Da qualche anno, tra le celebrità di tutto il mondo si è diffuso un nuovo rituale legato alla salute e al benessere. Non si tratta dell’ennesima dieta personalizzata, di un programma di allenamento su misura o dell’ultimo integratore di tendenza. La più moderna frontiera della cura di sé è la scansione totale del corpo, un check-up che in un’unica seduta – tramite Tac o risonanza magnetica – permette di esplorare l’organismo dalla testa ai piedi, offrendo la rassicurante sensazione di avere tutto sotto controllo. Ma è davvero così?
Un super esame molto costoso
La scansione “total body” è diventata una tendenza globale, alimentata dai social media. Negli Stati Uniti aziende specializzate in tecnologia sanitaria, come Prenuvo ed Ezra, hanno costruito un vero e proprio mercato attorno alla risonanza magnetica completa. È proposta direttamente ai cittadini come strumento di prevenzione, senza necessità di prescrizione medica. Un modello che trasforma un esame diagnostico complesso in un prodotto di consumo, presentato come un investimento sulla propria salute e sulla longevità.
A trainare questa moda sono stati soprattutto i personaggi famosi. L’imprenditrice Kim Kardashian, l’ereditiera Paris Hilton e l’attore Ian Somerhalder hanno condiviso sui social la loro esperienza, descrivendo questi controlli come un modo per sentirsi più sicuri o, in alcuni casi, persino per “salvarsi la vita”. Il prezzo, però, resta riservato a pochi: negli Stati Uniti un singolo esame può costare circa 2.500 dollari, rafforzandone l’immagine di servizio esclusivo.
La tendenza, tuttavia, non è rimasta confinata Oltreoceano. Anche in Italia alcuni centri privati hanno iniziato a proporre Tac e risonanze magnetiche di tutto il corpo come strumenti di prevenzione. Trasformano esami nati per rispondere a precisi quesiti clinici – come approfondire un sintomo, valutare un trauma o studiare un tumore – in check-up destinati a persone apparentemente sane.
Tra i testimonial non sono mancati personaggi dello spettacolo e dello sport: i cantanti Sfera Ebbasta, Rosa Chemical, Shade e Baby K hanno documentato l’esperienza sui loro profili social. Anche l’ex calciatore Billy Costacurta e gli attori Maria Grazia Cucinotta e Jerry Calà si sono sottoposti agli stessi controlli.
Il copione si ripete: una foto in camice, un messaggio che invita a fare prevenzione e un costo che, anche nel nostro Paese, può arrivare intorno ai 2.500 euro. La domanda, però, resta aperta. Sottoporsi a una scansione total body in assenza di sintomi o di specifiche indicazioni mediche è davvero una scelta utile per la propria salute? Oppure si tratta di una promessa che la scienza, almeno per ora, non è in grado di mantenere?
Il mercato del check-up totale
«Attorno a questi esami si è sviluppato un ampio settore della cosiddetta prevenzione personalizzata, in cui controlli diagnostici complessi e costosi vengono proposti direttamente ai cittadini», osserva la dottoressa Nicoletta Gandolfo, presidente della Società italiana di radiologia medica e interventistica. «La comunicazione fa spesso leva su paure profonde e universali: il timore di una diagnosi tardiva, l’ansia legata ai tumori e il desiderio di affidarsi alle tecnologie più avanzate per proteggere la propria salute».
Il messaggio che accompagna questi check-up è tanto semplice quanto persuasivo: se una malattia viene scoperta prima, aumentano le possibilità di curarla. Da qui l’idea che sottoporsi al maggior numero possibile di controlli rappresenti sempre la scelta più prudente.
«In realtà, se la diagnosi precoce può rappresentare uno strumento fondamentale per migliorare la cura di molte malattie, non basta anticipare il momento della scoperta per garantire automaticamente un vantaggio al paziente», ammette l’esperta. Esiste infatti un fenomeno noto come lead time bias (errore della diagnosi anticipata). Individuare prima una patologia, infatti, può far sembrare più lunga la sopravvivenza calcolata dal momento della diagnosi, senza però modificare necessariamente il decorso della malattia o il momento del decesso.
«Non è il numero degli esami a fare la differenza», chiarisce l’esperta. «Conta che quei controlli producano un beneficio reale, riducendo la mortalità o migliorando la qualità e l’aspettativa di vita». Tra l’altro, nella promozione delle scansioni total body rivolte alle persone sane, l’attenzione si concentra quasi sempre sulla possibilità di individuare una malattia in fase precoce, quando ancora non provoca sintomi, tralasciando i possibili effetti indesiderati dell’esame. Tra questi c’è il riscontro di reperti inattesi, spesso benigni, che possono però modificare il percorso diagnostico.
Il pericolo della sovradiagnosi
«Il punto critico infatti non è solo individuare malattie reali, ma anche imbattersi in segni o anomalie che appaiono sospetti pur non avendo alcun significato clinico», continua la dottoressa Gandolfo. La Tac total body ad esempio, vista la sua elevata sensibilità, è in grado di rilevare anche minime alterazioni anatomiche, come piccoli noduli polmonari, cisti renali, angiomi epatici, noduli tiroidei o lievi modificazioni della colonna vertebrale.
Sono i cosiddetti reperti riscontrati casualmente, molto comuni nella popolazione generale e, nella maggior parte dei casi, del tutto benigni. È da qui che nasce il problema della sovradiagnosi. Alcune alterazioni non avrebbero mai provocato sintomi, compromesso la salute o richiesto un trattamento nel corso della vita. Una volta individuate, però, diventano difficili da ignorare e possono dare avvio a una cascata di ulteriori accertamenti, esami di controllo, biopsie e, in alcuni casi, interventi che si sarebbero potuti evitare.
A confermarlo è una metanalisi pubblicata nel 2026 su Radiology Advances. Nelle persone asintomatiche, la risonanza magnetica dell’intero corpo individua un tumore in appena l’1-2% dei casi. I reperti incidentali invce possono essere riscontrati fino al 97% degli esami. Gli autori sottolineano inoltre la mancanza di prove che questo tipo di screening riduca la mortalità, a fronte di un’elevata probabilità di generare ulteriori accertamenti.
Già nel 2024 una revisione pubblicata sul Journal of the American College of Radiology aveva definito questo fenomeno come una medicalizzazione della normalità. «Alcune variazioni del corpo umano vengono interpretate come possibili segnali di malattia», osserva la specialista in radiodiagnostica. «Il rischio è quello di spostare sempre più in avanti il confine tra salute e patologia, alimentando una rassicurazione solo apparente che può trasformarsi in un percorso diagnostico lungo, complesso e privo di un reale beneficio per la salute».
Cosa serve davvero
Non sorprende, quindi, che le principali società scientifiche internazionali non raccomandino l’impiego delle scansioni complete del corpo come strumenti di screening nella popolazione generale. La prevenzione efficace consiste nel sottoporsi solo agli esami che hanno dimostrato di ridurre la mortalità o di migliorare gli esiti delle malattie. Ne sono un esempio gli screening per il tumore del colon-retto, la mammografia nelle fasce di età raccomandate, lo screening del collo dell’utero e, nei forti fumatori, la Tac del torace a basse dosi. Tutti programmi sostenuti da solide evidenze scientifiche e rivolti a popolazioni nelle quali il rapporto tra benefici e rischi è stato accuratamente valutato.
In questo contesto, la prevenzione deve essere una scelta ragionata, che può essere riassunta in alcuni principi essenziali:
- scegliere controlli mirati quando esiste una motivazione chiara, come la presenza di sintomi persistenti, specifici fattori di rischio o una storia familiare significativa. Evitando quindi esami a tappeto eseguiti soltanto per cercare rassicurazioni;
- ricordare che nessun esame è privo di possibili effetti indesiderati. Anche le tecnologie più avanzate possono individuare reperti dubbi o privi di significato clinico, che richiedono ulteriori approfondimenti;
- non considerare un risultato normale come una garanzia assoluta per il futuro. Nessun controllo è in grado di certificare definitivamente lo stato di salute di una persona;
- tenere conto anche dell’impatto psicologico degli accertamenti, perché l’attesa di un esito o la gestione di un reperto incerto possono generare ansia e influenzare la qualità della vita;
- dare priorità agli interventi che hanno dimostrato il maggiore beneficio, come smettere di fumare, seguire un’alimentazione equilibrata, praticare attività fisica e aderire agli screening raccomandati;
- condividere la scelta degli esami con il proprio medico, valutando il profilo individuale di rischio;
- considerare la tecnologia uno strumento a supporto del giudizio clinico, non un suo sostituto: immagini sempre più dettagliate non significano necessariamente diagnosi migliori.
«In definitiva, il punto non è fare meno medicina, ma farla meglio», conclude la dottoressa Gandolfo. «E spesso la migliore prevenzione non coincide con l’esame più completo, ma con quello più appropriato. Nella scienza, come nella vita, il rischio più insidioso non è non cercare abbastanza, ma cercare nel modo sbagliato o nel posto sbagliato».
Radiazioni, un rischio da non sottovalutare
Quando si parla di Tac, un aspetto poco considerato riguarda l’esposizione alle radiazioni ionizzanti. Un esame total body può comportare una dose complessiva indicativamente tra 10 e 30 millisievert, a seconda del protocollo e delle apparecchiature utilizzate.
Per avere un termine di paragone, si tratta di una quantità di radiazioni equivalente a diverse centinaia di radiografie del torace o a diversi anni di esposizione alla radiazione naturale di fondo, quella a cui siamo esposti quotidianamente attraverso il suolo, l’aria, i materiali da costruzione e persino i raggi cosmici.
La risonanza magnetica, invece, non utilizza radiazioni ionizzanti e per questo non comporta lo stesso rischio radiologico. Tuttavia, questo non la rende automaticamente uno strumento adatto allo screening indiscriminato, perché restano gli altri limiti diagnostici, legati alla possibilità di trovare alterazioni poco rilevanti o difficili da interpretare.

