Urban cycling: usare la bici in città, tra casa, lavoro e altri mille impegni. Un modo per risparmiare, non pesare sull’ambiente e restare in salute. Ma andiamo un po’ più nel dettaglio. Uno studio pubblicato da un team di ricercatori dell’Università di Edimburgo sull’International Journal of Epidemiology spiega come andare in bici al lavoro migliori la salute mentale. Utilizzarla con costanza, senza esagerare con la fatica, riduce del 15% le prescrizioni mediche per depressione o ansia. Regala un momento per sé, un’opportunità tranquilla per riflettere. E poi, pedalare per 20 chilometri circa al giorno è un’ottima base per mantenersi in forma. Percorrere questa distanza richiede più o meno 45-60 minuti a un’andatura moderata, quanto basta a una donna con un peso nella norma per bruciare grosso modo 350 calorie.
Un fenomeno in crescita
«I dati dell’ultimo Rapporto Focus2R di Legambiente e Ancma in realtà confermano che le persone hanno già scelto la bicicletta: gli italiani che si muovono su due ruote sono in costante aumento. La quota di spostamenti urbani in bici è passata dal 3,3% del 2019 al più recente 4,3%. Tuttavia, politica e investimenti infrastrutturali procedono troppo a rilento rispetto alla domanda di mobilità sostenibile», avverte Pinar Pinzuti, ciclista appassionata e direttrice della Fiera del Cicloturismo.
Qualche dato positivo c’è: le piste ciclabili sono aumentate del 53,7%, fra il 2015 e il 2023. Ma non ci sono solo quest’ultime. «La pista ciclabile in sede propria offre una protezione totale ed è ideale per chiunque, compresi bambini e persone anziane. Corsie ciclabili e strade moderate, le cosiddette Zone 30, richiedono invece la condivisione dello spazio, ma permettono di muoversi capillarmente in tutta la città. E sono comunque una protezione, un segnale di allerta per chi guida», aggiunge l’esperta. Abbiamo strade spesso sovraffollate, utilizzate da utenti che guidano mezzi diversi, e i ciclisti vengono visti, soprattutto da chi ha fretta, come un fastidio, perché possono rallentare un sorpasso.
A volte, però, ci si dimentica che la velocità media registrata nel traffico delle nostre città è di 26 chilometri orari. E che per i tragitti entro i 10 km (cioè l’80% di tutti gli spostamenti giornalieri), bici e mezzi pubblici rimangono il modo più veloce per muoversi. Cerco di ricordarlo sempre agli automobilisti: ogni persona che sceglie la bici al posto dell’auto toglie un veicolo dalla coda, liberando spazio e limitando il traffico, a beneficio di tutti», commenta Pinzuti.
In sella fatti notare
Ma come fare per non rischiare di essere investiti mentre si va in bici in città e tra il traffico? «La prima regola d’oro è farsi notare, sempre: vanno utilizzate luci ben cariche, bianca davanti e rossa dietro, da quando cala il sole, e dettagli riflettenti di notte. Sembra banale, ma fa la differenza tra essere visti subito o all’ultimo secondo», chiarisce l’esperta.
Poi c’è il tema della comunicazione delle proprie intenzioni. «Usare le braccia per segnalare una svolta in anticipo è il nostro modo di “parlare” con chi guida un automezzo. Così non ci sono sorprese e c’è la massima chiarezza. Infine, va presidiato il proprio spazio. Molti pensano che rimanere vicinissimi al marciapiede o al bordo strada sia la cosa più sicura, ma è un errore. Proprio lì si prendono le portiere in faccia e si finisce nelle buche. Io mantengo sempre quel metro di distanza dalle auto in sosta per evitare il “dooring” (l’apertura improvvisa della portiera di un’auto davanti a un ciclista) e per essere ben visibile al centro della carreggiata. Non è arroganza ma prevenzione», sottolinea Pinzuti.
Una app e un sorriso
ll traffico, comunque, si può evitare. «Tutto parte da una buona pianificazione: che sia un percorso urbano o un’uscita fuori porta, uso app come Komoot o Google Maps, che in molte città italiane include l’opzione bici, per scegliere strade secondarie, poco battute, evitando così le arterie veloci», suggerisce Pinzuti. «Poi, una volta in strada, per muovermi in sicurezza punto molto sul fattore umano: cerco sempre il contatto visivo agli incroci per avere certezza di essere stata vista e comunico le mie intenzioni con chiarezza, senza timore di occupare il giusto spazio in carreggiata per la mia incolumità. Inoltre, la collaborazione fa miracoli: un cenno con una mano o un sorriso quando mi viene data una precedenza aiutano a disinnescare la tensione del traffico e a costruire, un chilometro alla volta, un clima di rispetto reciproco».
Lotta ai furti sul web
Si stima che ogni anno, in Italia, vengano rubate circa 300mila bici. Un progetto interessante è Bologna Bike Watch (bolognabikewatch.com), il primo nato in Italia (nel 2014), per aiutare a combattere questi furti. Il suo “cuore” è un database dove sono registrate tutte le bici trafugate, con foto e numero di telaio. Gli utenti possono segnalare i mezzi che vengono visti in giro o proposti in vendita al mercato nero, mantenendo sempre attivo un monitoraggio per migliorare la sicurezza dei ciclisti cittadini. Un progetto di successo, che ha contribuito a recuperare migliaia di mezzi e, probabilmente, a limitare i furti delle due ruote nel capoluogo emiliano.
«Il 91% delle bici rubate a Bologna erano legate in maniera vulnerabile. Molte con cavi o catene economici che si tagliano in meno di 10 secondi. Altre erano senza lucchetto. Il passo più importante è la prevenzione, quindi, un antifurto serio», spiega Kirby Kaufman, fondatore del portale. «Non serve spendere tantissimo. L’U-lock, un lucchetto ad arco, in metallo, permette di agganciare la bici a un punto fisso in modo sicuro, è compatto e facile da trasportare». Una buona regola, poi, è lasciare la bici parcheggiata in un luogo dove non disturba il passaggio ma, allo stesso tempo, è ben visibile. Inoltre, se è possibile, quando arriva la sera sarebbe meglio cercare di portarla in casa o in un luogo chiuso e protetto. Infine, è fondamentale segnarsi il numero di telaio (in genere lo trovi nella parte inferiore della bici) e, se si subisce un furto, denunciare sempre alle forze dell’ordine.

