Negli ultimi tempi il sonno polifasico è diventato uno dei trend più discussi online: sempre più persone sostengono di riuscire a dormire appena poche ore al giorno, suddivise in brevi riposi nell’arco delle 24 ore, aumentando energia e produttività. Un’abitudine che affascina soprattutto chi conduce ritmi frenetici e cerca modi per “guadagnare tempo”, ma che solleva anche molti interrogativi scientifici.
Il nostro organismo è davvero progettato per dormire a intervalli? E quali sono i possibili effetti su memoria, concentrazione, umore e salute? Prima di imitare le routine estreme raccontate sui social, vale la pena capire che cos’è davvero il sonno polifasico, come funziona e cosa ne pensano gli esperti in medicina del sonno.
Sonno polifasico come risposta all’iperproduttività
«Il sonno polifasico è una pratica che frammenta il riposo giornaliero in molteplici episodi brevi (da 3 a oltre 6) distribuiti nelle 24 ore, che si contrappone al classico blocco unico notturno (il sonno monofasico)», spiega Ginevra Pignata, psicologa e neuroscienziata specializzata in disturbi del sonno, responsabile presso la clinica Solongevity a Milano.
«La narrativa della produttività estrema ha trasformato il sonno in un nemico da sconfiggere. Community online promuovono schemi come l’Uberman (6 pisolini da 20 minuti), promettendo di recuperare anni di vita “buttati” a dormire. È un’idea che affascina chi cerca un vantaggio competitivo, ma che spesso ignora i meccanismi biologici fondamentali: il nostro corpo non è una macchina che si ricarica a brevi impulsi, ma un sistema biologico regolato da complessi ritmi circadiani e omeostatici», prosegue l’esperta.
I rischi per la salute
La dottoressa Pignata – come anche la comunità scientifica – non ha dubbi: il sonno polifasico non può sostituire il classico sonno notturno continuo.
«Gli esseri umani sono biologicamente programmati per un sonno consolidato. Uno studio del 2026 ha dimostrato che chi prova lo schema Uberman non riesce ad addormentarsi istantaneamente in ogni finestra di 20 minuti. Di conseguenza, il tempo di sonno effettivo è drammaticamente inferiore a quello programmato, portando a una privazione cronica. Inoltre, va ricordato che il sonno è una successione di stadi (NREM e REM): frammentarlo impedisce al cervello di completare i cicli necessari per le funzioni di pulizia e riparazione che avvengono solo durante il sonno profondo e prolungato», approfondisce.
Ma non è tutto. Secondo altri studi recenti, la restrizione polifasica prolungata ha profondi effetti collaterali sulla nostra biochimica. «L’ormone della crescita, per esempio, viene secreto durante il primo blocco di sonno a onde lente. Senza questo intervallo consolidato, la rigenerazione cellulare, la sintesi proteica e la riparazione dei tessuti vengono compromesse, accelerando di fatto i processi di invecchiamento biologico. Inoltre, la privazione cronica di sonno altera il metabolismo glucidico, riducendo la sensibilità all’insulina e aumentando il rischio di sviluppare sindromi metaboliche o diabete di tipo 2. Stesso discorso per il sistema immunitario, che in caso di mancanza di riposo diventa molto più vulnerabile a infezioni virali e stati infiammatori cronici».
Riflessi ridotti e aumento dell’ansia
Al momento, dunque, la letteratura scientifica non riporta alcun beneficio oggettivo in termini di energia o prestazioni cognitive. Al contrario, il quadro che emerge è quello di un rapido deterioramento funzionale.
«I test di performance neurocomportamentale, come il Psychomotor Vigilance Test (PVT), mostrano che chi segue ritmi polifasici estremi manifesta tempi di reazione significativamente più lenti e una vigilanza ridotta, con un picco di deficit nelle ore mattutine. Chi adotta uno schema polifasico può soggettivamente sentirsi lucido o produttivo a causa di temporanei picchi di adrenalina e cortisolo, ma i dati oggettivi mostrano un calo drastico e costante della precisione, della capacità di problem solving e della creatività», spiega la neuroscienziata.
In mancanza di sonno profondo, il cervello rimane in uno stato di ebbrezza cognitiva permanente, alternando momenti di apparente veglia a pericolosi cali di attenzione.
«In definitiva, lo sforzo metabolico richiesto per restare svegli annulla qualsiasi ipotetico guadagno di tempo, rendendo il lavoro svolto meno efficiente. Anche dal punto di vista psicologico gli studi riportano un netto peggioramento dell’umore e un aumento patologico di ansia e irritabilità. Questo accade perché la frammentazione impedisce al cervello di processare correttamente i residui emotivi della giornata, una funzione che avviene quasi esclusivamente durante il sonno REM».
Sonno polifasico: divieti ed eccezioni
Il risultato che emerge da questa analisi è chiaro: il sonno polifasico è sconsigliato praticamente a tutti. «È particolarmente pericoloso per adolescenti e giovani adulti, il cui cervello è ancora in una fase critica di sviluppo plastico, che dipende strettamente dai picchi di ormone della crescita e dal sonno REM. In secondo luogo, è da evitare assolutamente per chi opera in settori critici, come piloti, medici o autisti. In questi contesti, la privazione polifasica induce brevi blackout cognitivi che possono risultare fatali durante la guida o in procedure mediche d’urgenza.
Inoltre, il rapporto della National Sleep Foundation sottolinea che soggetti con preesistenti disturbi dell’umore o patologie metaboliche rischiano un drastico aggravamento della propria condizione», racconta la dottoressa Ginevra Pignata.
L’esperta spiega che il sonno polifasico può avere senso solo come strategia di coping temporanea in situazioni di emergenza estrema. È il caso di navigatori solitari, militari in contesti bellici o operatori di primo soccorso in scenari di catastrofe, per cui il sonno consolidato è fisicamente impossibile. In queste circostanze, brevi sonnellini (napping) rappresentano un compromesso per mantenere un livello minimo di funzionalità, ma restano una contromisura temporanea e mai un’alternativa salutare o sostenibile per il benessere a lungo termine.
«La scienza ci avverte che cercare di ingannare il nostro ritmo circadiano con il sonno polifasico è un debito biologico che non possiamo permetterci di pagare. Produttività e lucidità mentale non si ottengono con le scorciatoie, ma rispettando i tempi fisiologici necessari per il ripristino delle nostre funzioni vitali», conclude.

