Se sei fra quel 34% di italiani in sovrappeso che salgono sulla bilancia con uno sguardo alla pancia, sappi che il gesto che stai facendo ti tirerà su il morale se l’ago è sceso, ma non è sufficiente a definire la qualità del peso da un punto di vista scientifico e di benessere fisico. Una regola che vale ancora di più se sei obeso, quindi con un Body Mass Index (BMI) superiore a 30 (come l’11,8% degli italiani, secondo l’Istat). Perché, come dice il saggio: vale la qualità, non solo la quantità.
Più del peso conta la composizione corporea
Oggi perdere chili non basta, si guarda soprattutto al tipo di dimagrimento.
«Intendiamoci: bilancia e BMI sono a tutt’oggi strumenti di diagnosi che utilizziamo, ma non bastano più per qualificare una situazione complessa come quella legata al sovrappeso e all’obesità che è stata appena definita a livello scientifico e, per la prima volta, istituzionale una malattia progressiva, cronica e recidivante», spiega il professor Roberto Vettor, Direttore Scientifico e Coordinamento Clinico del Centro per le Malattie Metaboliche e della Nutrizione Humanitas Research Hospital di Milano.
«Ad esempio, se una persona ha un BMI inferiore a 30, ma presenta una circonferenza vita aumentata e costituita da quello che chiamiamo grasso viscerale (la circonferenza vita deve essere sotto i 94 cm per l’uomo e sotto gli 80 per la donna, se è sopra 102 e 88 si ha un rischio alto per la salute), avremo un paziente che forse non è ancora in una condizione di obesità, ma che potrebbe avere lo stesso rischio cardiometabolico.
Se al dato dell’aumento della circonferenza della vita si aggiunge, come spesso succede, almeno uno degli altri elementi identificanti la sindrome metabolica, quali l’ipertensione arteriosa, una glicemia non ancora da soggetto diabetico, ma comunque sopra i 100 mg/dL, e un profilo lipidico cosiddetto aterogeno (HDL basso e trigliceridi alti), elementi dovuti allo stato di resistenza insulinica, il rischio aumenta in maniera considerevole».
La matematica da sola non basta
Non a caso, la scienza ha introdotto un parametro di misurazione della qualità del peso: è il Waist To Height Ratio, ovvero il rapporto tra circonferenza della vita e altezza, un indice antropometrico per stimare il grasso viscerale e il rischio cardiometabolico associato. Si calcola dividendo i centimetri della pancia per l’altezza e deve essere inferiore allo 0,53: per esempio una vita di 90 cm con un’altezza di 1,75 dà 0,51.
«Tutti questi test identificano i pazienti più a rischio di sviluppare le complicanze della malattia che si chiama obesità. Le comorbidità (malattie associate) vanno dal diabete all’ipertensione, fino alle malattie cardiovascolari, solo per citare quelle che fanno più danni e vittime», sottolinea il professo Vettor.
«Non a caso le autorità regolatorie (l’Aifa in Italia) oggi permettono la prescrizione dei nuovi farmaci per la gestione del peso, come semaglutide, anche nelle persone con BMI pari a 27 se presentano già una comorbidità correlata al peso».
Le novità in pillole
Le recenti innovazioni nel trattamento dell’obesità riguardano farmaci che agiscono sui meccanismi biologici che regolano fame, sazietà e metabolismo, aiutando a perdere peso, ma anche a migliorare la salute metabolica e a ridurre il rischio di numerose complicanze associate all’obesità.
Oggi, alcuni di questi trattamenti – come la semaglutide – vengono somministrati attraverso una penna preriempita per iniezione sottocutanea, una volta alla settimana, secondo il percorso terapeutico definito dallo specialista.
«Ma la grande novità è oggi la sua disponibilità per via orale, cioè in pillole», prosegue il professor Vettor. «Ci aspettiamo che questa nuova formulazione più facile da assumere, aumenterà l’aderenza alla terapia, soprattutto per chi non ama gli aghi. È un passo avanti importante perché, essendo questo un trattamento a lungo termine, come per ogni malattia cronica, è efficace se continuativo, anche per evitare recidive». Recente la notizia dell’approvazione di semaglutide in pillola in Europa e quindi presto disponibile anche in Italia in autunno.
Le terapie che stanno cambiando la cura dell’obesità
«Molecole come la semaglutide, che rappresenta oggi una delle terapie con la maggiore esperienza clinica nel trattamento dell’obesità e che è stata inizialmente sviluppata e studiata nel diabete di tipo 2, hanno dimostrato che è possibile ottenere una perdita di peso di qualità. I dati mostrano infatti che circa l’84% del peso perso è rappresentato da massa grassa, con una buona preservazione della massa magra.
Oggi disponiamo di terapie sempre più efficaci, come la semaglutide e, più recentemente, la tirzepatide, che non si limitano a favorire il calo ponderale, ma contribuiscono a ridurre il rischio di numerose complicanze associate all’obesità, migliorando la salute e la qualità di vita delle persone. L’obiettivo, infatti, non è semplicemente far perdere peso, ma trattare una malattia cronica e le sue conseguenze».
Attenzione ai muscoli
Tra gli aspetti che queste cure vanno a tutelare, uno particolarmente importante riguarda proprio la massa magra, e in particolare il patrimonio muscolare. «Quando si perde peso è fondamentale che la riduzione riguardi soprattutto la massa grassa, preservando il più possibile il muscolo», spiega l’esperto.
«Ciò è particolarmente importante nelle persone oltre una certa età, perché la massa muscolare è essenziale per mantenere forza, mobilità e autonomia e svolge un ruolo importante anche nel proteggere le ossa dalle fratture», conclude il professor Vettor.
Per tutti questi motivi il giudizio clinico dello specialista o meglio multispecialistico (endocrinologo, internista, nutrizionista, psicologo e medico dell’esercizio) è fondamentale per la scelta della terapia più opportuna in relazione all’età, al sesso, alla presenza di complicanze e della durata di esposizione ad una malattia che si chiama obesità.

