“Non mi piace!”: perché tuo figlio rifiuta i cibi nuovi (e perché non è un capriccio)

È una fase comune dell’infanzia e porta molti bambini a rifiutare ciò che non conoscono. Con pazienza, esempio e coinvolgimento, è possibile accompagnarli alla scoperta di nuovi sapori: i consigli dell’esperta per educare il gusto senza forzature e costruire un rapporto positivo con il cibo

“Non mi piace!”: perché tuo figlio rifiuta i cibi nuovi (e perché non è un capriccio)
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“Non mi piace, non lo mangio”. Spesso il verdetto arriva ancora prima dell’assaggio. Settembre segna il ritorno alla mensa scolastica, un luogo dove bambine e bambini non condividono solo il pranzo, ma anche esperienze, abitudini, sapori. Per molti, però, trovarsi davanti a un piatto diverso dal solito può trasformarsi in un ostacolo.

Il rifiuto dei cibi nuovi è un comportamento molto diffuso in età scolare: secondo una ricerca del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA), l’85,4% dei bambini presenta un livello intermedio o elevato di neofobia alimentare, una naturale diffidenza nei confronti degli alimenti nuovi o poco familiari, spesso associata a una minore aderenza alla dieta mediterranea e a un minor consumo di frutta, verdura e legumi.

Dietro quel “no” non c’è quasi mai un semplice capriccio. Nella maggior parte dei casi si tratta di una fase fisiologica dello sviluppo, destinata ad attenuarsi con il tempo e che può essere accompagnata con gli strumenti giusti, senza trasformare ogni pasto in una fonte di tensione.

«La neofobia rientra tra le caratteristiche dell’essere umano: indica la tendenza a essere diffidenti verso ciò che non conosciamo e questo atteggiamento può avere un significato evolutivo, perché ci protegge dall’esporci a qualcosa che potrebbe essere potenzialmente dannoso», spiega la professoressa Laura De Gara, presidente del Corso di Laurea Magistrale in Bio-Scienze per l’Alimentazione, la Nutrizione e la Salute dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Una forma di difesa che affonda le radici nell’evoluzione

Dietro la diffidenza verso un sapore mai provato si nasconde effettivamente un meccanismo molto antico. La neofobia alimentare, infatti, non è una caratteristica esclusiva dell’infanzia, ma una risposta naturale che, nel corso della storia, ha svolto anche una funzione protettiva. «Per i nostri antenati, avvicinarsi a un alimento sconosciuto poteva comportare un rischio: non tutte le piante, i frutti o le sostanze presenti nell’ambiente erano commestibili o sicure», descrive l’esperta. «La cautela verso ciò che non si conosceva rappresentava quindi un importante strumento di difesa».

Ma l’evoluzione dell’uomo è stata possibile anche grazie alla spinta opposta, quella della curiosità e dell’esplorazione. La capacità di sperimentare nuovi alimenti, adattarsi a territori diversi e incontrare culture differenti ha permesso alla nostra specie di ampliare le proprie possibilità. È dall’equilibrio tra queste due tendenze che nasce il nostro rapporto con la novità: da una parte la neofobia, cioè la prudenza verso ciò che non conosciamo, dall’altra la neofilia, ovvero la propensione alla scoperta e alla sperimentazione.

«Nei bambini tutto questo è ancora più accentuato, perché un eventuale elemento di tossicità può rappresentare un rischio maggiore rispetto all’adulto», evidenzia la professoressa De Gara. «Per questo una certa diffidenza verso ciò che è nuovo può essere considerata una risposta naturale e, in qualche misura, protettiva».

Non è solo questione di carattere

Se una certa cautela verso i cibi nuovi è scritta nella natura umana, non significa che tutti i bambini reagiscano allo stesso modo. La neofobia alimentare nasce, infatti, dall’incontro tra diversi fattori: una componente individuale legata alla genetica e allo sviluppo, ma anche l’ambiente in cui il bambino cresce e le esperienze accumulate fin dai primi anni di vita.

Le abitudini familiari hanno un peso importante. «Un bambino abituato a vedere sulla tavola alimenti diversi, a osservare i genitori che li mangiano con piacere e a entrare in contatto con nuovi sapori avrà più occasioni per familiarizzare con ciò che inizialmente non conosce», osserva la professoressa De Gara. «Al contrario, una dieta poco varia o una scarsa esposizione alla novità possono contribuire a rendere più difficile l’accettazione di nuovi alimenti».

A incidere è anche il modo in cui i bambini percepiscono il gusto. Rispetto agli adulti, infatti, hanno una sensibilità gustativa generalmente più intensa: un sapore che per un adulto può risultare appena percettibile può essere avvertito come molto forte o insolito da un bambino, diventando un deterrente all’assaggio.

Ecco perché alcuni alimenti finiscono più facilmente nella lista dei “no” dei bambini: broccoli, cavolfiori, radicchio e altre verdure dal gusto più deciso possono risultare meno graditi e quindi più difficili da accettare. Non si tratta necessariamente di un rifiuto definitivo, ma spesso del bisogno di tempo e di occasioni ripetute per trasformare un sapore sconosciuto in qualcosa di familiare.

Il gusto si educa, un assaggio alla volta

La buona notizia è che il gusto non è qualcosa di fisso e immutabile. Nella maggior parte dei casi, non esistono bambini “destinati” a non mangiare mai una determinata verdura o un certo alimento: il rapporto con il cibo si costruisce lentamente, attraverso esperienze, familiarità e occasioni ripetute di incontro.

Uno degli errori più frequenti dei genitori è arrendersi dopo il primo rifiuto. Di fronte a un deciso «non mi piace», infatti, è facile concludere che quell’alimento sia definitivamente escluso dal menù. Ma il cervello dei bambini ha bisogno di tempo per trasformare ciò che è sconosciuto in qualcosa di rassicurante.

Vedere più volte un alimento, riconoscerne il colore, la forma, il profumo e la presenza sulla tavola può essere già un primo passo verso l’accettazione. «È importante esporre e riesporre il bambino a un alimento nuovo senza forzature, presentandolo più volte», suggerisce la professoressa De Gara. «In questo modo può gradualmente perdere la diffidenza verso ciò che inizialmente percepisce come estraneo. Lo stesso alimento può essere proposto in momenti diversi e con modalità differenti: cucinato in un altro modo, abbinato a sapori già conosciuti o inserito in una preparazione più familiare».

Dalla teoria alla pratica: quando l’educazione alimentare porta risultati

Che il gusto possa essere educato non è soltanto un principio condiviso dagli esperti, ma trova conferma anche nella ricerca scientifica. Uno studio pubblicato sulla rivista “Scientific Reports” dai ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma ha analizzato gli effetti di un percorso di educazione alimentare basato su Nutripiatto, uno strumento pensato per aiutare bambini e famiglie a comporre pasti equilibrati in modo semplice e intuitivo.

Il progetto ha coinvolto circa 800 bambini italiani tra i 6 e i 10 anni, con l’obiettivo di valutare come un percorso educativo potesse influenzare le loro abitudini alimentari. Nutripiatto utilizza un approccio pratico e visivo: attraverso un piatto-guida colorato aiuta i bambini a comprendere come bilanciare gli alimenti, valorizzando la presenza di verdure e ortaggi, cereali – preferibilmente integrali – e fonti proteiche.

Dopo il percorso di educazione alimentare, i bambini coinvolti hanno mostrato miglioramenti nelle loro abitudini: è aumentato il consumo di verdure, cereali integrali e acqua, mentre sono diminuiti alcuni comportamenti meno favorevoli, come una maggiore sedentarietà o un consumo eccessivo di alcuni alimenti.

Il dato più interessante è che il cambiamento è passato dalla conoscenza e dal coinvolgimento: quando i bambini comprendono cosa c’è nel piatto e imparano a riconoscere gli alimenti, il cibo smette di essere qualcosa di estraneo e diventa parte di un’esperienza positiva.

Coinvolgere i bambini funziona davvero

Dunque, uno dei modi più efficaci per avvicinare i bambini ai nuovi alimenti è renderli partecipi. Il rapporto con il cibo non nasce soltanto nel momento in cui un piatto arriva in tavola, ma molto prima: quando si sceglie un ingrediente, lo si osserva, lo si tocca, lo si prepara e se ne scopre la storia.

Fare la spesa insieme, scegliere un frutto mai provato, lavare le verdure, impastare un dolce o aiutare nella preparazione di una ricetta permette al bambino di entrare in contatto con gli alimenti in un contesto positivo e senza pressioni. Anche conoscere l’origine degli alimenti può cambiare il modo in cui i bambini li percepiscono. Sapere da dove arriva una carota, come cresce un pomodoro o perché il riso viene coltivato nelle risaie significa trasformare un semplice ingrediente in qualcosa che ha una storia. «Esperienze come coltivare una piantina, visitare un orto o una fattoria didattica, osservare come nasce un frutto o leggere un libro dedicato agli alimenti possono aiutare a rendere il cibo meno estraneo e più vicino», indica l’esperta.

Mai obbligare un bambino a mangiare

Se il coinvolgimento aiuta a creare curiosità, la pressione rischia invece di ottenere l’effetto opposto. Davanti a un rifiuto insistente, la tentazione di chiedere almeno “un assaggio” può essere forte, ma trasformare il pasto in una contrapposizione non aiuta il bambino ad avvicinarsi al cibo.

La forzatura può infatti associare quell’alimento a un’esperienza negativa, rafforzando ancora di più la resistenza. L’obiettivo non deve essere vincere la battaglia del singolo pranzo, ma costruire nel tempo un rapporto sereno e positivo con il cibo.

Meglio, quindi, continuare a proporre l’alimento, anche modificandone la preparazione. Una verdura dal gusto più intenso può essere inizialmente abbinata a sapori più delicati, come quello della patata, oppure inserita in una ricetta già conosciuta e apprezzata dal bambino.

Quando chiedere l’aiuto di un esperto

E quando il problema non passa? Nella maggior parte dei casi la neofobia alimentare è una fase del percorso di crescita e può essere accompagnata con pazienza e gradualità. Esistono però situazioni in cui la selettività verso il cibo diventa molto marcata, tanto da ridurre in modo significativo la varietà degli alimenti accettati dal bambino o creare difficoltà nel garantire un’alimentazione equilibrata.

Quando un bambino mangia pochissimi alimenti, rifiuta intere categorie di cibo o manifesta una rigidità che non tende a ridursi nel tempo, può essere utile chiedere il supporto di un professionista. «Alcune condizioni del neurosviluppo, come i disturbi dello spettro autistico, possono essere associate a forme di selettività alimentare molto specifiche», dice l’esperta. «Questo non significa che ogni bambino che rifiuta molti alimenti presenti necessariamente una problematica di questo tipo. Il segnale a cui prestare attenzione è soprattutto la rigidità: un conto è un bambino che attraversa una fase in cui rifiuta alcuni alimenti nuovi, altro è una situazione in cui il repertorio alimentare resta estremamente limitato e condiziona la vita quotidiana o la crescita. In questi casi, il consiglio di un nutrizionista può essere importante».

Un percorso fatto di tempo, curiosità e fiducia

Educare al gusto non significa ottenere che un bambino mangi tutto, ma aiutarlo a sviluppare un rapporto sereno e aperto con il cibo. Non servono imposizioni né strategie miracolose: il cambiamento passa dai piccoli gesti quotidiani, dall’esempio degli adulti, dalla possibilità di conoscere gli alimenti e dalla libertà di avvicinarsi alle novità senza paura.

Una tavola condivisa, una ricetta preparata insieme, un ingrediente raccontato nella sua storia possono diventare occasioni preziose per costruire familiarità e curiosità. «Un alimento sconosciuto oggi può diventare il preferito di domani», conclude la professoressa De Gara. «Dietro ogni nuovo assaggio non c’è soltanto la possibilità di arricchire la dieta, ma anche quella di crescere con una maggiore apertura verso il mondo, le sue culture e le sue tradizioni».