Hai spruzzato il profumo prima di uscire? Ecco perché d’estate è un rischio per la pelle

Fragranze, oli essenziali e cosmetici possono trasformarsi in un’insidia sotto il sole: alcune sostanze, attivate dai raggi UVA, possono provocare rossori, prurito e macchie. Ecco come riconoscere le fotodermatiti, curarle e prevenirle

Hai spruzzato il profumo prima di uscire? Ecco perché d’estate è un rischio per la pelle
Foto: iStock

Una nuvola di profumo sul collo, una spruzzata sui polsi, qualche goccia dietro le orecchie e poi via, verso una giornata di sole, un pranzo all’aperto o un aperitivo in spiaggia. Peccato che quel gesto, così automatico, possa trasformarsi in un’insidia per la pelle. Quando incontrano i raggi ultravioletti, infatti, alcune fragranze possono provocare rossore, prurito, irritazioni o macchie cutanee. È il caso delle fotodermatiti da profumo, una reazione poco conosciuta ma tutt’altro che rara.

Un problema più diffuso di quanto si pensi

Le fotodermatiti da profumo interessano circa una persona su cinque tra coloro che utilizzano prodotti cosmetici contenenti fragranze. Non riguardano soltanto i profumi veri e propri. Possono essere provocate anche da deodoranti, creme idratanti e, in alcuni casi, perfino da prodotti solari che contengono componenti profumate.

«Si tratta di reazioni infiammatorie della pelle provocate dall’interazione tra alcune sostanze chimiche presenti nei cosmetici e la luce solare», spiega la dottoressa Viviana Schiavone, dermatologa e dermochirurga di Humanitas Gradenigo a Torino e vice presidente AIDA (Associazione Italiana Dermatologi Ambulatoriali).

«Queste molecole vengono applicate direttamente sulla pelle e, dopo l’esposizione ai raggi ultravioletti, possono innescare un processo infiammatorio che si manifesta con arrossamento, prurito, bruciore e, nei casi più intensi, anche con vescicole o bolle».

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è il prezzo del profumo a fare la differenza. Anche una fragranza di alta gamma può provocare una fotodermatite se contiene sostanze fotosensibilizzanti e se la persona presenta una particolare predisposizione. «Il rischio non dipende dal marchio o dal costo del prodotto», sottolinea la specialista. «Naturalmente è sempre preferibile acquistare cosmetici attraverso canali affidabili, perché devono rispettare normative molto rigorose sulla sicurezza, ma nessun profumo può essere considerato completamente privo di rischi».

Non tutte le fotodermatiti sono uguali

Dietro manifestazioni che possono apparire simili si nascondono meccanismi biologici differenti, tanto che gli specialisti distinguono due principali forme di reazione: quella fotoirritante e quella fotoallergica.

«Le dermatiti da contatto fotoirritanti sono causate da sostanze che, una volta colpite dai raggi UVA, diventano direttamente tossiche per le cellule della pelle», spiega la dottoressa Schiavone. «In questi casi non è necessaria una particolare predisposizione individuale: la reazione può comparire in chiunque, se si verificano le condizioni favorevoli».

Tra le sostanze più spesso coinvolte ci sono le furanocumarine, molecole presenti naturalmente in alcune piante e utilizzate anche in profumeria e negli oli essenziali. Si trovano, per esempio, nel bergamotto, nel lime, nel limone e nella lavanda, ingredienti molto apprezzati per le loro note fresche e agrumate, tipiche delle fragranze estive.

Diverso è il caso delle dermatiti da contatto fotoallergiche. «Qui entra in gioco il sistema immunitario», chiarisce la dermatologa. «La luce modifica chimicamente la sostanza applicata sulla pelle. L’organismo, a quel punto, non la riconosce più come innocua, ma come un elemento estraneo contro cui reagire. È questa risposta immunitaria a provocare l’infiammazione».

La distinzione non è soltanto una questione di nomenclatura, ma ha conseguenze importanti anche nella pratica clinica. Nelle forme fotoirritanti la reazione rimane in genere limitata alla zona in cui è stato applicato il prodotto. Nelle forme fotoallergiche, invece, l’eruzione può estendersi anche oltre l’area di contatto, coinvolgendo la pelle circostante o, in alcuni casi, altre parti del corpo.

Per confermare la diagnosi, il dermatologo può ricorrere a patch test fotoindotti. È un esame che consiste nell’applicare sulla pelle piccole quantità delle sostanze sospette e nell’esporne una parte ai raggi UVA, così da verificare se la combinazione tra luce e sostanza scatena la reazione cutanea.

Dai primi rossori alle macchie: quando è il caso di intervenire

I sintomi non compaiono sempre nello stesso momento. In alcune persone bastano pochi minuti di esposizione solare, mentre in altre le manifestazioni possono comparire diverse ore dopo aver applicato il cosmetico.

«La gravità è estremamente variabile», osserva la dottoressa Schiavone. «Ci sono pazienti che sviluppano soltanto un lieve arrossamento, destinato a risolversi spontaneamente, e altri che presentano un’infiammazione molto più intensa, con prurito importante, bruciore, edema e lesioni che richiedono una terapia farmacologica».

Proprio per questa grande variabilità è difficile stabilire in anticipo come evolverà una fotodermatite. Nei casi lievi possono essere sufficienti prodotti lenitivi e qualche giorno di attenzione. Ma quando l’infiammazione è estesa o particolarmente fastidiosa è opportuno rivolgersi allo specialista, che valuterà l’eventuale impiego di corticosteroidi topici o sistemici e, quando necessario, anche di antistaminici, scegliendo il trattamento più adatto in base alle caratteristiche del singolo paziente e ai farmaci eventualmente già assunti.

Le macchie possono diventare permanenti?

In alcuni casi, la fotodermatite può lasciare un segno anche dopo la risoluzione dell’infiammazione. «La complicanza più temuta è la comparsa di un’iperpigmentazione, cioè di una zona della pelle più scura rispetto al colore naturale, che può persistere nel tempo», evidenzia l’esperta. «Questa condizione è nota come dermatite di Berloque e consiste proprio nella comparsa di macchie pigmentarie che possono rimanere anche dopo la fase acuta della reazione cutanea».

Per questo è importante intervenire in modo corretto e tempestivo, evitando rimedi improvvisati o trattamenti fai da te che potrebbero peggiorare l’irritazione. Oggi esistono diverse possibilità per trattare le macchie, dalle creme ad azione schiarente fino a procedure dermatologiche come i laser, ma la scelta del trattamento più adatto deve essere valutata dallo specialista in base al tipo di iperpigmentazione e alle caratteristiche della pelle.

Prevenire le fotodermatiti: attenzione non solo alla spiaggia

La prevenzione resta l’arma più efficace per evitare la comparsa di reazioni da fotosensibilità. «Il problema non riguarda soltanto le giornate trascorse al mare o in montagna», ricorda la dottoressa Schiavone. «L’esposizione alla luce solare fa parte anche della vita quotidiana. Anche un tragitto in auto, per esempio, può rappresentare un momento di esposizione, perché i raggi UVA riescono a passare attraverso i vetri e possono interagire con alcune sostanze applicate sulla pelle».

Per ridurre il rischio di fotodermatiti è quindi importante adottare alcune semplici precauzioni:

· evitare di applicare profumi, oli essenziali e prodotti molto profumati direttamente sulla pelle prima dell’esposizione al sole. Molte sostanze utilizzate nelle fragranze possono contenere componenti fotosensibilizzanti, come alcune molecole presenti negli estratti vegetali. Chi non vuole rinunciare al profumo può preferire l’applicazione sugli indumenti, evitando il contatto diretto con le zone esposte alla luce.

· Fare attenzione non solo alle giornate “di sole”, ma anche alla normale esposizione quotidiana. Non serve andare in spiaggia perché si verifichi una reazione. Una passeggiata, un pranzo all’aperto o un viaggio in auto con una sostanza fotosensibilizzante sulla pelle possono essere sufficienti in persone predisposte.

· Utilizzare una protezione solare adeguata, applicandola prima di uscire e rinnovandola regolarmente. La crema solare rappresenta un’importante forma di prevenzione, ma non elimina completamente il rischio: alcune formulazioni possono contenere profumi o sostanze potenzialmente irritanti. Per chi ha una pelle sensibile o ha già avuto reazioni, è preferibile scegliere prodotti dermatologicamente testati e formulati senza profumo.

· Leggere con attenzione le etichette dei cosmetici. La dicitura “senza profumo” o “fragrance free” è un’indicazione utile, ma è sempre importante valutare l’intera composizione del prodotto. Alcuni ingredienti, come determinati conservanti o componenti aromatici, possono comunque essere presenti e contribuire a fenomeni di sensibilizzazione nei soggetti predisposti.

· Se si utilizzano prodotti potenzialmente fotosensibilizzanti, preferire l’applicazione alla sera. In questo modo la sostanza ha il tempo di essere rimossa con la detersione prima dell’esposizione alla luce del giorno successivo, riducendo la possibilità di una reazione.

· Prestare particolare attenzione se si appartiene a categorie più a rischio. Le persone che hanno già manifestato problemi dermatologici, come alcune forme di dermatite, o chi assume determinati farmaci deve essere più prudente. Alcuni antibiotici, in particolare le tetracicline, gli antinfiammatori, i farmaci immunosoppressori utilizzati anche nei pazienti trapiantati e altre terapie possono aumentare la sensibilità della pelle alla luce.