Perché gli italiani gesticolano così tanto? Lo spiega la scienza
Dalla mano a becco al pollice in su, i gesti accompagnano le parole e riflettono pensieri ed emozioni. Il loro ruolo va ben oltre l’ornamento: nascono insieme al linguaggio, supportano la memoria e si modellano in base a personalità, stress e contesto culturale
Negli ultimi giorni, accanto ai consueti scorci dal villaggio olimpico – allenamenti serrati, tabelle alimentari, stanze condivise e riti scaramantici –, hanno iniziato a circolare dei video che hanno divertito il pubblico sportivo. Le slittiniste tedesche Dajana Eitberger e Magdalena Matschina si sono riprese mentre, armate di elastici e piccoli pesi, “allenano” polsi e dita per padroneggiare i gesti più iconici della gestualità italiana.
Durante la cerimonia di apertura, anche l’attrice Brenda Lodigiani aveva riportato al centro dell’attenzione il Supplemento al dizionario italiano di Bruno Munari, celebrando un repertorio di movimenti che fa parte della nostra quotidianità ma che raramente riconosciamo come un vero e proprio linguaggio. Dalla gestualità più teatrale, come accompagnare una storia con le mani che disegnano cerchi invisibili, alla classica mano a becco per enfatizzare un concetto, ogni movimento racconta qualcosa di noi, delle nostre emozioni e persino della nostra cultura.
Il successo di questi contenuti conferma quanto la gestualità continui a esercitare un fascino trasversale. Non si tratta di folklore o di uno stereotipo da cartolina: i gesti sono una forma di comunicazione complessa, radicata nella nostra storia e sorprendentemente attuale, capace di dialogare anche senza le parole. E allora la domanda diventa inevitabile: perché gesticoliamo e che cosa raccontano quei movimenti che il mondo guarda incuriosito?
Perché gesticoliamo
«Avete mai provato a parlare al telefono con le mani in tasca?», chiede il professor Jubin Abutalebi, neurologo cognitivo dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore associato in Neuropsicologia all’Università Vita-Salute San Raffaele. «Per molti di noi è quasi impossibile. Anche quando l’interlocutore non ci vede, le mani si muovono, tracciano traiettorie invisibili nell’aria, sottolineano parole, evidenziano concetti. Non è un capriccio: il gesto accompagna il pensiero e lo rende visibile».
I gesti non sono semplici “decorazioni” del linguaggio. «Le neuroscienze ci mostrano che parole e movimenti emergono da un sistema cerebrale integrato, condividendo molte delle stesse reti neurali», spiega Abutalebi. «L’area di Broca, famosa per il linguaggio, si attiva anche quando produciamo gesti significativi, suggerendo che il pensiero verbale e quello motorio nascono insieme».
La corteccia motoria e premotoria pianifica i movimenti, dialogando continuamente con le aree linguistiche. Il giro sopramarginale coordina il timing tra parola e gesto, mentre il solco temporale superiore ci permette di comprendere quelli altrui. «Studi di neuroimaging mostrano che quando prepariamo frasi complesse, le aree motorie si attivano prima ancora di parlare: le mani iniziano a “pensare” insieme alle parole», racconta l’esperto.
Pensiamoci. Quante volte, parlando di qualcosa di grande o complesso, le mani si muovono da sole, come se fossero una seconda voce che accompagna la nostra mente? Spiegare una ricetta complicata, raccontare un aneddoto incredibile o persino indicare la strada in modo enfatico senza accorgersene: ogni movimento non è casuale, ma il frutto di un sistema cerebrale sofisticato che integra linguaggio, movimento e pensiero.
Come i gesti prendono significato
Non tutti i gesti sono uguali. Ci sono quelli iconici, che riproducono visivamente concetti concreti: pensate a muovere le mani in cerchio per indicare “grande” o mimare il movimento di un oggetto. Poi ci sono i gesti metaforici, che incarnano idee astratte: alzare la mano per indicare il futuro o muovere la mano verso l’alto per esprimere progresso nasce dall’esperienza corporea e dal modo in cui percepiamo spazio e tempo.
I gesti emblematici o culturali, come il pollice in su per dire “ok”, si imparano osservando gli altri e vengono memorizzati come parole, creando un vero e proprio “lessico delle mani”. Infine i gesti deittici, come indicare con il dito, sono i primi che i bambini producono già intorno ai 9-12 mesi e servono a orientare l’attenzione degli altri, mostrando che il gesto è radicato fin da subito nel nostro sviluppo cognitivo.
Ogni gesto ha una sua storia: alcuni sono radicati nel nostro corpo e nel modo in cui viviamo lo spazio, altri vengono trasmessi culturalmente, osservando chi ci circonda. È affascinante pensare che ogni volta in cui muoviamo le mani, il cervello compie una traduzione simultanea tra immagini mentali, emozioni e parole.
Chi gesticola di più e perché
«Non tutti muovono le mani allo stesso modo», ammette Abutalebi. «Alcuni cervelli sono più “integrati”, con connessioni più forti tra aree linguistiche e motorie, e quindi gesticolano di più. Anche il carico cognitivo influisce: quando il compito comunicativo è complesso, i gesti aiutano a liberare memoria e a organizzare il pensiero». Persone con stile visuo-spaziale, che pensano per immagini, gesticolano più di chi ragiona in modo verbale-analitico. Perfino la personalità conta: gli estroversi tendono a essere più espressivi, con gesti più vivaci e teatrali.
Anche lo stress influenza la gestualità. Durante compiti cognitivamente difficili, la quantità di gesti aumenta, quasi come se le mani diventassero un “estensione del cervello” per scaricare parte del carico mentale. In situazioni di ansia da prestazione, invece, alcune persone sviluppano gesti “adattatori” – toccarsi il viso, giocherellare con penne o oggetti – mentre altre si bloccano completamente.
«Parlando in una lingua straniera, invece, i gesti diventano ponti compensatori», aggiunge Abutalebi. «I bilingui muovono le mani più intensamente quando cercano parole o strutture incerte nella seconda lingua». È come se le mani ricordassero parole che la bocca fatica a trovare, un piccolo trucco cerebrale che aiuta a non perdere il filo del discorso.
Perché gli italiani gesticolano tanto
Lo stereotipo è vero: gli italiani gesticolano molto e le ragioni sono affascinanti. Le differenze culturali sono reali: mediterranei come italiani, greci e spagnoli gesticolano più di nordici o anglofoni. «Storicamente, in un Paese frammentato in dialetti, i gesti sono diventati una lingua visiva condivisa, un codice che superava le barriere linguistiche», spiega Abutalebi. «Crescendo in ambienti così ricchi di gestualità, i bambini sviluppano connessioni neurali forti tra linguaggio e movimento grazie ai neuroni specchio, quelli che permettono di apprendere osservando e imitando gli altri».
La gestualità italiana riflette valori culturali profondi: espressività, coinvolgimento, calore nelle relazioni. Anche la struttura della lingua favorisce i gesti: l’italiano, con pronomi soggetto spesso omessi, lascia spazio alle mani per completare il discorso. E non importa se la conversazione avviene in videochiamata o al telefono: le mani continuano a muoversi, segno che il gesto non serve solo agli altri, ma è parte integrante del pensiero stesso.
Una curiosità? I gesti cambiano anche a seconda della lingua che parliamo. I bilingui riducono la gestualità quando parlano inglese, adattandosi alle norme culturali, ma se pensano in una lingua diversa da quella parlata, le mani possono “tradire” la lingua del pensiero. «Questo dimostra quanto il gesto sia legato non solo al parlare, ma a interi sistemi linguistico-culturali radicati nel cervello», conclude Abutalebi.
