È una delle più diffuse al mondo, spesso asintomatica, di spontanea guarigione se di basso grado, ma non per questo da sottovalutare. Perché l’infezione da Papillomavirus umano (HPV) può diventare pericolosa. È quindi fondamentale puntare sulla prevenzione e su un’informazione corretta. Come spiega la dottoressa Monica Calcagni, specialista in ginecologia e ostetricia, che in questa intervista ci aiuta a fare chiarezza, spiegando anche cosa fare in caso di positività.
Che cos’è esattamente l’HPV?
È un virus a DNA appartenente a una vasta famiglia che comprende oltre duecento genotipi, di cui soltanto nove ceppi sono potenzialmente cancerogeni. Gli HPV si distinguono infatti tra quelli a “basso rischio” e quelli ad “alto rischio” oncogeno. Estremamente comune, può rimanere latente e asintomatico per anni oppure manifestarsi con lesioni benigne, come le verruche su mani e piedi o condilomi e papillomi a livello delle mucose genitali e orali. Diamo subito una buona notizia: le lesioni al collo dell’utero di basso grado guariscono spontaneamente, nel giro di un anno nel 50% dei casi, entro i due anni nel 90%. Il nostro sistema immunitario è infatti in grado di combattere il virus autonomamente.
Quando diventa rischioso per la nostra salute?
Tutto dipende dal tipo di ceppo virale con cui si entra in contatto. Quelli ad alto rischio (9 genotipi), in caso di infezione persistente e non trattata, possono far evolvere lentamente le cellule verso una forma tumorale. Il 95% dei casi di cancro al collo dell’utero è correlato a questi ceppi di HPV, ma il virus può causare anche tumori a carico di vulva (43% dei casi), vagina (70%), ano (88%), pene (50%) e nel 26% dei tumori orofaringei (dati AIRC, ISS).
Come avviene la trasmissione?
L’infezione si trasmette principalmente tramite i rapporti sessuali non protetti e il contatto con le mucose e la pelle, se sono presenti tagli e abrasioni. Non avviene solo con la penetrazione, ma si può essere contagiati anche con il petting profondo, i rapporti orali e anali. E qui voglio sottolineare che l’uso del profilattico è fondamentale, ma non è sufficiente a proteggere al 100% dall’HPV. Nemmeno un partner fisso ci rende immuni dal rischio, perché il virus può manifestarsi anche a più di 10 anni di distanza dal contagio originario. Può essere contratto anche mediante il contatto con superfici infette in ambienti umidi. Può capitare, ad esempio, che il nostro compagno si infetti frequentando spogliatoi, piscine o campi da calcetto e ce lo trasmetta tramite il contatto delle dita con la mucosa vaginale.
Come ci difendiamo?
Grazie a una corretta prevenzione, che si articola su due binari paralleli e indispensabili: la vaccinazione e gli screening periodici. Il vaccino è lo strumento più importante che abbiamo a disposizione, non esistendo attualmente terapie certificate ed efficaci per sradicare l’HPV. Di ultima generazione, protegge dai 9 ceppi potenzialmente cancerogeni e dalle lesioni precancerose. È raccomandato a maschi e femmine e viene offerto gratuitamente, in Italia, a partire dagli 11 anni e fino alla maggiore età per i ragazzi e ai 26 anni per le donne. L’ideale è farsi vaccinare prima dell’inizio dell’attività sessuale, ma è raccomandato anche agli adulti.
Il secondo step irrinunciabile sono i controlli ginecologici, perché essere vaccinati non significa smettere di fare i test regolarmente. Per lo screening si utilizza il Pap test, ogni 2-3 anni, a partire dai 24-25 anni. È gratuito in tutte le Regioni grazie ai programmi per la prevenzione del tumore al collo dell’utero. Poi, a partire dai 30 anni, va effettuato regolarmente, ogni 5 anni, l’HPV-DNA test: fino ai 65 anni, le ASL lo offrono gratuitamente. Le linee guida danno come indicazione i trent’anni perché non avrebbe senso eseguire il test specifico a tappeto sulla popolazione più giovane: l’attività sessuale, in questa fascia, è generalmente promiscua, l’infezione diffusa e molto spesso transitoria.
Ha senso vaccinarsi anche se si è già contratto il virus in passato?
Assolutamente. La vaccinazione è caldamente consigliata anche in caso di infezione in corso o passata. Pur non curando quella esistente, il vaccino è vitale per prevenire le recidive, per proteggersi da altri ceppi virali con cui non si è ancora entrati in contatto e per prevenire la formazione di verruche o polipi anali.
Cosa fare in caso di test positivo all’HPV?
Innanzitutto, niente panico: avere l’HPV non significa essere infette in modo pericoloso, né tanto meno essere malate di cancro. Dal punto di vista medico, se l’HPV test risulta positivo si procede con indagini di approfondimento (screening di secondo livello), in particolare la colposcopia, che permette la visualizzazione ingrandita dei tessuti esaminati, ed eventualmente una biopsia. Va precisato però che si può risultare positive all’HPV test, ma avere un Pap test perfettamente negativo. Questo significa che il virus è presente, ma non ha causato alcuna lesione cellulare, perciò occorrerà semplicemente monitorare la situazione nel tempo.
Come si cura l’infezione qualora sviluppasse delle lesioni?
Per quelle di basso grado, come già specificato, ci pensa il sistema immunitario, nel giro di 1-2 anni. Se la lesione persiste, il trattamento dipenderà dalla sua natura. Le verruche cutanee possono essere trattate con soluzioni topiche a base di sostanze iperacidificanti, con creme ad azione antivirale oppure possono essere rimosse con trattamenti chirurgici locali (curettage, diatermocoagulazione, laserterapia, crioterapia). È bene sapere però che, anche quando le verruche scompaiono, il virus può essere ancora presente nell’organismo umano.
Anche per i condilomi genitali si utilizzano diatermocoagulazione, trattamenti laser o creme a base di immunostimolanti. Nel caso di lesioni precancerose sul collo dell’utero (individuate tramite Pap test e colposcopia), si procede solitamente con una “conizzazione”, ovvero l’asportazione chirurgica di una piccola porzione di tessuto dal collo dell’utero, in modo da curare la paziente senza compromettere la sua capacità riproduttiva. Infine, i tumori a carico dell’orofaringe vengono rimossi chirurgicamente. Se di dimensioni maggiori, le neoplasie potrebbero richiedere il ricorso alla chemioterapia o radioterapia.
Le analisi: conosci la differenza?
Il Pap test serve per individuare le eventuali alterazioni cellulari o lesioni presenti sul collo dell’utero. Non cerca direttamente il virus, ma verifica se l’infezione ha già provocato un danno ai tessuti, rilevando modificazioni che a occhio nudo o senza esami specifici sarebbero asintomatiche. Per individuare direttamente la presenza del virus, si esegue un esame specifico che si chiama HPV-DNA test. I risultati dei due test vengono poi incrociati nella pratica clinica. «Quando il Pap test individua una lesione, sappiamo che nel 100% dei casi questa è provocata dal Papillomavirus, il che significa che si avrà quasi sicuramente anche un HPV test positivo», sottolinea la dottoressa Monica Calcagni, ginecologa.
La campagna “Cura il visibile, proteggiti dall’invisibile”
È il messaggio di sensibilizzazione e prevenzione dei tumori alla cervice promosso da Gillette Venus. A conferma, per il secondo anno consecutivo, della partnership con Fondazione AIRC. La campagna rinnova il sostegno alla ricerca scientifica attraverso il cofinanziamento di un progetto sui tumori legati al Papillomavirus (HPV), guidato dalla professoressa Alessandra Soriani dell’Università La Sapienza di Roma. Inoltre promuove l’importanza della vaccinazione e dello screening (Pap test e HPV-DNA test) e punta ad abbattere i tabù sulla salute intima femminile. L’iniziativa si affianca al programma “P&G per l’Italia” che Procter & Gamble porta avanti da oltre 8 anni a sostegno della prevenzione dei tumori al seno e ginecologici, con il contributo anche di Gillette Venus.
La testimonianza: «Sono guarita grazie alla ricerca»
Laura Marziali è una giovane donna dalla forte motivazione e dalle parole profonde, che vanno dritte al cuore. A soli 28 anni, ha affrontato un tumore alla cervice uterina, maturando la volontà di farsi voce per la prevenzione e la ricerca. Non solo è diventata testimonial per Fondazione AIRC (airc.it), ma ha fondato C’è tempo ODV (@cetempoodv), un’organizzazione di volontariato a sostegno di pazienti oncologici e caregiver. Inoltre è impegnata, a livello istituzionale, nella difesa dei diritti dei malati di tumore, per abbattere le disparità sanitarie tra le regioni italiane, e a combattere lo stigma sociale legato alla malattia.
Grazie alla sua formazione teatrale, ha unito rappresentazione artistica e divulgazione medica nel suo spettacolo C’è tempo tour, in tournée nei teatri italiani. «Non avevo avuto alcun segnale, nessun disturbo, solo una generica sensazione che qualcosa, nel mio corpo, non andasse. Mi sono così rivolta alla mia ginecologa che, dopo la visita, mi ha prescritto una colposcopia e la biopsia, arrivando in breve alla diagnosi. Da quel momento è iniziato un percorso terapeutico molto invasivo, durato circa un anno, che ha compreso un’isterectomia radicale, la chemioterapia, la radioterapia e la brachiterapia.
L’impatto di queste cure è stato devastante. Sono entrata in menopausa precoce e ho perso per sempre la mia capacità riproduttiva naturale. Mi sono ritrovata in un corpo che dovevo nuovamente conoscere, affrontando cambiamenti fisici e psicologici profondi che hanno stravolto il mio lavoro, la sessualità e le mie relazioni, imponendomi di ricostruire la mia stessa identità femminile. Anche se il mio tumore rientra tra quei rari casi per cui non è stata dimostrata una correlazione diretta con il Papillomavirus, ho deciso di mettermi in gioco in prima persona per sensibilizzare sull’importanza della prevenzione, del vaccino e dei controlli periodici come Pap test e HPV test. Perché se oggi sono viva e posso raccontare tutto questo, lo devo all’impegno instancabile dei ricercatori e delle ricercatrici».

