Mangiare da soli: perché rischi di nutrirti peggio e come rimediare

Sempre più persone consumano i pasti in solitudine, complice una quotidianità intensa e frenetica. Ma quali effetti può avere mangiare da soli sulla salute fisica, sul benessere psicologico e sul rapporto con il cibo? Ne abbiamo parlato con una biologa nutrizionista

Mangiare da soli: perché rischi di nutrirti peggio e come rimediare
Foto: iStock

Tra ritmi di lavoro frenetici, pause pranzo consumate davanti allo schermo e routine familiari meno rigide rispetto al passato, oggi capita più spesso di mangiare da soli. Ma questa abitudine, apparentemente innocua, potrebbe avere effetti che vanno oltre la semplice organizzazione quotidiana. Diversi studi in ambito nutrizionale e psicologico suggeriscono che il pasto condiviso non è solo un momento sociale, ma anche un fattore che può influenzare la qualità dell’alimentazione, il benessere emotivo e persino alcuni indicatori di salute. Da qui nasce una domanda più che mai attuale: mangiare da soli fa davvero male alla salute, oppure si tratta solo di una percezione legata al valore culturale del “pasto in compagnia”? L’esperta ci aiuta a fare chiarezza.

Cambia lo stile di vita, cambiano le abitudini alimentari

Alla base di questa tendenza ci sono diversi cambiamenti nelle abitudini alimentari e nello stile di vita, avvenuti soprattutto negli ultimi anni. «Gli orari di lavoro e gli impegni familiari lasciano sempre meno spazio alla convivialità», spiega Elena De Sibio, biologa nutrizionista specializzata in nutrizione femminile. «Il tempo è poco e spesso anche i momenti dei pasti vengono occupati da incombenze lavorative, così molte persone finiscono per mangiare da sole per ritagliarsi una piccola pausa. Chi ha figli, un lavoro e convive con ritmi sfiancanti, spesso consuma un pranzo veloce in macchina perché altrimenti non riuscirebbe nemmeno a nutrirsi», prosegue l’esperta.

Pur essendoci più informazione e attenzione nei confronti dell’alimentazione, il pasto si è trasformato in un momento individuale, utilizzato per staccare dalla routine oppure per recuperare tempo tra un impegno e l’altro, a scapito della sua dimensione sociale.

Gli effetti sulla salute: meno verdura, più cibi processati

Ma quali effetti può avere questa abitudine sulla salute fisica, sul rapporto con il cibo e sul benessere psicologico? «Chi mangia da solo tende ad avere una dieta complessivamente meno equilibrata, fatta di poca verdura e molti cibi processati. Quando non si è in compagnia si tende a scegliere piatti pronti e pratici, ricchi di sale e zuccheri semplici, che a lungo andare hanno effetti negativi sul corpo. Gli studi lo confermano: tra i più giovani, per esempio, mangiare abitualmente da soli è stato associato a un rischio quasi doppio di sviluppare una sindrome metabolica», racconta De Sibio.

Attenzione anche alla postura (e al senso di sazietà)

Un altro aspetto che risente di questa solitudine è la postura. Quando siamo da soli, magari di fretta oppure seduti sul divano, mangiamo spesso in posizioni scomposte, un’abitudine che non permette un corretto svuotamento gastrico e si riflette su digestione e reflusso. Non solo: non di rado riempiamo il silenzio con il telefono o la televisione, che distraggono il cervello e rendono la memoria più debole ai segnali di sazietà.

«Sul piano psicologico mangiare da soli ha due facce. A volte è una pausa preziosa, un momento per staccare da una giornata frenetica, e in questo senso può fare bene. Altre volte invece pesa, perché condividere la tavola è da sempre un gesto di connessione e i pasti in compagnia si associano a un maggior senso di serenità. La differenza, spesso, non sta nel mangiare da soli in sé, ma nel fatto che questa sia una scelta o una mancanza subita».

I pasti condivisi rafforzano i legami

«Il cibo, da sempre, è molto più del suo valore nutrizionale: è un linguaggio, un modo per stare insieme», racconta la biologa nutrizionista. «Mangiare in compagnia porta numerosi benefici. La tavola condivisa funziona come una sorta di regolatore naturale. In compagnia si mangia più lentamente, si dà al corpo il tempo di percepire la sazietà e i pasti tendono a essere più completi e vari rispetto a quelli consumati di corsa. È un effetto particolarmente evidente nei più giovani: i bambini e gli adolescenti che condividono regolarmente i pasti in famiglia mangiano più frutta e verdura, meno cibi processati e bevande zuccherate, e tendono ad avere abitudini alimentari più sane e un peso nella norma».

Dal punto di vista emotivo e relazionale, invece, il pasto condiviso è uno dei pochi momenti della giornata in cui ci si ferma davvero e si parla. «È a tavola che si trasmettono valori, cultura e che si rafforzano i legami. I pasti condivisi in famiglia si associano a un minor rischio di disturbi alimentari, a un miglior tono dell’umore e a un maggior senso di connessione. In altre parole, mangiare insieme nutre il corpo tanto quanto le relazioni. Quando la tavola è un momento sereno e non una tappa da sbrigare, anche il modo in cui mangiamo cambia in meglio».

Mangiare da soli: le regole chiave

Anche in assenza di una routine condivisa, come nel caso di chi vive da solo o ha giornate lavorative molto intense, è possibile adottare alcune strategie per migliorare la qualità dell’alimentazione e ritrovare spazi di convivialità. «La parola chiave è organizzazione. Chi lavora da casa, per esempio, ha un’opportunità che spesso non sfrutta: la cucina è a pochi passi.

Vale la pena trasformare la pausa pranzo in una pausa vera, alzarsi dalla scrivania, sedersi, mangiare lontano dallo schermo invece di consumare un panino davanti al computer. E quando il delivery è inevitabile, possiamo scegliere le opzioni più semplici e meno elaborate, leggere l’etichetta e completare il piatto con qualcosa di fresco, come una porzione di verdura, un frutto o una fonte proteica», consiglia la specialista.

Tra meal prep e appuntamenti da segnare in agenda

Per consumare cibo più sano si può fare affidamento sul meal prep, la preparazione settimanale dei pasti. Anticipando la cottura di cereali, legumi, verdure e fonti proteiche, anche chi ha poco tempo può riuscire a comporre un piatto equilibrato, senza ripiegare sul cibo confezionato. «Sul fronte della convivialità, non serve condividere ogni pasto. Anche uno o due momenti a settimana fanno la differenza. Può essere una cena fissa con la famiglia o gli amici, un pranzo con i colleghi lontano dalla scrivania o persino una videochiamata a tavola con chi è distante. L’importante è trasformarlo in un appuntamento, qualcosa che si protegge dal resto degli impegni.

Un’idea che consiglio spesso a chi vive da solo è cucinare in compagnia: organizzare ogni tanto una sessione di cucina con amici, parenti o vicini, in cui si preparano più porzioni da dividere e portare a casa. È un modo intelligente per recuperare la dimensione conviviale e, allo stesso tempo, ritrovarsi con qualche pasto sano già pronto per i giorni successivi», conclude Elena De Sibio.