L’hai sempre seguita nei tornei di basket o pallavolo. Peccato per quel dolore all’inguine che, da qualche tempo, tua figlia lamenta durante o subito dopo l’esercizio fisico. Ti racconta che quella che pare una banale pubalgia compare tipicamente quando fa degli scatti, dei repentini cambi di direzione o un tiro impegnativo.
E così devi procurarle in farmacia gli antidolorifici e farla rimanere a riposo per giorni (a fatica, perché già scalpita per tornare a giocare). Un problema ancor più comune tra i ragazzi che giocano a calcio. «Il medico dello sport o il fisioterapista in genere diagnostica una pubalgia. E spesso non a torto, visto che è uno dei problemi più diffusi soprattutto nei giovani che dalla preadolescenza fino ai 25-30 anni (il momento di massima frequenza) praticano sport “a rischio” come calcio, corsa e attività di contatto», sottolinea Federico Della Rocca, ortopedico e Responsabile della chirurgia dell’anca e del ginocchio presso l’Istituto Humanitas di Milano.
«Il rischio vero però, in questi casi, è “tirare avanti” con farmaci ed esercizi di recupero pur di continuare a giocare a tutti i costi, fino ad arrivare alle estreme conseguenze. Invece, quando il disturbo è insistente, la domanda d’obbligo è: sarà vera pubalgia?». La risposta la deve dare innanzitutto l’ortopedico, meglio se esperto di articolazioni come le anche, e vedremo subito perché.
Pubalgia o FAI (Conflitto Femoro-Acetabolare)?
Il fatto che il dolore si concentri nella zona inguinale, irradiandosi all’interno della coscia o a un gluteo e corra attraverso i tendini non aiuta una diagnosi sempre corretta. E questo perché non tiene conto di un’altra zona cruciale del nostro apparato muscolo-scheletrico: l’anca. Sì, proprio un’articolazione che, quando fa male, porta a pensare all’artrosi e a malattie della terza età. «Invece quel dolore che confondiamo con una pubalgia in non pochi casi è in realtà il Conflitto Femoro-Acetabolare, o FAI. Colpisce appunto i giovani dall’adolescenza ai trent’anni», spiega il nostro esperto.
«Significa che l’anca di quel ragazzo è colpita da una malformazione della testa del femore che si è sviluppata nella fase di crescita (i genitori possono non averne sofferto) tanto da renderla di forma ovoidale. E che, con il passare del tempo e l’intensificarsi dell’attività fisica, è diventata di dimensioni tali da danneggiare l’articolazione, consumando al contempo la cartilagine. Così, la “ciotola” (sul bacino) che contiene la sfera (la testa del femore), che nell’articolazione dell’anca di solito non vengono a contatto, iniziano a collidere. Strusciano una contro l’altra, osso contro osso. Non c’è guaina protettiva (la cartilagine articolare) che tenga contro questa escrescenza a forma di uovo. Che spesso ha iniziato a formarsi fin dai primi passi sul campo da gioco». E come si definisce il consumo di quella membrana che protegge le articolazioni? Guarda caso artrosi dell’anca. Sì, ma a vent’anni, non a 80.
Come scoprire subito la verità
Se non vuoi che tua figlia – fino a ieri imbattibile in campo – venga messa fuori gioco per molto tempo, convincila a fare una visita ortopedica. «Quando i classici antidolorifici, il riposo e la fisioterapia non sono risolutivi, occorre una visita specialistica e una serie di test mirati», spiega Della Rocca. «Per prima cosa una radiografia, per vedere lo stato dell’anca. Poi un’ecografia, per escludere eventuali tendinopatie. Ma già con la rx si vedono le escrescenze a forma di uovo delle quali parlavamo, le vere responsabili del Conflitto Femoro-Acetabolare. Un’eventuale risonanza serve invece per controllare il livello di usura della cartilagine e decidere se tentare una riparazione».
Due buchini e presto tornerà di nuovo in azione
Quindi del tutto inutili le famose iniezioni periodiche di acido ialuronico nella zona colpita, perché l’uovo che confligge nell’anca continuerà il suo dannoso lavoro. «Sarebbe come nascondere la polvere sotto il tappeto», sottolinea il dottor Della Rocca. «La soluzione è nella chirurgia mininvasiva, ovvero in artroscopia. Si praticano due forellini di 5 millimetri nella zona da trattare e con un apparecchio “levigatore” si rimuove una o più escrescenze, che non si formeranno più. Quindi non va sostituita l’articolazione, come si fa nei casi in cui il danno è importante e occorre ricorrere alla protesi. Certo, meno la cartilagine è usurata e prima si interviene, più si avrà successo». Dunque la FAI, presa per tempo, non solo fa tornare presto in campo ma previene anche, per il futuro, l’artrosi dell’anca».
Un’operazione efficace ma riservata ai giovani
A una certa età il bisturi non piace, anzi non dovrebbe esistere. Ma quando il nostro esperto spiega alla famiglia, giocatrice compresa, come avviene l’intervento (niente sangue, tagli o cicatrici) il respiro di sollievo è assicurato. «Specie quando informo il giovane che sarà a casa il giorno dopo, potrà riprendere le sue attività (studiare, lavorare) e nel giro di tre mesi anche la pratica sportiva di routine. Se è un agonista, ci vorranno solo altri 90 giorni di pazienza», rassicura Della Rocca.
I risultati in termini di resa nel tempo dell’operazione sono incoraggianti. «In dieci anni di artroscopie, su 100 operazioni solo due pazienti sono poi dovuti ricorrere, anni dopo, alla protesi», assicura l’esperto. «I risultati migliori li abbiamo intorno ai 25-30 anni con cartilagini in condizioni ancora buone. Ma l’operazione si può fare fino ai cinquant’anni, su pazienti in forma che non hanno nessuna intenzione di rinunciare a mettersi in gioco».
La novità: il trapianto di cartilagine
Il dottor Federico Della Rocca è fra i primi specialisti che stanno sperimentando il trapianto di cartilagine. «Una membrana che purtroppo non ricresce da sola: anche se eliminiamo il problema del FAI, il danno si ferma ma non regredisce», ci spiega. «Però oggi è possibile costruire un patch, una sorta di cerotto biologico di tessuto prelevato sempre nella zona, ma dove il tessuto è integro. Questo viene poi applicato sui “buchi” in modo da stimolare la riformazione della cartilagine. I primi risultati sono incoraggianti e oggetto di uno studio sperimentale che pubblicheremo».
La nuova protesi: un modello sportivo
Nonostante la chirurgia mininvasiva, ci sono giovani che hanno curato o “tirato avanti” una finta pubalgia per troppi anni. Il danno richiede quindi una sostituzione inevitabile della parte. «Nessun dramma però», rassicura Federico Della Rocca. «Le protesi sono cambiate tantissimo. Oggi esistono modelli per i giovani e gli sportivi, più piccoli e performanti, con una testa in ceramica che permette movimenti anche molto ampi. Consentono meno consumo di osso per impiantarli e sono molto meno invasivi di una volta (l’intervento dura mezz’ora), quando si doveva rimanere allettati per settimane».
E il post-operatorio? «Ti alzi in piedi a camminare il giorno stesso dell’intervento. Nessun catetere, drenaggi, trasfusioni, poco dolore. Dopo tre notti sei a casa, dopo un mese puoi ricominciare a fare attività fisica, altri 3-4 mesi e giochi al livello di prima. E poi oggi una protesi dura 25 anni, non dieci».

