Aiuta tuo figlio a liberarsi dalla dipendenza digitale

Il mondo virtuale fa parte ormai della quotidianità dei nostri figli. Uno dei più noti psicopedagogisti italiani ci spiega perché è importante non sottovalutarne i pericoli e come aiutare i ragazzi a navigare in modo responsabile, al riparo dalla dipendenza digitale

Aiuta tuo figlio a liberarsi dalla dipendenza digitale
Foto: iStock

Scrollano, navigano, benedicono ChatGpt, postano, chattano, mettono like, seguono le story e fanno i reel. Il 90% degli adolescenti italiani tra gli 11 e i 17 anni utilizza regolarmente uno smartphone. L’88% tra i 14 e i 19 anni ha un profilo personale sui social network, seguito dal 62,3% dei ragazzini tra gli 11 e i 13 anni. Ci passano in media quasi 3 ore al giorno e i più amati sono TikTok e Instagram. I dati confermano che pure un bambino su tre, tra i 6 e i 10 anni (il 32,6%), ha accesso al cellulare tutti i giorni o è collegato a tablet e computer. Questa la fotografia della nostra “meglio gioventù” e del suo rapporto con la rete che spesso si riassume in due parole: dipendenza digitale. Sono iperconnessi anche in un’età in cui dovrebbero stare lontani da schermi e piattaforme.

In Italia, dai 14 anni un ragazzo può prestare autonomamente il consenso al trattamento dei propri dati per accedere ai servizi online. Sotto quest’età serve quello dei genitori (ma si discutono nuove restrizioni). Intanto, l’Australia ha vietato gli account social agli under 16, la Spagna punta ad alzare la soglia a 16 anni e in Francia il tentativo di vietarli agli under 15 si è scontrato con lo stop del Consiglio costituzionale.

Resta quindi acceso il dibattito sui rischi dell’uso e dell’abuso degli strumenti digitali. Mai peraltro sottovalutati da medici ed esperti di salute mentale che, grazie a studi sempre più aggiornati, casistica e letteratura, ne stigmatizzano gli effetti sul percorso di crescita dei nostri ragazzi: influisce negativamente sulla capacità di concentrazione e di apprendimento, pone le basi per la tendenza al sovrappeso, può causare disturbi del sonno. E, soprattutto, la fruizione continua di immagini e contenuti “senza filtri” ha conseguenze sullo sviluppo emotivo e la capacità di relazione.

Un universo, quello digitale, dove spesso annaspano famiglie e genitori, alla ricerca di un equilibrio tra l’esigenza di proteggere i propri figli ma anche di accettare che “l’essere connessi” fa parte ormai del nostro modo di vivere. Ne abbiamo parlato con Stefano Rossi, tra i più noti psicopedagogisti italiani, che ha fatto del benessere delle generazioni future la sua missione. E che inizia questa intervista con un distinguo importante.

Cosa succede al cervello dei ragazzi davanti a uno schermo?

«Le ricerche riportano che Internet, i social, le chat e i videogames hanno un impatto nocivo sulla neuroplasticità cerebrale di bambini e adolescenti. Il loro cervello è dinamico, flessibile. E, se da un lato questo li rende più rapidi, più pronti ad apprendere, dall’altro le esperienze, siano esse emotive, relazionali ma anche digitali, lasciano impronte più importanti.

L’impatto è sicuramente maggiore nei bambini rispetto agli adolescenti: la loro corteccia prefrontale, che controlla le capacità cognitive e regola le emozioni, è molto più fragile, in costruzione. Inoltre, non hanno la stessa abilità dei ragazzi più grandi di soppesare i pericoli. Un tema che viene sottovalutato, lasciandoli soli con cellulare, tablet o computer, è quello dell’adescamento online. Perciò abbiamo il dovere di proteggere completamente i nostri bambini, almeno fino ai 13 anni, dal mondo digitale».

Come possiamo tenere i più piccoli lontani dai rischi della rete?

«Applicando le recenti indicazioni della Società Italiana di Pediatria: niente accesso a smartphone e piattaforme social fino a 13 anni. Una posizione “schermo zero” che condivido, con un’unica deroga semmai: un uso molto limitato e sempre sorvegliato di tablet e computer. Quindi mai soli. Con i bambini e i ragazzini di quest’età ci può essere un momento condiviso con un videogioco adatto all’età e di quelli interattivi, con una componente prettamente ludica, e concordando un limite di tempo giornaliero.

Il problema è che, attivando i circuiti della dopamina, il neurotrasmettitore del piacere, i videogames provocano quella “dipendenza” che porta a voler prolungare continuamente la sensazione di gratificazione. Ecco perché è così difficile “farlo smettere” una volta scaduto il tempo stabilito. Nei miei incontri faccio notare ai genitori che alla base del meccanismo del videogioco c’è proprio una sorta di psicologia dell’addiction. Sono strutturati a livelli da superare, creano la pressione emotiva della sfida, emettono stimoli visivi e sonori immersivi, isolano dal contesto di realtà».

E se è un adolescente a non staccarsi dallo smartphone?

«Va stabilito un “contratto” tra genitori e figli. Cellulare e social vengono concessi a patto che si rispettino tre condizioni: impegno e risultati a scuola, tempo dedicato a uno sport o a un interesse – che può essere suonare uno strumento, frequentare l’oratorio o gli scout – e vita di relazione, cioè che gli amici si frequentano anche in modalità che definisco “occhi negli occhi”. Con queste premesse, si può fissare un tempo di utilizzo ragionevole.

È importante però che i ragazzi imparino ad autoregolarsi ed è perciò fondamentale l’esempio dell’adulto, che deve fare altrettanto. Può essere d’aiuto, per tutta la famiglia, creare in casa una “digital box”. Si tratta di uno spazio fisico ma anche simbolico, in cui i cellulari, per esempio quando si è a tavola, vengono chiusi in una scatola così da non renderli visibili.

E i genitori devono essere i primi a dare l’esempio, devono essere credibili nel momento in cui chiedono ai figli di staccarsi dallo schermo. Inoltre, i ragazzi non dovrebbero tenere lo smartphone in camera, per evitare il rischio che la sera perdano ore preziose di sonno. Lo confermano gli studi medici: in adolescenza il riposo notturno è importante quanto durante l’infanzia. Niente cellulare nemmeno durante i compiti: è un potente elemento di distrazione e disturbo. Tutti modi per evitare che il telefonino diventi totalizzante».

Non è solo una questione di quantità di tempo…

«Assolutamente. Il passo successivo infatti è quello di responsabilizzarli sulla “qualità” dell’uso, considerando che il tempo che passano con lo smartphone è prevalentemente dedicato ai social. Occorre promuovere in loro uno sguardo critico, aiutandoli a decodificare il significato e i modelli proposti da Instagram e TikTok. Modelli iper prestazionali, dagli standard irraggiungibili, in una continua comparazione sociale che è tossica per la mente degli adolescenti.

Tutte le ricerche ci dicono che assistiamo a un comportamento paradossale. Da un lato ragazzi e ragazze vogliono stare sui social, altrimenti si sentirebbero tagliati fuori dal loro mondo. Di contro ogni volta che si collegano gli studi registrano l’abbassamento dell’autostima, l’umore che peggiora, un aumento degli stati ansiosi. I social network vivono infatti di quella che definisco “tirannia della luce”: un mondo virtuale dove bisogna essere perfetti, popolari, magre o muscolosi. È una mono-narrazione che ti dice “devi essere vincente” aderendo a standard che, per l’adolescente, equivalgono a quella che definisco una “corona di spine” mentale, perché il suo sé reale viene ferito da un ideale irraggiungibile».

Come aiutarli a raggiungere questa consapevolezza?

«Dobbiamo insegnare loro a decodificare e gestire il tumulto di emozioni provocate da questa continua competizione interiore, che genera la paura di non essere all’altezza. E dobbiamo dare loro gli strumenti per capire cosa succede nella loro mente mentre sono online, per ripensare le proprie emozioni e, se necessario, trasformarle. Sostanzialmente arrivare a “usare i social senza farsi usare” e a riconoscere le trappole della rete.

Nei miei incontri, alle conferenze, ricordo a genitori ed educatori che con l’adolescenza aumenta il dialogo interiore. Attraverso i social, questo “altro sé” si trasforma in una sorta di “bullo”. Questo è sempre pronto a paragonare le vite perfette, patinate, ovviamente fake dei social, con la realtà del quotidiano. Con un effetto tossico. Occorre aiutare i ragazzi a riconoscere la “voce del bullo interiore”, affinché riflettano. E si chiedano: “come posso imparare a volermi bene e a trasformare questa trappola della competizione in maniera costruttiva?”»

Ma come può un genitore “bucare” il potere dello schermo?

«Mettendosi in ascolto, captando quel momento in cui l’adolescente apre uno spiraglio e ci permette di entrare nel suo mondo. Di fondo l’adolescente non ascolta l’adulto perché, dentro di sé, ha già quella famosa voce che gli sta parlando, quella del suo io in trasformazione. Ecco perché è fondamentale che l’approccio non sia moralistico né giudicante. Al contrario, i genitori devono sedersi accanto all’adolescente e invece di “fare la predica”, chiedere al proprio figlio: “aiutami a capire”.

Venendo al concreto: per cominciare a dialogare si può prendere spunto da un evento di attualità, magari legato allo sport, o ancora da un episodio successo a scuola. Altro terreno comune possono essere i contenuti di una canzone o di una serie televisiva. I segnali da parte dei ragazzi per mettersi in contatto con gli adulti ci sono, ma vengono sovente sottovalutati da genitori distratti o troppo impegnati, che liquidano il momento con qualche commento superficiale. Invece è proprio quella l’occasione per “mettersi in ascolto” e per stimolarli a riflettere su pensieri ed emozioni. Occorre allenarli alla “mentalizzazione”, cioè coltivare nei nostri adolescenti la capacità di portare a galla il turbinio di sentimenti che agitano cuore e mente. Le proprie, ma proiettandosi anche nella testa e negli stati d’animo dell’altro».

Il ruolo della scuola

Anche la didattica è chiamata a confrontarsi con le conseguenze della dipendenza digitale. «La scuola è giustamente critica rispetto al modo in cui Internet veicola le informazioni, succede però che spesso applichi lo stesso modello: bulimia di nozioni, anoressia di pensiero. Soprattutto quando l’insegnamento è prevalentemente frontale, sicuramente più rapido, e si concentra sul “finire il programma”, lasciando meno spazio a momenti in cui i ragazzi si mettono in gioco con il pensiero e la riflessione», sottolinea Stefano Rossi. «La mia proposta quindi è quella di una didattica cooperativa, dove si rinuncia magari alla “quantità” dei contenuti per un metodo in cui, per esempio attraverso il lavoro di gruppo, i ragazzi sono stimolati a elaborare pensieri e riflessioni, a condividerle e confrontarle».

Sempre connessi ma sempre più isolati

«Oggi si parla proprio di solitudine digitale, perché gli adolescenti dimostrano un impoverimento delle capacità sia empatiche sia relazionali. Nel loro mondo, il virtuale tende a cannibalizzare il reale, perché è un contesto più comodo, senza spigoli, confortevole, dove una discussione può essere interrotta con un click, togliendo un like, e un rapporto può essere troncato con un messaggio», spiega Stefano Rossi, psicopedagogista.

«Nonostante siano sempre “in contatto”, in realtà sono molto più soli e fragili, incapaci e impreparati al confronto. Facciamoci caso: gli adolescenti non si chiamano più al telefono, comunicano prevalentemente via WhatsApp, perché rispondere a una telefonata presuppone un diverso impatto emotivo, richiede abilità sociali maggiori “in tempo reale”. Sapere cosa dire e valutare in che modo, gestire le emozioni che possono essere trasmesse dal tono di voce e la reazione di fronte a un rifiuto o a una discussione. Comunicando tramite messaggi, invece, si elimina tutto ciò che, nel rapporto con l’altro, potrebbe destabilizzare».