Vene varicose: perché possono tornare dopo l’intervento (e cosa fare)

Le vene varicose possono ricomparire anche dopo un intervento ben riuscito. Dalla predisposizione genetica allo stile di vita, fino al ruolo decisivo di controlli, movimento e calze elastiche: ecco perché la prevenzione resta fondamentale anche dopo la chirurgia

Vene varicose: perché possono tornare dopo l’intervento (e cosa fare)
Foto: iStock

Sembrava una storia chiusa: intervento chirurgico, gambe leggere, e addio a quelle vene tortuose che segnavano la pelle come piccoli fiumi in piena. Invece, mesi o anni dopo, eccole di nuovo. Le vene varicose, compagne indesiderate di tante donne (e non solo, il problema riguarda anche gli uomini), possono ricomparire anche dopo un trattamento ben eseguito. Non si tratta di sfortuna, né di un errore del chirurgo. La causa sta nella natura stessa della malattia venosa cronica, una condizione evolutiva che non riguarda solo la singola vena trattata, ma un intero sistema circolatorio che può continuare a modificarsi nel corso degli anni.

Una malattia che evolve nel tempo

«La chirurgia non “guarisce” definitivamente la predisposizione alle vene varicose», spiega il dottor Farhang Farsi, responsabile della Chirurgia Vascolare delle strutture Humanitas di Torino. «L’intervento elimina le vene malate più importanti, quelle ormai diventate incontinenti e incapaci di far risalire correttamente il sangue verso il cuore, ma non modifica la natura cronica della malattia venosa».

Con il tempo, infatti, il sistema circolatorio può andare incontro a nuovi cambiamenti. Possono formarsi nuovi vasi sanguigni, un fenomeno chiamato neoangiogenesi, oppure possono dilatarsi vene inizialmente troppo piccole per essere trattate durante il primo intervento.

«È per questo che le recidive rappresentano l’evoluzione naturale della patologia venosa, soprattutto nelle persone che non rispettano le regole basilari che rallentano la progressione della malattia stessa e lo sviluppo di nuove vene che saranno destinate ad ammalarsi», ammette l’esperto.

Vene varicose: i primi sintomi

Il sistema venoso degli arti inferiori svolge un compito estremamente delicato: riportare il sangue dai piedi verso il cuore sfidando continuamente la forza di gravità. Per riuscirci, le vene sono dotate di piccole valvole interne che funzionano come porte a senso unico, aprendosi per permettere la risalita del sangue e richiudendosi subito dopo per impedirne il reflusso verso il basso.

Quando questo sistema perde efficienza, inizia il lento processo dell’insufficienza venosa cronica. «Le pareti delle vene, naturalmente più sottili ed elastiche rispetto a quelle delle arterie, possono andare incontro a una progressiva perdita di tonicità», descrive il dottor Farsi. «A quel punto, le valvole non riescono più a chiudersi perfettamente e il sangue tende a ristagnare soprattutto nelle zone più declivi del corpo, come caviglie e polpacci. Il risultato è un aumento della pressione all’interno delle vene, la cosiddetta ipertensione venosa, che nel tempo favorisce la dilatazione la comparsa delle prime alterazioni visibili».

Spesso tutto comincia con segnali apparentemente modesti: piccoli capillari violacei, una sensazione di pesantezza serale, gonfiore alle caviglie dopo molte ore in piedi oppure crampi notturni. Sintomi che vengono facilmente sottovalutati, ma che possono rappresentare le prime manifestazioni di una circolazione venosa in difficoltà. Con il passare del tempo possono comparire vene sempre più evidenti e tortuose, accompagnate da dolore, prurito, formicolii e senso di tensione alle gambe.

Perché le vene si ammalano

«Alla base esiste molto spesso una predisposizione genetica», indica l’esperto. «Alcune persone nascono infatti con una maggiore debolezza della parete venosa o con valvole più predisposte a perdere efficienza nel corso degli anni. Tuttavia, la familiarità non è l’unico fattore in gioco. Anche l’età, il sovrappeso, la sedentarietà e le variazioni ormonali possono accelerare il peggioramento del sistema venoso. Non a caso le donne risultano più colpite, soprattutto durante periodi delicati come gravidanza e menopausa, quando gli ormoni rendono le vene più vulnerabili».

Anche lo stile di vita incide profondamente sull’evoluzione della malattia. Restare molte ore seduti o in piedi rallenta il ritorno venoso e favorisce il ristagno del sangue negli arti inferiori, mentre il caldo tende a dilatare ulteriormente i vasi, accentuando gonfiore e pesantezza.

Al contrario, il movimento rappresenta uno dei principali alleati della circolazione: camminare regolarmente stimola la cosiddetta spugna plantare del piede e la pompa muscolare del polpaccio, aiutando il sangue a risalire verso il cuore e riducendo la pressione sulle vene.

I controlli che molti pazienti dimenticano

Il tempo con cui le vene varicose possono ripresentarsi varia molto da persona a persona. Alcuni sviluppano nuove varici dopo molti anni, altri in tempi più brevi. La differenza dipende soprattutto dal modo in cui si gestisce la malattia dopo l’intervento. «Uno degli errori più frequenti è pensare che, dopo la chirurgia, non siano più necessari controlli o attenzioni particolari», avverte il dottor Farsi. «In realtà il follow-up è una parte essenziale della terapia. Le visite specialistiche e gli ecodoppler periodici permettono, infatti, di monitorare il sistema venoso e individuare precocemente eventuali nuove insufficienze».

Molti pazienti, soprattutto quando i sintomi migliorano, tendono invece ad abbandonare gradualmente le indicazioni ricevute. Ed è proprio in questa fase che il rischio di recidiva può aumentare, perché la malattia continua a evolvere anche in assenza di disturbi evidenti.

Il ruolo fondamentale delle calze elastiche

La compressione elastica rappresenta lo strumento più efficace sia nella prevenzione, sia nella gestione delle recidive. Dopo gli interventi moderni mini-invasivi, basati sulla termocoagulazione con fibra laser o radiofrequenza, viene generalmente prescritta una compressione elastica da mantenere per almeno un mese, indispensabile per favorire la corretta chiusura della vena trattata.

«Successivamente si passa a calze più leggere di mantenimento», racconta l’esperto. «Ed è proprio qui che molti pazienti smettono di utilizzarle, soprattutto nei mesi caldi, quando diventano percepite come fastidiose. Ma l’estate è anche il periodo in cui il caldo favorisce maggiormente la dilatazione venosa, rendendo ancora più importante proteggere la circolazione venosa».

A tal proposito, negli ultimi, anni si è parlato molto di integratori “tonificanti” per le vene. «I preparati a base di diosmina possono effettivamente contribuire a migliorare il tono della parete venosa e alleviare alcuni sintomi, soprattutto nei periodi più caldi o nei pazienti che tollerano poco le calze elastiche», riferisce il dottor Farsi. «Non si tratta, però, di una terapia sostitutiva. Gli integratori possono rappresentare un supporto utile, ma non hanno la stessa efficacia della compressione elastica, né possono fermare da soli l’evoluzione della malattia. Il loro impiego viene spesso consigliato nei mesi estivi, proprio come aiuto complementare alla prevenzione».

Le vene varicose ritornano? Si può intervenire ancora

La buona notizia è che oggi le eventuali recidive possono essere trattate con tecniche sempre meno invasive. Rispetto al passato, quando gli interventi erano più traumatici e richiedevano ricoveri e lunghi recuperi, oggi si utilizzano metodiche mini-invasive in anestesia locale con la flebectomia (varicectomia) selettiva e/o scleroterapia ecoguidata.

Il reintervento non è più rischioso del primo. Anzi, grazie all’ecodoppler e a una conoscenza dettagliata del sistema venoso del paziente, è possibile intervenire in modo molto preciso e mirato, adattando il trattamento alle caratteristiche delle nuove vene malate.

«Ma il vero obiettivo resta rallentare l’evoluzione della malattia venosa cronica», conclude il dottor Farsi. «Perché la differenza, spesso, non la fa soltanto il trattamento iniziale, ma ciò che accade negli anni successivi: la capacità di ascoltare i segnali delle gambe e continuare a prendersene cura anche quando il problema sembra ormai risolto».