Ingoiare un rospo. Mandar giù un boccone amaro. Mangiare qualcosa che va di traverso, persino “strozza”. Sono diversi i modi di dire popolari che uniscono (e dividono) due mondi: quello della sensazione di nodo alla gola (quando dobbiamo, per esempio, prendere una pillola) e la vera disfagia, cioè la difficoltà a deglutire. Nel primo caso (il nodo, detto globo faringeo) è spesso solo mentale. Anche se percepiamo un blocco, la pasticca o l’alimento sono verosimilmente già passati nell’esofago da un po’. Nel secondo c’è qualcosa di fisico che va indagato dal medico. Due mondi che solo altrettanti specialisti, cultori di materie diverse ma accomunati da un sintomo “simile”, potevano spiegare. «I miei pazienti raccontano spesso che una compressa, per quanto piccola, è come se si fermasse a metà strada. Ma è molto difficile che non si riesca realmente a deglutire. Eppure è comune una realistica sensazione di corpo estraneo, che rimane anche dopo l’ingestione del medicinale», spiega Lira Luce, otorinolaringoiatra.
Tensione da prestazione
Ed è qui che, nella maggior parte dei casi, entrano in ballo due figli, gemelli, della stessa madre: l’ansia e lo stress. «Se lo specialista non ha diagnosticato una disfagia e questi episodi si ripetono, la spiegazione del disturbo sta spesso nel profondo di noi», commenta Maria Giovanna Luini, medico psicoterapeuta. «Lo stato d’ansia di queste persone può coincidere, infatti, con la difficoltà a essere elastici o ad accettare alcune parti della loro vita. Nei casi più gravi, si nascondono traumi passati che hanno raggiunto una certa soglia, un limite, un blocco, e che si “fermano” in gola, ormai indigeribili. Ma tanti hanno sviluppato, nel corso della loro storia, anche una rigidità di carattere o un bisogno di controllo delle proprie attività che si esprime in modo psicosomatico. Deglutiscono la pastiglia, ma chissà dove sarà andata? E sarà davvero scesa giù? Io la sento ancora lì… Che ansia!».
Sembra, tra l’altro, dai racconti clinici (e non solo) che nelle donne ci sia una difficoltà specifica nel mandare giù i farmaci. «Molte di noi sono idealmente refrattarie alla “chimica che guarisce” in generale, quindi devono essere ben convinte della cura che stanno intraprendendo. Altrimenti, è come se questi sintomi denunciassero una riluttanza, a volte un rifiuto della terapia. Allora, per evitare la non aderenza alla stessa (un problema non da poco di salute pubblica), è bene che il medico spieghi ulteriormente perché è così importante, per esempio, finire una cura antibiotica o antinfiammatoria, e non abbandonarla “perché tanto non ho più sintomi”. E, guarda caso, proprio questa classe di molecole propone pure le compresse più voluminose, già impressionanti alla vista».
Se la tosse rema contro
Un tempo veniva sottovalutato dagli otorinolaringoiatri il sintomo “tosse secca e sensazione di corpo estraneo”, soprattutto dopo i pasti e in posizione supina. Con l’avvento di nuovi strumenti da utilizzare durante la visita, come il fibrolaringoscopio, si è capito che questi sintomi possono essere legati al reflusso. «Gli acidi che risalgono dallo stomaco hanno infatti il potere di anestetizzare parzialmente la zona posteriore della glottide. Questo fa perdere un po’ di sensibilità e quindi la perfetta padronanza nella deglutizione», continua l’esperta. Attenzione però. «Se la tosse arriva subito dopo aver ingerito un boccone può indicare che il cibo ha preso una strada sbagliata (verso i polmoni). Oppure che c’è un’ostruzione da individuare o una compressione dall’esterno», precisa la specialista.
Strettoie e deviazioni
L’otorinolaringoiatra durante la visita può utilizzare uno strumento endoscopico che si chiama fibrolaringoscopio: più “simpatico” dell’endoscopio utilizzato per la gastroscopia esofagea, infatti non necessita di anestesia. È un tubo sottile che permette allo specialista di esplorare le prime vie aeree a caccia di anomalie senza dare troppo fastidio. «Si possono fare anche delle prove di deglutizione insieme alla logopedista, figura specializzata, per eseguire una valutazione funzionale da affiancare agli altri test», spiega Lira Luce. «In questa fase si scopre se l’ostacolo si trova più in basso rispetto alla faringe, o se è addirittura esterno: una massa legata a un organo vicino che, malato, può comprimere la faringe e interferire con la deglutizione». Le patologie della tiroide o le cisti del collo, per esempio, aumentando di volume possono comprimere l’esofago dall’esterno e comprometterne la funzione.
«Viceversa la deglutizione può essere compromessa anche per problemi neurologici che riducono la motilità o la sensibilità del distretto faringo-laringeo», precisa la dottoressa Luce. «La disfagia può essere causata da patologie neurologiche come un pregresso ictus (recuperabile con la fisioterapia) o il Morbo di Parkinson. Può anche essere l’effetto di alcune malattie del motoneurone, che colpiscono le cellule nervose addette al comando dei muscoli volontari (come la SLA). Si tratta dei casi più gravi, ma anche meno frequenti».
Cambia se sei con gli amici
Tornando al mondo della mente, Maria Giovanna Luini fa notare una peculiarità che può dirci molto a proposito del nodo alla gola e della sua connessione con ansia, stress e persino depressione. «Osservatevi, o fatevi osservare, in compagnia degli amici: cambia qualcosa quando fate l’aperitivo o la cena con loro? Se siete rilassate e felici, tutto andrà probabilmente giù con facilità o meno problemi. Avete invece un appuntamento romantico? Se vi crea ansia da aspettativa potreste… mangiare meno e scegliere cibi “facili”, cioè piccoli, poco solidi o consistenti. La deglutizione, infatti, può essere più o meno problematica in base alle situazioni sociali e alle circostanze, a meno che una persona non si convinca che “tanto” fa comunque fatica a mandare giù. In questo caso, oltre alla valutazione medica, è davvero consigliabile anche quella psicologica».
Con un po’ di mollica diventa più semplice
“Basta un poco di zucchero e la pillola va giù”, cantava Mary Poppins. In realtà, nella pratica quotidiana di chi ha problemi a deglutire, la mollica del pane è l’escamotage più usato per evitare la paura che qualcosa si incastri o passi facendo danni. «Oltre alla sua duttilità, questo alimento è tradizionalmente e culturalmente “amico” e positivo», spiega Maria Giovanna Luini. «Il pane ci nutre, è vita e, simbolicamente, una sorta di protezione da condividere. Certo, si tratta di un trucco che ci fornisce la mente ma, come lo zucchero di Mary Poppins per i bambini, è un rito molto tranquillizzante e anti-ansia da ingestione di qualcosa che non ci va. Vale la pena provarci».
Attenta ai polmoni
Chi ha la disfagia e non la cura bene e subito, può rischiare una forma di polmonite molto grave e pericolosa. «Si tratta della cosiddetta “ab ingestis”, da aspirazione di cibo o altre sostanze», spiega la dottoressa Lira Luce. «Quando deglutiamo, l’epiglottide, una sorta di valvola situata sulla base della lingua, si chiude come un coperchio sulla trachea, in modo che ciò che ingoiamo non vi finisca dentro. Quando questo non succede correttamente, il materiale ingerito può entrare parzialmente nei bronchi e portare a un’infezione che si cura con antibiotici mirati, e, ovviamente, eliminando la causa della disfagia».

