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Antibiotici: perché funzionano sempre meno

I batteri hanno imparato a sopravvivere all’attacco dei farmaci. Certo, alcune molecole sono superate. Ma la colpa è anche nostra, che usiamo gli antibiotici troppo e male

credits: iStock



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Una delle maggiori e più urgenti criticità a livello mondiale? La resistenza delle infezioni batteriche agli antibiotici, che sta dilagando anche in Italia, specialmente negli ospedali e nelle case di riposo dove si sviluppano le cosiddette antibiotico-resistenze nosocomali. Un’emergenza affrontata nel corso del Convegno organizzato lo scorso 11 febbraio dal Ministero della Salute, l’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e diverse Società Scientifiche, che hanno stilato le strategie da mettere in campo per contrastare efficacemente le malattie infettive, con l’ausilio di nuove molecole farmaceutiche ancora in fase di sperimentazione. Andando avanti così, infatti, rischiamo di non riuscire più a curare delle infezioni “serie”, come quelle post-operatorie, nel giro di vent’anni.


DALL'USO ALL'ABUSO: I PERCHÉ DELLA RESISTENZA

Ma perché gli antibiotici non funzionano più come una volta? «Innanzitutto perché alcune molecole, utilizzate a partire dalla seconda guerra mondiale, hanno fatto il loro corso», spiega il professor Claudio Viscoli, direttore della Clinica malattie infettive dell’Università di Genova.

«Mi riferisco alla penicillina e ai suoi derivati, come l’amoxicillina, e agli antibiotici dalla struttura molecolare simile come le cefalosporine e i carbapenemici, che si rivelano sempre meno efficaci in virtù del loro abuso. Anche i chinolonici, una classe di antibiotici utilizzati soprattutto per combattere le infezioni delle vie urinarie, sono diventati delle pallottole spuntate nei confronti di “superbatteri” che con il tempo hanno modificato geneticamente il proprio Dna per sopravvivere all’attacco dei farmaci», spiega l'esperto.

Che continua: «Il vero problema è che ancora non esistono molte alternative. Per le infezioni nosocomali, si è iniziato da poco a somministrare la colimicina, che però va assunta sotto stretto controllo medico perché può avere dei risvolti tossici. Per uso domestico, al posto dei chinolonici si preferisce oggi prescrivere la fosfomicina, non ancora soggetta a fenomeni di resistenza».


GLI ERRORI DEI PAZIENTI: ISTRUZIONI PER L'USO

Se tutti concordano sul fatto che servono nuove molecole, messe a punto dalla ricerca farmacologica mondiale, è assodato che la “colpa” delle resistenze è da addebitare anche ai pazienti, che continuano a perpetrare modi di curarsi scorretti.

Gli antibiotici, infatti, sono usati troppo e male (l’Italia è al secondo posto nella classifica dei consumatori europei, dopo la Grecia), spesso di propria iniziativa senza aver prima consultato il medico. «Finire la scatola che si ha in casa nell’inutile tentativo di curare un raffreddore o un’influenza, ovvero delle infezioni virali, non solo non accelera la guarigione ma rischia di selezionare dei ceppi batterici insensibili alla molecola usata», prosegue il professor Viscoli. «Così può accadere che la volta dopo, quando serve veramente, lo stesso antibiotico risulti inefficace».

Altri errori? Evitare l’autoprescrizione: il “fai da te” è il primo passo falso per favorire lo sviluppo di superbatteri. Fare l’antibiogramma (l’esame che serve a testare a quale antibiotico è sensibile il germe), qualora quello ad ampio spettro prescritto dal medico dopo tre giorni non produce alcun miglioramento.

La cura, poi, non va interrotta ai primi cenni di guarigione, perché il ciclo dev’essere completato e la posologia rispettata, anche se ci sentiamo meglio. In questo modo i germi, dopo un iniziale “tramortimento”, si riattivano più agguerriti di prima.

Infine, è vietato prendere gli antibiotici a un dosaggio minore o maggiore della prescrizione. Anche questa strada apre le porte a schiere di germi “indistruttibili”.


16 febbraio 2016


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