Sì, perché proseguirà l’andamento positivo e che fa stare sempre meglio il nostro Pianeta, un miglioramento che crescerà di anno in anno, se continueremo a fare le scelte giuste. In Italia sarà strategico in vari settori, soprattutto in quello del riciclo degli elettrodomestici e delle apparecchiature elettroniche, il mio cavallo di battaglia: i RAEE».
Non sono pochi quelli che dicono che la salute del Pianeta invece peggiora…
«Mi rendo conto di essere in controtendenza rispetto a chi parla di situazione catastrofica. Abbiamo fatto in passato delle scelte sbagliate ed eccessive: il cosiddetto Green Deal ha puntato troppo sull’elettrico, illudendosi che fosse la soluzione ecologicamente più rilevante e mettendo in secondo piano, per esempio, l’enorme problema di smaltimento delle batterie. Ma, nella mia visione olistica, per ambiente ed energia si può fare e si farà ancora molto, senza limitarsi a un solo intervento, considerando, invece, l’intero ciclo ecologico ed economico. In Italia, già da quest’anno, sono ben quattro i fronti strategici: il RAEE, il Landfill Mining, il CSS e il tessile».
Partiamo dai RAEE: di che cosa si tratta e cosa succederà?
«Ci sarà un’esplosione del recupero di questi rifiuti derivanti da apparecchiature elettriche (dalle lavatrici agli apparati più piccoli) dai quali si possono estrarre materie prime e anche rame e argento, fino ad arrivare a oro e platino per i piccoli apparecchi elettronici. Il Bonus elettrodomestici incentiverà l’acquisto del nuovo e la rottamazione del vecchio. Non a caso nel 2026 partirà la campagna "Non abbandonarmi, io valgo tanto" e Cisambiente è stata la prima a muoversi in questa direzione».
Invece il Landfill Mining?
«Consiste nell’estrarre risorse utili dalle vecchie discariche esistenti recuperando anche metalli come rame, ferro e alluminio ma, in certi casi, anche le famose terre rare. Abbiamo in Italia magazzini di armamenti in disuso oppure vecchie discariche “morte” da più di 30 anni (quando si buttava via tutto senza riciclare e dividere), ma nelle quali oggi si può praticare la tecnica del Landfill Mining. A Brescia abbiamo appena ottenuto che una di queste discariche possa essere aperta: da sola potrebbe garantire dall’8% al 12% di rame recuperato».
Il CSS invece lo chiama carbone bianco: perché?
«Perché potrebbe sostituire il carbone tradizionale, inquinando molto meno. Il Combustibile Solido Secondario è un prodotto al pari della “benzina” e, nel 2026, sarà utilizzabile senza problemi nei cementifici. I CSS sono plastiche miste, film non riciclabili, carta rovinata, imballaggi non recuperabili, la parte tessile dei pneumatici. Derivano dalla frazione secca di questi rifiuti, principalmente costituita da polimeri e tessile. È un carbone bianco che sembra un coriandolo di Carnevale e che ha lo stesso potere di riscaldamento del carbone tradizionale, ma abbatte l’emissione di CO2 del 70%, inquina 5 volte meno e costa fino a 20 volte meno. Oggi ne produciamo quasi due milioni di tonnellate, potremmo arrivare a 30 milioni».
Infine il tessile: perché?
«I tessuti (in particolare i monotessuti, come il cachemire o la seta e il cotone) possono tornare nuovi filati. Abbiamo montagne di scarti tessili, ritagli industriali, residui di abbigliamento, che possono essere riutilizzati. Nel tessile rientrano anche parte degli arredi e i materassi che danno al riciclo plurimateriali e tutto quello che non rientra nel recupero (legno, acciaio e plastiche, ad esempio) può essere destinato alla produzione del CSS-C».
Queste le grandi aree di intervento per il 2026: sulla raccolta differenziata che facciamo noi cittadini ci sono margini di miglioramento?
«Grandi margini. La differenziata spesso non è ottimale. Qualche esempio concreto: la scatoletta di tonno che ha una pellicola che andrebbe tolta (staccandola in acqua tiepida) prima di buttare il rifiuto nei metalli, non senza aver lavato la lattina con il detersivo e fatto asciugare. Un vero e proprio lavoro preparatorio. L’olio andrebbe raccolto e riciclato a parte. Gli scontrini e la carta chimica vanno nell’indifferenziata, e molti sbagliano. La porcellana non va buttata nel vetro, il cristallo non è vetro e la bottiglia di vino andrebbe lavata e l’etichetta rimossa».
Insomma, una raccolta differenziata non sempre facile per tutti: cosa propone?
«Semplificazione (come il decreto!). Facciamo tre sacchi: uno per l’umido, uno per il secco (conterrà tutto quello che non è cibo) e uno per il vetro. Quest’ultimo è destinato alla sua filiera specifica di riciclo, l’umido può diventare biometano (un impianto si può costruire in 6-9 mesi, dove non c’è), idrogeno o compost con il recupero della CO2, mentre il secco, grazie a piattaforme con IA, si potrebbe recuperare quasi totalmente. L’uso, in questo campo, dell’Intelligenza Artificiale ci aiuterebbe a riciclare e suddividere meglio le cose che vengono buttate via. Il resto va nel CSS. Aggiungo che con l’aiuto del biometano e dell’idroelettrico potremmo divenire molto più autonomi da energie estere».
