Hai notato che il gheriglio di noce ha la forma del cervello e la carota, tagliata a fette, mostra al centro una pupilla? Ed è solo un caso che la prima sia ricca di acidi grassi fondamentali per il sistema nervoso e la seconda di betacarotene, ottimo per la vista? “Ciò che somiglia guarisce”, sostiene l’antica teoria delle segnature. Secondo questa dottrina, elaborata nel XVI secolo dal medico e alchimista svizzero Paracelso, e successivamente dal mistico e filosofo tedesco Jacob Böhme, l’aspetto, il colore e la forma di una pianta riflettono la sua vocazione terapeutica. «Oggi sappiamo che non tutte le corrispondenze tra forma e indicazione hanno un fondamento scientifico diretto», spiega Stefania Campanelli, naturopata, master Reiki, esperta in movimento consapevole e fondatrice del Gruppo Therapeia, un coworking di medici, professionisti sanitari e operatori del benessere. «Tuttavia, il loro valore simbolico rimane straordinario, perché ci invita a osservare la natura con maggiore attenzione e rispetto». È una delle idee cardine della fitoterapia simbolica, che considera ogni pianta non soltanto una risorsa da utilizzare e un insieme di principi attivi, ma una realtà con cui entrare in dialogo. Perché ascoltare la natura è già di per sé un atto terapeutico.
Un patrimonio culturale da rivalutare
L’antica teoria delle segnature è molto lontana dalla fitoterapia moderna, che si fonda sulle evidenze scientifiche, studia i principi attivi delle piante, ne valuta efficacia, sicurezza, indicazioni, dosaggi e possibili interazioni. Ma questo non esclude la possibilità di recuperare la dimensione simbolica e culturale del nostro rapporto con le piante. «Le due prospettive possono convivere: la scienza ci dice come una pianta agisce, mentre la fitoterapia simbolica aiuta a comprenderne il significato nella nostra esperienza umana, a considerare la sua forma una chiave di lettura, un simbolo che dà una mano a capire il rapporto tra l’essere umano e il mondo vegetale», precisa Campanelli.
«Prima che arrivassero i laboratori e le analisi chimiche, l’uomo imparava osservando. L’analogia era un ponte tra ciò che vedeva e ciò che sperimentava. Oggi la scienza percorre una strada diversa, ma quel patrimonio simbolico continua a ricordarci che la conoscenza nasce anche dalla capacità di osservare».
Quando lo specchio è “verde”
Come possiamo quindi usare il potere simbolico delle piante per trarne beneficio al di là delle indicazioni terapeutiche dei loro principi attivi? «Durante i “Salotti di consapevolezza” che tengo, propongo spesso questo esercizio: osserviamo una pianta senza chiederci subito “a cosa serve o cosa cura”, ma domandandoci: “Cosa mi racconta?”. La sua forma, il modo in cui cresce, il colore dei fiori, l’habitat, diventano occasioni per riflettere su di sé», spiega l’esperta.
In pratica, è un cambio di prospettiva: la pianta non è una soluzione, ma uno specchio, un simbolo che facilita il dialogo con il proprio mondo interiore. «Accade spesso che, attraverso questo tipo di osservazione, le persone inizino a raccontare qualcosa di sé che fino a quel momento non avevano espresso. Ricordo una donna che stava attraversando un periodo di profonda stanchezza emotiva. Dopo una seduta di rilassamento, mi raccontò di aver visualizzato una quercia che le trasmetteva sensazioni di forza e stabilità. Mentre ne parlava, comprese da sola quanto desiderasse ritrovare quelle qualità nella sua vita, dopo un lungo periodo in cui aveva sostenuto gli altri senza concedersi tempo per nutrire sé stessa». Ed è interessante che, nella gemmoterapia, il macerato glicerico di quercia sia consigliato proprio per combattere la stanchezza.
Un albero per ritrovare te stessa
Osservare il verde allena, quindi, a osservare noi stessi. E questo vale per qualunque pianta, al di là dei simboli e delle corrispondenze che la teoria delle segnature tramanda. Un esercizio di meditazione e consapevolezza che possiamo fare ovunque, passeggiando in giardino, lungo un sentiero nel bosco e persino davanti ai vasi del nostro balcone. «Osserviamo come una pianta sta al mondo: come cresce, cerca la luce, affonda le radici, si protegge, attraversa le stagioni, si apre e si trasforma», continua Campanelli.
«Il seme custodisce un potenziale ancora invisibile, il germoglio rappresenta la forza della rinascita, il fusto e le foglie raccontano la crescita, l’adattamento e il respiro della vita. Queste ultime ci insegnano anche l’accettazione della caducità, del limite e del ritorno. Mentre il fiore è l’apertura, la comunicazione, la bellezza che si offre al mondo. Infine, il frutto è il compimento e, nello stesso tempo, il ritorno al seme: ogni fine contiene già un nuovo inizio. A questo punto della nostra osservazione possiamo chiederci: “In quale momento di questo ciclo mi riconosco oggi?”». Che le piante nascondano davvero dei messaggi nelle loro forme e nel ciclo di vita o che sia il nostro sguardo a trovarvi un significato, poco importa: fermarsi a osservarle è una grande occasione per conoscere meglio noi stessi.
Somiglianze che curano
Funghi
In sezione, riproducono la forma dell’orecchio umano. Contengono vitamina D, essenziale per la salute dell’udito e delle ossa.
Iperico
La pianta del sole, con i suoi fiori giallo intenso, è tradizionalmente impiegata nei disturbi dell’umore. È come se portasse luce dove c’è buio, calore dove c’è tristezza.
Avocado
Tagliandolo a metà, l’analogia con l’utero è evidente. In più, matura in nove mesi. I suoi componenti nutrono il sistema ormonale femminile.
Biancospino
Con i suoi frutti rossi come il sangue, richiama il cuore. È noto per sostenere la funzione cardiaca e, simbolicamente, anche il cuore emozionale, aiutando a ritrovare equilibrio e serenità.
Echinacea
Con il suo fiore dal cono centrale prominente, ricorda un sistema difensivo. Da secoli viene utilizzata per sostenere il sistema immunitario dell’organismo.
Noce
Ha la forma di un piccolo cervello, con i suoi emisferi e le sue pieghe. Ed è ricca di acidi grassi essenziali, fondamentali per il sistema nervoso.
Carota
Tagliata a fette, presenta in sezione una forma che richiama la pupilla dell’occhio. È fonte di betacarotene, precursore della vitamina A, noto per proteggere la vista.

