Lo stress cronico può lasciare tracce anche nel cuore. È il dato che emerge da un nuovo grande studio internazionale che ha analizzato quasi 488 mila persone della UK Biobank, uno dei più grandi archivi di dati sanitari e genetici al mondo, mettendo in relazione infiammazione, caratteristiche individuali e immagini cardiache ottenute con la risonanza magnetica.
Le persone con i livelli più elevati di infiammazione cronica presentavano un rischio maggiore di infarto o ictus e mostravano anche modificazioni della struttura cardiaca: pareti più spesse, ventricoli più piccoli e una funzione di riempimento meno efficiente.
Il dato non significa che lo stress sia da solo la causa di infarto o ictus, ma aggiunge un tassello importante a un quadro che la cardiologia sta osservando da tempo: quando la risposta allo stress diventa continua, il corpo rimane in una sorta di modalità “allarme”. E il cuore, prima o poi, può risentirne.
Quando il corpo resta con il piede sull’acceleratore
«Lo stress è un fattore di rischio cardiovascolare indipendente», commenta il professor Stefano Carugo, direttore della Cardiologia del Policlinico di Milano. «Questo significa che una persona può essere sana, allenata, persino maratoneta, ma lo stress può comunque fare male al cuore. Dal punto di vista medico, il meccanismo passa soprattutto attraverso l’attivazione del sistema nervoso simpatico e delle catecolamine, sostanze che preparano l’organismo a reagire. Il problema nasce quando questa risposta, che dovrebbe essere momentanea, diventa una condizione quasi permanente».
Il sistema nervoso simpatico provoca vasocostrizione e aumenta la frequenza cardiaca. È quello che percepiamo quando ci spaventiamo: il cuore comincia a battere più velocemente. Se però questa attivazione diventa persistente, i vasi si restringono e al cuore può arrivare meno sangue. Possono comparire ischemia e aritmie, anche in persone che non hanno una malattia cardiaca evidente.
«C’è una condizione che lo dimostra in maniera molto chiara», indica il professor Carugo. «È la sindrome di Tako-Tsubo, quella che comunemente viene chiamata sindrome del cuore infranto. Può comparire dopo un forte stress emotivo, soprattutto nelle donne, e può assomigliare a un infarto pur in presenza di coronarie indenni. Durante il Covid ne abbiamo viste molte: persone sottoposte a una pressione psicologica enorme, con il marito o un familiare ricoverato, senza poterlo vedere. Il cuore reagiva a quello stress».
Stress e ansia anche nei più giovani
La realtà è che oggi viviamo tutti in una condizione di iperattivazione: problemi di lavoro, difficoltà familiari, ritmi che non lasciano spazio per fermarsi. «Non è più un problema soltanto degli adulti o degli anziani», commenta l’esperto. «Vediamo stress e ansia anche nei giovani. Il consumo molto elevato di ansiolitici è un segnale di quanto sia diffusa questa condizione. Non possiamo pensare che il cuore sia separato da tutto il resto: quello che succede nella nostra vita quotidiana ha conseguenze anche sul nostro organismo».
Lo stress, dunque, non è più considerato un semplice problema di benessere psicologico. È entrato a pieno titolo nella prevenzione cardiovascolare, accanto ai fattori di rischio più conosciuti. E anche la terapia, quando serve, può tenere conto di questo elemento.
«Come cardiologi abbiamo farmaci che possono contrastare alcuni effetti dell’attivazione del sistema nervoso simpatico, per esempio i betabloccanti, che riducono la frequenza cardiaca», sottolinea il professor Carugo. «Ma sempre più spesso affianchiamo alle terapie cardiovascolari anche un’attenzione specifica alla componente psicologica. L’ipertensione, per esempio, è strettamente collegata allo stress e, quando necessario, la terapia può essere accompagnata da un supporto psicologico o da un trattamento farmacologico per l’ansia».
Questo non significa, naturalmente, che davanti allo stress la risposta debba essere una pillola. Il punto è piuttosto riconoscere che la salute cardiovascolare non si gioca soltanto sul terreno dei farmaci e degli esami diagnostici.
Come fare a non stressarsi
Qui entra in gioco una parola che sembra banale e invece è diventata una delle più difficili da mettere in pratica: tempo. Non tanto tempo da riempire, quanto tempo da sottrarre alla corsa quotidiana. Perché quando si parla di stile di vita si pensa subito a dieta, sport e passi da contare. Molto meno spesso ci si chiede quanto spazio lasciamo alla nostra testa per rallentare.
«Una delle cose più difficili è imparare a essere meno stressati», dice l’esperto. «Non serve trasformarsi in atleti né rivoluzionare la propria esistenza. Il movimento può diventare un modo per staccare, purché sia qualcosa che abbia un significato piacevole e sostenibile. Una passeggiata, un po’ di sport, il giardinaggio, un hobby: qualsiasi attività che ci faccia muovere e, contemporaneamente, ci permetta di staccare può essere utile. Anche yoga o pilates possono aiutare, non perché abbiano qualcosa di magico, ma perché in quel momento liberano la testa dalla quotidianità. Serve trovare uno spazio proprio».
Dormire almeno 6 ore per notte
E poi c’è la notte, spesso la prima vittima delle giornate troppo piene. Si dorme poco, si recupera male, si riparte subito. Anche il sonno, però, fa parte dello stesso circuito biologico. «Dormire meno di sei ore per notte è associato a un maggiore rischio di infarto e ictus, e anche qui ritroviamo il meccanismo dell’attivazione del sistema nervoso simpatico», ammette il cardiologo. «Insonnia, palpitazioni, aumento della pressione e alcuni disturbi cardiovascolari possono essere favoriti da questo stato di continua attivazione».
La prevenzione, insomma, comincia molto prima di un dolore al petto o di un valore alterato su un referto. E passa anche da gesti apparentemente poco “medici”. «Bisogna intervenire prima che compaia la malattia», raccomanda il professor Carugo. «Dormire abbastanza, camminare, fare attività fisica, leggere qualche pagina ogni giorno, ritagliarsi anche solo pochi minuti per sé: sono indicazioni semplici, ma importanti».
Stress e sigarette: una coppia che non aiuta
Se lo stress non arriva mai da solo, il conto per il cuore può diventare più pesante. Familiarità, fumo, pressione alta, sedentarietà e altri fattori di rischio possono sommarsi. Non tutti reagiscono allo stesso modo allo stress, anche perché non tutti partono dalla stessa condizione di salute.
«La familiarità conta molto», precisa il professor Carugo. «Chi ha avuto un genitore con un evento cardiovascolare in età relativamente giovane oppure ha una storia familiare di ipertensione o di aritmie, può essere più predisposto. Se a questi fattori aggiungiamo un ulteriore carico di stress, possiamo facilitare la comparsa di eventi cardiovascolari».
Tra tutte le combinazioni possibili, ce n’è poi una particolarmente sfavorevole: stress e fumo. La sigaretta che dovrebbe “rilassare”, in realtà, aggiunge un altro stimolo a un organismo già sotto pressione. «Il fumo provoca vasocostrizione e aumenta la frequenza cardiaca. Molti fumatori pensano che la sigaretta li rilassi, ma dal punto di vista cardiovascolare non è così: si aggiunge un altro carico di catecolamine a un organismo che è già sottoposto a una forte attivazione».
Spegnere la pressione mentale
E se una delle risposte allo stress fosse, paradossalmente, fare meno? In una giornata in cui ogni spazio vuoto viene immediatamente riempito da una notifica, una telefonata, una mail o una scrollata sul telefono, persino annoiarsi è diventato difficile.
«Abbiamo perso completamente il tempo vuoto: appena non abbiamo niente da fare prendiamo il telefono, riempiamo la giornata di impegni, cerchiamo immediatamente qualcosa con cui occupare la testa. Ma quel vuoto può essere utile», conclude il professor Carugo. «Non significa, però, immobilizzarsi. Il concetto è quasi l’opposto: spegnere la pressione mentale attraverso attività semplici, possibilmente lontane dagli schermi e dalla frenesia. Non possiamo eliminare lo stress dalla nostra vita. Possiamo però evitare che diventi il nostro stato permanente, ricordando che il cuore non è fatto per vivere sempre a mille all’ora».

