Matcha: tutta la verità sul tè diventato simbolo del wellness

È realmente un superfood? Quanto vale il suo effetto antiossidante? E quanta caffeina contiene? Tra leggende, prodotti contraffatti e produzione in difficoltà, ecco cosa c’è davvero nella tazza di matcha

Matcha: tutta la verità sul tè diventato simbolo del wellness
Foto: iStock

Da bevanda cerimoniale giapponese a fenomeno estetico globale su TikTok. Ne ha fatta di strada il matcha dopo essere arrivato in Occidente. Oggi, questa particolarissima tipologia di tè verde è diventata un vero e proprio status symbol del wellness e anche un tema ricorrente sui social, grazie al suo colore acceso e ai rituali di preparazione. Ma cosa c’è dietro questa moda? Le sue eccellenti proprietà nutritive giustificano tanto successo? E il calo di produzione in Giappone, dovuto all’aumento vertiginoso della richiesta globale e ai cambiamenti climatici, non rischia di immettere sul mercato matcha non proprio originali?

Perché il matcha vale più del tè verde

Partiamo dalla pianta. Il matcha è a tutti gli effetti un tè verde nato dalla pianta Camellia sinensis. A renderlo speciale è il tipo di coltivazione e il modo in cui lo beviamo. Per il matcha, nelle settimane che precedono la raccolta, le piante vengono coperte e crescono in ombra. Con meno luce la foglia produce più clorofilla – da qui quel verde così acceso – e conserva più L-teanina, un aminoacido che il sole trasformerebbe in parte in catechine, i polifenoli tipici del tè.

Le foglie vengono poi cotte al vapore, private di steli e nervature, e macinate a pietra fino a diventare una polvere finissima. La trasformazione più importante però avviene nella tazza. «Con il tè verde in infusione beviamo soltanto ciò che passa nell’acqua, le foglie rimangono nel filtro e poi vengono buttate», spiega Federica Almondo, specialista in Scienza dell’Alimentazione, responsabile Area Nutrizione e Longevità di Image Regenerative Clinics, Milano. «Con il matcha, assumiamo l’intera quota nutrizionale, incluse le sostanze poco solubili, le fibre, la clorofilla e, soprattutto, una quantità maggiore di catechine, che hanno spiccati effetti antiossidanti».

Sì ai benefici, no alle leggende

Il matcha è quindi un tè più concentrato in tutti i sensi. A partire dai benefici. «Ma dobbiamo fare chiarezza: gran parte delle evidenze solide riguarda il tè verde in generale, studiato per decenni su grandi popolazioni, soprattutto in Giappone e in Cina», avverte l’esperta. «Chi ne beve con regolarità mostra un rischio cardiovascolare più basso. Sono però studi osservazionali, che fotografano un’associazione e non ne spiegano la causa. Sul matcha in quanto tale, gli studi clinici sono pochi, piccoli, spesso finanziati da aziende del settore e ancora da confermare».

E poi c’è la leggenda: il matcha che brucia i grassi, che depura il fegato, che cura l’ansia o previene i tumori. «Da solo, il matcha tutto questo non riesce a farlo, ma può essere un alleato. Le catechine sostengono le difese antiossidanti dell’organismo e accompagnano il fegato nel suo lavoro di detossificazione, nell’ambito di un’alimentazione equilibrata e di uno stile di vita sano. Anche sul peso l’effetto è veramente piccolo. Il matcha latte che troviamo in caffetteria, con sciroppi e abbondante latte, è un’altra bevanda ancora. Buona, ma è un dessert».

Calcoliamo le catechine

Anche sul contenuto di catechine bisogna fare chiarezza. «Il matcha ne ha di più, perché ingeriamo la foglia intera, ma la cifra che circola ovunque, “137 volte più antiossidanti”, viene da uno studio del 2003 che confrontava il matcha con un singolo tè verde cinese di qualità modesta», avverte Almondo. «Rispetto a un tè di buona qualità il vantaggio risulta più contenuto. Una buona fonte di catechine, insomma, ma non miracolosa».

Proprio perché ingeriamo tutta la foglia, il contenuto di teina è maggiore. «Le quantità variano con il grado e la dose, ma un grammo di polvere apporta indicativamente fra 15 e 40 mg di caffeina. Una tazza di matcha, preparata con uno o due grammi, può avvicinarsi a un caffè, mentre un tè verde in bustina resta in genere più basso. I matcha latte con dosi generose di polvere possono andare oltre». Chi dorme male dovrebbe berlo al mattino o, al massimo, entro l’ora di pranzo. Chi è in gravidanza non dovrebbe andare oltre una tazza per restare nei limiti di 200 mg di caffeina al giorno consentiti.

Quella sensazione di calma lucida

L’effetto della teina, però, è diverso. «Molti descrivono un’energia più morbida rispetto al caffè, e ciò accade grazie alla L-teanina, un aminoacido presente quasi soltanto nella pianta del tè. Arriva al cervello superando la barriera che lo protegge», spiega l’esperta. «E, come evidenziano studi con l’elettroencefalogramma, fa aumentare le onde alfa, il ritmo tipico di una mente rilassata ma sveglia, di chi è concentrato senza tensione. La parte più interessante è l’incontro con la caffeina. Insieme, nei test di attenzione, le due sostanze danno risultati migliori di ciascuna presa da sola, e la teanina sembra attenuare alcuni effetti sgraditi della caffeina, come l’agitazione».

Occhio a colore e consistenza

Con il calo di produzione, oggi corriamo il rischio di trovare falsi matcha sul mercato. Ma ci sono segnali concreti che aiutano a riconoscere un prodotto di qualità. Intanto il colore: un buon matcha ha un verde brillante, vivo, quasi fluorescente. Se tende al verde oliva, al giallastro o al marroncino, significa che le foglie sono meno pregiate, raccolte tardi, oppure che il prodotto è ossidato. «Poi il profumo, fresco, vegetale, con una nota dolce», precisa la dottoressa Almondo.

«Se sa di fieno o di erba secca, la qualità è bassa o la polvere è vecchia. In bocca, un matcha buono ha una sapidità piacevole, quella che i giapponesi chiamano umami, e un’amarezza lieve. Se è aspro e amarissimo, c’è qualcosa che non va. Anche la consistenza aiuta. Tra le dita dev’essere impalpabile, come un talco, e montata deve dare una schiuma fine e compatta. Se troviamo i granelli sul fondo significa che non è stato macinato bene».

Sì, il matcha costa

Infine, occhio al prezzo e all’etichetta. «Un matcha giapponese di qualità costa, quindi cerchiamo sulla confezione il paese di origine, in particolare il Giappone, ma anche Cina e Corea, l’indicazione del primo raccolto e, nella lista degli ingredienti, una voce sola. Diffidiamo del “tè verde in polvere” venduto come matcha, perché spesso è semplice tè macinato. Un’ultima cosa. Il matcha teme la luce, il calore e l’aria. Meglio acquistare confezioni piccole, chiuse bene, da tenere in frigorifero dopo l’apertura e da finire in poche settimane».

Rituale o reel?

L’ultima riflessione sul matcha riguarda il rito di preparazione, anche questo fagocitato dall’estetica dei social. «Vale la pena riscoprire il suo valore reale, cioè il ripetersi dei gesti, che può avere molti benefici sul nostro sistema nervoso autonomo. Fermarsi qualche minuto, rallentare, portare l’attenzione su un movimento manuale e ripetitivo, respirare con più calma: sono gli ingredienti delle pratiche di biohacking che riducono lo stress percepito e aiutano il sistema nervoso a passare dall’allerta al recupero». Nella cerimonia del tè giapponese, del resto, la lentezza era proprio lo scopo.

Ma oggi il paradosso social è evidente. «Un reel filmato per essere pubblicato, magari rifatto più volte perché venga bene, perde esattamente ciò che lo rende utile. Lo stesso gesto fatto per sé, con il telefono in un’altra stanza, diventa un piccolo esercizio quotidiano di regolazione. Il matcha, in fondo, dovrebbe essere il pretesto per fermarsi».